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Il Partito Repubblicano, la Pillola e il voto delle Americane

7 Nov

Il mio articolo pubblicato su Ingenere.

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I risultati delle elezioni di medio termine negli Stati uniti consegnano al partito repubblicano la maggioranza al senato e confermano quella alla camera. È presto per avere un’analisi del voto tale da identificare se e quanto la strategia usata dai repubblicani abbia influito sul voto. Di vero al momento c’è che per la prima volta al congresso siedono cento donne. Un dato senza precedenti. Non solo elette ma anche elettrici: il partito repubblicano ha investito molte energie per guadagnare il voto delle americane, visto come particolarmente risolutivo in quegli stati dove l’esito elettorale era incerto. Dopo poche settimane dall’uscita di un libro che ne racconta la rivoluzionaria scoperta, la pillola anticoncezionale ha trovato nuovi improbabili ammiratori nel partito repubblicano, in particolare in vista delle elezioni di medio termine che si sono tenute martedì 4 novembre negli Stati uniti. Nelle loro campagne elettorali i candidati repubblicani di almeno cinque stati si sono espressi in favore dell‘inserimento della pillola tra i farmaci da banco (per i quali non è quindi necessaria la ricetta medica). Una svolta non da poco per un partito socialmente conservatore e tradizionalmente scettico su molti temi legati alla sessualità, dall’educazione sessuale, alla contraccezione e, naturalmente, all’aborto.

L’inversione di tendenza è stata interpretata dai membri del partito democratico come parzialmente (o unicamente) strategica, finalizzata a attrarre un voto femminile che da anni sembra appannaggio del partito democratico. Secondo un sondaggio di agosto del Wall Street Journal (wsj) i repubblicani erano indietro di ben 14 punti percentuali sui loro avversari nell’elettorato femminile, riconfermando una tendenza che li aveva penalizzati già nelle ultime due elezioni. “Gli elettori sono troppo intelligenti per questi trucchetti. I repubblicani sanno di avere un problema e continuano a pensare che la soluzione sia cosmetica”, dichiara al wsj Marcy Stech, portavoce di Emily’s List, un’organizzazione che si adopera per formare e far eleggere donne all’interno del partito democratico americano, raccogliendo fondi per le loro campagne e unificando l’elettorato femminile intorno a loro.

Emily’s List non è la sola a essersi scagliata contro il partito repubblicano per questo cambiamento d’opinione. Planned Parenthood, un’organizzazione senza fini di lucro che offre servizi di salute sessuale e riproduttiva, spesso nel mirino dei conservatori in quanto fornitrice di servizi di aborto, definisce come possibilmente dannosa la proposta dei Repubblicani. “Proprio quando le assicurazioni sanitarie iniziano a coprire il costo della pillola anticoncezionale” spiega Planned Parenthood in uno spottelevisivo “Thom Tillis – portavoce e candidato al senato per il North Carolina per il partito repubblicano – dice di no: sono le donne a dover pagare 600 dollari l’anno”. Il prezzo della pillola anticoncezionale, qualora venisse qualificata come farmaco da banco, si calcolerebbe infatti intorno ai 600 dollari l’anno, un costo proibitivo per le donne a basso reddito, che oggi, grazie all’approvazione della riforma della salute Affordable Care Act (comunemente chiamata Obamacare), possono ricevere la pillola e altre forme di contraccezione gratuitamente.

Anche John C. Jennings, Presidente del Congresso Americano degli Ostetrici e Ginecologi (Acog), ha espresso qualche dubbio. In una dichiarazione rilasciata a settembre Jennings dichiara che, in principio “Acog è favorevole a rendere i contraccettivi orali disponibili al banco.” Poco dopo, però, aggiunge: “Naturalmente, il costo continua ad essere un fattore importante per chi fa un uso costante della contraccezione, e molte donne semplicemente non possono permettersi i costi di ticket associati con i contraccettivi, da banco o no. Ecco perché Acog sostiene fortemente la disposizione che impone totale copertura assicurativa per gli anticoncezionali”, come disposto dall’Obamacare. Una dichiarazione che non sarà piaciuta ai repubblicani, che hanno fatto della critica all’Obamacare uno dei cavalli di battaglia delle ultime elezioni, in molti casi proprio opponendosi al fatto che molti datori di lavoro si troverebbero, nella loro interpretazione, a dover pagare la copertura assicurativa per servizi, primo tra tutti quelli contraccettivi, che andrebbero contro i loro valori religiosi.

Ma è evidente che il partito repubblicano ha fatto molti sforzi per avvicinare e conquistare il voto femminile. Secondo un sondaggio della Associated Press, uscito a meta ottobre, questa strategia avrebbe già dato i suoi frutti: mediamente e a livello nazionale, il partito repubblicano avrebbe infatti superato di due punti percentuali il partito democratico quanto a intenzioni di voto delle donne, piazzandosi al 44% contro il 42% dei democratici. La cosa certa è che il voto delle americane, tradizionalmente meno ideologizzato e più variabile, sembra assumere un’importanza crescente ad ogni tornata elettorale. Il partito democratico lo ha capito anni fa e ha fatto di temi quali la salute (inclusa la salute sessuale e riproduttiva) e la maternità, tradizionalmente cari all’elettorato femminile, cavalli di battaglia importanti. Anche il partito repubblicano se n’è accorto si è dato da fare per colmare il gap.

Caro Matteo, nomina una donna per le pari opportunità nella nuova segreteria del Pd

10 Set

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Il mio ultimo blog post sull’ Huffington Post Italia.

Caro Matteo,

“Il merito, il talento e la qualità sono di sinistra”, hai detto alla festa dell’Unita e più che mai mi sono sentita a casa in un Partito Democratico che insieme a te ha smesso di guardare al passato ed è finalmente in grado di raccontare una nuova storia di futuro, creare nuovi miti, parlare ai giovani e riempire le piazze di gente appassionata. Un Partito che finalmente ha assunto il suo ruolo di motore del progresso sociale e politico.

Quando merito, talento e qualità vengono premiati, il Paese cresce e inizia a valorizzare risorse preziose, storicamente dimenticate, a cominciare dalla leadership femminile. Tu lo hai capito e hai avuto la lungimiranza di promuovere le pari opportunità nel governo, in Europa e in una riforma costituzionale che finalmente garantirà il principio di parità e non discriminazione tra donne e uomini nelle leggi elettorali.

Non è cosa da poco, in un Paese dove molti partiti politici hanno una tradizione di indifferenza e disinteresse nei confronti delle donne. Un esempio? In occasione delle scorse politiche, il programma del PdL menzionava la parola “donna” una sola volta, nella frase “la famiglia, comunità naturale fondata sul matrimonio tra uomo e donna”. Nel Programma del Movimento Cinque Stelle, invece, la parola “donna” semplicemente non c’era. Neanche una volta. Il 50% della popolazione: invisibile.

Il Partito Democratico, fortunatamente, pur con tutti i suoi limiti è davvero fatto di altra pasta e anche per questo è sempre stato la mia casa. Eppure credo che in questo momento storico abbiamo la responsabilità di fare di più, assumendo chiaramente la bandiera delle pari opportunità come conditio sine qua non di un’uguaglianza basata su merito, talento e qualità.

Per questo, ti chiedo di nominare una donna come responsabile delle politiche di genere e pari opportunità nella nuova segreteria del PD.

A richiederlo è una condizione femminile nel nostro Paese che, lo sai meglio di me, è drammatica, con tassi di occupazione bassissimi, un gap salariale che non accenna a diminuire e fenomeni di violenza che colpiscono una donna su tre. Pensare di far ripartire il Paese lasciando indietro metà della popolazione è impossibile, come continuare a cercare di gareggiare con una bicicletta che ha una gomma sgonfia.

Se il Partito Democratico vuole davvero essere un motore di rinnovamento e progresso sociale, ha bisogno di approfondire la tematica delle pari opportunità e farlo nominando una persona incaricata di disegnare e promuovere politiche su questo tema. Una persona dedicata totalmente a questo perché, come si dice a Washington “If You’re Not at the Table, You’re on the Menu” e senza una persona di riferimento, responsabile e accountable, non si fa molta strada in nessun tema.

La mia è una raccomandazione da donna, esperta di genere, femminista ma anche attivista del Partito Democratico, perché avere una donna responsabile delle pari opportunità in Segreteria vuol dire mostrare alle italiane e agli italiani che il tema per il PD è prioritario e assumerne la leadership. Se ci pensi bene, guadagneremmo un bel vantaggio comparato rispetto a tutti gli altri su metà dell’elettorato.

Le economiste di Valorizzare le Donne Conviene scrivevano un paio di anni fa che la causa della stasi, negli ultimi decenni, delle rivoluzioni delle donne italiane è forse dovuta al fatto che la rivoluzione nella politica non era ancora cominciata. Io dico che questa rivoluzione il Paese, con il governo guidato da te, l’ha già iniziata. Dipenderà dalla leadership della nuova Segreteria su questo tema che sia il Partito Democratico a portarla a termine, realizzando pienamente quei valori di merito e qualità che sono, ora più che mai, propri della sinistra.

Il segno del nuovo nel governo? Se sarà fatto di metà donne e metà uomini

14 Feb

A seguito un articolo di Elisabetta Addis sull’Huffington Post Italia. Elisabetta ci ricorda che, oltre le polemiche e indipendentemente dai leader, ci sono battaglie che vanno combattute tutti i giorni a cominciare da oggi. Come la battaglia per la parita’ di rappresentanza in parlamento. Secondo le economiste di Valorizzare le donne conviene «la causa della stasi, negli ultimi decenni, delle rivoluzioni delle donne italiane è forse dovuta al fatto che la rivoluzione nella politica non è ancora cominciata». Io dico che e’ ora di farla cominciare, questa rivoluzione, per esempio firmando la petizione #NOICISIAMO. Quando? Ora. Perche’ scusate ma Se Non Ora, Quando? 

factory-x-paritariaTre anni fa, Il 13 febbraio 2011, un milione di donne e uomini amici delle donne scese in piazza con la manifestazione Se Non Ora Quando per rivendicare dignità per le donne italiane. Fu l’inizio di un nuovo ciclo politico, la rottura della rassegnazione alla sconfitta culturale e politica al Berlusconismo, quella sconfitta che ci ha regalato il Porcellum, laGiovanardi-Fini, la legge sulla procreazione assistita e altre ignominie. Fummo coraggiose, arrischiate. Eravamo nell’angolo, ne siamo uscite, e per noi molto è cambiato: ora si parla di contrasto del femminicidio, di cambiare l’immagine delle donne nei media, ora si parla di vietare le dimissioni in bianco per le giovani lavoratrici, ora si parla di democrazia paritaria. Domani, 14 febbraio, si balla a Piazza di Spagna con One Million Rising, per la giustizia verso le donne, come in tutte le altre capitali d’Europa.

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Un Job Act per le donne

13 Gen

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Un articolo uscito anche sull’ Huffington Post Italia.

Negli ultimi mesi di attivismo politico per il Partito Democratico a New York, ho capito tre cose.

La prima: l’unico modo per non sbagliare e non essere criticati è non fare nulla, possibilmente non uscendo di casa e sconnettendosi dal computer.

La seconda: la politica è una cosa meravigliosa perché ti permette di avvicinarti ai cuori delle persone, capire i loro sogni, ricaricarsi delle loro energie per tracciare la roadmap di come l’Italia potrebbe diventare non più solo il Paese più bello del mondo, ma anche il più vivibile.

La terza: le donne hanno moltissimo da apportare, ma per farlo devono saper puntare i piedi, sedersi al tavolo delle negoziazioni e pretendere di essere ascoltate, non solo in quanto brave e capaci, ma anche in quanto rappresentanti di interessi, necessità e risorse che non possono essere intesi come di nicchia, perché riguardano metà della popolazione.

Come donna e attivista politica di sinistra credo quindi che il Job Act di Matteo Renzi abbia un ottime potenzialità, perché punta su trasparenza, riduzione della burocrazia e rinnovamento e può far diventare l’Italia il Paese moderno, dinamico e giusto che meritiamo di essere. A una condizione importantissima, pero’: che metà della popolazione (quella metà, oltretutto, con le migliori performance scolastiche e accademiche) inizi ad essere valorizzata.

Esistono quindi delle misure, perfettamente in tono con lo spirito innovatore del Job Act, che sono essenziali per fare davvero ripartire la nostra economia e devono essere incluse nelle politiche del lavoro del Partito Democratico.

1. Welfare: asili nido e congedo di paternità (vedi le nuove leggi tedesca e francese). Secondo uno studio della Fondazione Collegio Carlo Alberto, la provvisione capillare di strutture pubbliche gratuite per l’infanzia porterebbe al 75,5% l’impiego femminile. Non solo: la provvisione di servizi per l’infanzia ha un effetto positivo sulla fertilità (riducendo il costo opportunità dei figli) e migliora le capacità linguistiche dei bambini, soprattutto di quelli provenienti da settori socio-economici disagiati. Come sta facendo la Francia, poi, è importante prevedere un congedo di paternità obbligatorio non simbolico (per lo meno un mese, magari togliendo un po’ di tempo al congedo materno). Secondo il Dipartimento di Politiche Economiche dell’Unione Europea, il paternity leave agisce non solo sull’occupazione femminile post-maternità (aumentando la probabilità che una donna torni al lavoro del 12%), ma anche su quelle pre- maternità (riducendo il fattore rischio rappresentato per un’impresa dall’assunzione di una donna piuttosto che di un uomo) e hanno un dimostrato effetto positivo sulla fertilità e la promozione dell’uguaglianza nella divisione del lavoro domestico all’interno della coppia.

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Donne Senza Figli

24 Ott

Un mio articolo su InGenere.

Nell’ultimo decennio, il numero di donne italiane che terminano la loro “carriera riproduttiva” – come dicono i demografi – senza aver avuti figli è cresciuto in modo rapidissimo, passando dal 10% (per le donne nate nel 1955) al 20% (per quelle nate nel 1965). Questo nonostante il grande valore dato nel nostro paese alla famiglia “tradizionale” – basta ricordare l’infelice uscita di Guido Barilla che ha scatenato tante polemiche – e nonostante la notevole pressione sociale affinché le donne si sposino e diventino madri.

Perché, quindi, oggi molte donne italiane non hanno figli? La letteratura scientifica in materia stabilisce una differenza tra le donne che sono “Childfree” (senza figli per scelta) e “Childless” (senza figli per varie circostanze). Eppure la scelta di avere o non avere figli raramente è frutto di una decisione rimasta fissa nel tempo. Il più delle volte si tratta di un processo che cambia nel corso della vita, al cambiare delle proprie circostanze affettive, economiche e altre ancora.

A raccogliere la complessità del percorso di vita delle donne senza figli in Italia e compararlo con quello delle madri sono stati alcuni ricercatori del dipartimento di statistica, informatica, applicazioni “G. Parenti” (Disia) dell’università degli studi di Firenze e della Warsaw school of economics in un working paper pubblicato poche settimane fa.

La metodologia usata nella ricerca si chiama “sequence analysis” (analisi delle sequenze) e considera il percorso di vita di ciascun individuo come una sequenza di avvenimenti che accadono in un certo periodo (applicando ai dati sulla popolazione metodologie che derivano dallo studio delle sequenze genetiche). A partire dai dati dell’indagine Istat “Famiglia e soggetti sociali” del 2009, i ricercatori hanno studiato la sfera lavorativa, sentimentale e la scolarizzazione di 471 donne italiane senza figli e 1,756 madri italiane (biologiche o adottive) fra i 15 e i 37 anni di età.

Paragonando le donne con figli con quelle senza figli, appaiono evidenti due differenze fondamentali. Innanzitutto la presenza per le prime (e assenza per le altre) di una relazione sentimentale stabile. In secondo luogo la scolarizzazione: 19,5% delle donne senza figli ha una laurea, contro il 15% delle madri. Dallo studio non è invece possibile dedurre invece quale sia l’incidenza di problemi di infertilità tra le donne senza figli, per mancanza di dati a riguardo.

Analizzando poi le sequenze di vita delle donne senza figli, gli studiosi hanno riscontrato l’esistenza di cinque grandi “cluster”, ovvero gruppi di donne con percorsi di vita in un certo senso simili:

  • 42,3% Donne single che lavorano fuori casa (il cluster più popoloso). La maggior parte di loro non ha mai avuto una relazione affettiva stabile.
  • 21,9% Donne “svantaggiate”. Con basso livello di scolarizzazione e un reddito definito “basso o insufficiente”, queste donne sono state disoccupate per la maggior parte della loro vita o non hanno mai lavorato. La maggior parte di loro non è mai stata in un’unione sentimentale stabile.
  • 19,5%. Donne che hanno focalizzato buona parte della loro vita su studio e lavoro. 63% di loro ha una laurea e anche qui la maggior parte non è mai entrata in un’unione stabile.
  • 12,5% Donne sposate (o separate) che lavorano. Le donne in questo cluster si sono sposate in media più tardi che le madri e alcune delle loro unioni si sono sciolte.
  •  3,8% “Casalinghe”. Queste donne hanno basso livello di scolarizzazione e sono entrate in una relazione stabile prima dei 31 anni. Nel periodo in analisi non hanno mai lavorato (o hanno lavorato solo sporadicamente) fuori casa.

Quali sono dunque le conclusioni degli studiosi? Valentina Tocchioni e Daniele Vignoli, due degli autori dello studio, intervistati per quest’articolo hanno risposto: «C’è una fortissima relazione fra storia sentimentale e storia riproduttiva; tuttora la motivazione principale del non avere figli è la mancanza di un’unione (ben il 56% delle donne senza figli non è mai stata sposata o non ha mai convissuto). In secondo luogo, emerge che la partecipazione al mondo del lavoro da parte delle donne senza figli non sia molto diversa da quella delle madri: da un lato una percentuale non trascurabile di donne senza figli (17%) non ha mai lavorato, dall’altro lato le madri risultano aver lavorato solo cinque mesi in meno rispetto alle non madri (nel periodo considerato, cioè 15-37 anni, le donne senza figli hanno lavorato 9 anni e cinque mesi, contri i 9 delle madri). Infine, ci ha sorpreso il periodo d’interruzione fra la fine degli studi e l’inizio della carriera lavorativa: ancora una volta, emerge la difficoltà dell’inserimento lavorativo delle donne in Italia».

Lo studio non vuole minimizzare l’importanza di politiche per favorire la conciliazione, rendendo economicamente più sostenibile la maternità per molte donne, dai dati analizzati sembra emergere che la presenza (o assenza) di lavoro non sia l’elemento prevalente sulla scelta della prima maternità. La conciliazione tra lavoro, obblighi famigliari e scelte riproduttive continua ad avere quindi un ruolo centrale, ma agisce soprattutto sulla scelta (o non scelta) di fare il secondo figlio, non il primo.

Va precisato che l’Italia non è certo l’unico paese dove esiste una forte correlazione tra essere senza figli e essere single, ma a stupire nel nostro caso è la rapidità con cui è cresciuta la popolazione di donne senza figli nell’ultimo decennio.

Cosa è cambiato in questo tempo, nel bene e nel male, per portare una percentuale fortemente crescente di italiane a rimanere single e non avere figli? Lo studio su questo non si pronuncia, ma in futuro varrà certamente la pena approfondire le ragioni per cui meno donne oggi rispetto a ieri possono e/o vogliono relazioni affettive eterosessuali stabili nell’età riproduttiva.

Perché per le donne fare politica a sinistra è molto meglio che a destra

13 Ott
Con Thomas Hirschhorn al Monumento a Gramsci

Con Thomas Hirschhorn al Monumento a Gramsci

Un mio articolo sull’Huffington Post Italia.

Lea Melandri fa un discorso estremamente interessante e provocatorio nel suo articolo La passione delle donne di destra che manca a quelle del Pd, dove sostiene di vedere nelle donne del PdL un “protagonismo e una passione che sembrano mancare alle donne di altre formazioni politiche”. Per certi versi, ha ragione. Le donne a destra sono più visibili, basti pensare ai ruoli di Santanché e Carfagna nelle ultime vicende berlusconiane.

Esistono, però, delle differenze fondamentali tra le donne a destra e a sinistra, che mi portano a pensare che la sinistra sia ancora, almeno nel nostro Paese, l’unico luogo politico davvero amico delle donne.

Innanzitutto, il merito. Le donne che sono nate e si sono “formate” intorno a Berlusconi non sono state, spesso, scelte per le loro capacità o per il loro percorso politico (spesso inesistente). Non brillano di luce propria, quindi, ma ricoprono un ruolo di prestigio in virtu’ della grazia ricevuta da chi le ha create e, in qualsiasi momento, può distruggerle.

A sinistra, da Valeria Fedeli a Roberta Agostini, da Alessia Mosca a Debora Seracchiani (solo per menzionarne alcune), le donne ricoprono ruoli importanti in virtu’ delle proprie capacità, spesso dopo anni di militanza e formazione politica.

Sesso, sessualità e genere. Essere donne nella corte di Berlusconi vuol dire, di solito, usare il proprio sesso (inteso come la differenza tra uomini e donne) e, ogni tanto, la propria sessualità, per garantirsi un posticino sotto i riflettori, magari togliendolo ad altre donne.

Essere donne sinistra, spesso, vuol dire invece farsi portavoce dell’agenda femminile: lavorare, cioè, su classici temi “rosa” quali servizi per l’infanzia e femminicidio, ma anche temi più scomodi, quali aborto e quote elettorali, assumendo, quindi, tutto il peso di un’identità di genere che va ben oltre le differenze anatomiche.

Femminismo. Il femminismo è stato un motore chiave della partecipazione politica, non solo perché ha avvicinato le donne alla politica (permettendo loro di votare, tanto per cominciare), ma anche perché le ha formate su temi importanti per la realizzazione delle pari opportunità.

Le femministe erano e sono, prevalentemente, di sinistra (o almeno quasi mai di destra) perché era (ed è) per lo più la sinistra a premere per lo sviluppo di una società che offra alle donne ruoli diversi da quelli di moglie, mamma, aiutante e, più recentemente, velina, olgettina o genericamente “gnocca”. In questo, la destra (rappresentata dal PdL nella sua, forse, peggiore espressione) e la sinistra sono geneticamente, assolutamente, innegabilmente diversi.

Il mio non è un punto di vista imparziale, lo avrete capito. Io sono femminista, di sinistra, iscritta al Partito Democratico e orgogliosissima segretaria del Circolo Pd New York. Per me fare attivismo politico da donna e essere di sinistra sono una sola cosa perché vedo il mio attivismo come parte di un percorso di affermazione non solo delle donne, ma dei loro diritti e delle loro necessità. Questi diritti e queste necessità la destra italiana spesso li ignora.

Un esempio? In occasione delle scorse politiche, il programma del PdL menzionava la parola “donna” una sola volta, nella frase “la famiglia, comunità naturale fondata sul matrimonio tra uomo e donna”. Nel Programma del Movimento Cinque Stelle, invece, la parola “donna” semplicemente non c’era. Neanche una volta. Il 50% della popolazione: invisibile.

Non fraintendetemi: anche a sinistra non siamo perfetti (e perfette). A cominciare dal PD, si potrebbe e dovrebbe fare di più per portare avanti e dare maggiore visibilità alle tante donne bravissime che abbiamo. Non solo: dovremmo saper avvicinare ancora più giovani donne alla politica, a partire dai circoli, dove ancora, alle volte, si fa fatica a rispettare l’alternanza di genere nelle liste, perché troppe poche donne sono disposte a fare un passo avanti.

Da dove partire?

Per esempio, rafforzando la Conferenza Nazionale delle Democratiche, per renderla un organo più simile all’americana Emily’s List, un’organizzazione che si adopera per formare e far eleggere candidate favorevoli ai diritti riproduttivi all’interno del Partito Democratico americano, raccogliendo fondi per le loro campagne e unificando l’elettorato femminile intorno a loro.

Fare politica “dal basso” è una cosa meravigliosa, un modo di lavorare insieme per definire un’idea di Paese migliore e realizzare quest’idea. Farlo a sinistra è mille volte meglio, soprattutto per le donne. Abbiamo solo bisogno che più italiane lo capiscano perché, lo dico davvero, non sanno cosa si stanno perdendo.

 

Barilla e quell’Italia (brutta e piccolina) che non esiste

1 Ott

Un mio articolo sull’Huffington Post.

Forse Guido Barilla non se n’è accorto, ma la famiglia tradizionale a cui pensa lui, la famiglia sacrale delle sue pubblicità, non esiste e non è mai esistita.

Non solo perché gli italiani non vivono in mulini, ma perché le famiglie italiane non fanno più figli. Il 25% delle donne italiane termina la “carriera riproduttiva” (perdonatemi: scientificamente si dice cosi) senza aver avuto figli.

Le famiglie italiane non sono giovani, ma vecchie, con meno bambini e più anziani seduti a tavole sempre più piccole e povere. Le donne italiane non sono tanto sorridenti quanto frustrate, accollandosi cinque ore di lavoro domestico in più rispetto ai loro mariti. Una donna su tre è vittima di violenza domestica.

La famiglia tradizionale e sacrale di cui parla Barilla è quindi un’illusione, ma non solo. È anche una trappola: trappola di genere, perché costringe le donne a confrontarsi con modelli di femminilità e maternità impossibili. Trappola di intolleranza, perché ignora le famiglie omosessuali e esclude le persone “diverse” in colore e origini etniche. Infine, è una trappola di disumanità, perché dimentica (come sempre e dappertutto) le persone disabili.

Come mi raccontava Laura Corradi qualche mese fa: “la maggior parte delle pubblicità – sulle quali si spendono milioni di euro (che noi paghiamo nel prezzo dei prodotti) è ancora marcatamente fondata su stereotipi di genere, razza e sessuali – un mondo dove tutti sono giovani, ricchi e spensierati. E fanno ancora uso sproporzionato di corpi (anche di bambini/e) e sentimenti – anche attraverso l’ipnosi […]. Si tratta di un consumo obbligatorio di immagini e suoni a cui siamo sottoposte/i quotidianamente e continuativamente, il che implica un livello serio di manipolazione di massa specie nei confronti delle persone giovani.”

Guido Barilla, quindi, non è purtroppo solo, ma in ottima compagnia nella volontà di proporre agli italiani degli ideali a cui ispirarsi che sono non solo più piccoli e più semplici, ma anche più meschini di quanto non sono le nostre realtà. I mulini a vento contro cui lotta Barilla sono quindi quelli creati solo da ristrettezza mentale e ipocrisia.

Seppur con tutti i loro problemi e le loro difficoltà, le famiglie italiane sono spesso più belle di quelle della pubblicità Barilla, perché più diverse, tolleranti e umane. Anche la politica, uno dei settori tradizionalmente più conservatori della nostra società, ha iniziato ad accorgersene e rispecchiare questa diversità. Le pubblicità ci arriveranno anche loro, anche se in ritardo. Certo, ci arriverebbero prima se esistessero delle regolamentazioni dei messaggi pubblicitari, come quelle descritte da Elisa Giomi su InGenere.

Nel frattempo, non ci resta che usare il potere che abbiamo, non solo boicottando Barilla (e gli altri produttori che riproducono nei loro spot simili visioni similmente distorte di famiglia e società), ma anche e soprattutto punendo quei partiti politici che, nelle loro pratiche e nei loro messaggi, vorrebbero far diventare il nostro paese una brutta copia delle peggiori pubblicità Barilla.

Non sto pensando solo ai lanciatori di banane, ma a chi ignora le donne nei propri programmi politici e a quei politici che credono che il miglior complimento da fare a una donna sia “gnocca”.

Ne abbiamo di cose e persone da boicottare, insomma. Barilla non è che l’inizio.

Donne e successo: a che prezzo?

27 Set

Agli uomini non piace che la propria partner abbia più successo di loro.

Un mio articolo sull’Huffington Post Italia. Un approfondimento di questo articolo (con analisi dettagliata dello studio del Journal of Personality and Social Psychology) su iMille.

È una generalizzazione, una voce di popolo e, secondo alcuni, anche una verità scientifica. A sostenerlo è l’Atlantic, in un articolo che riporta alcuni dei risultati di un recente studio pubblicato nel Journal of Personality and Social Psychology che analizza come varia l’autostima di uomini e donne, in relazione al successo (o al fallimento) del proprio partner o della propria partner.

I risultati colpiscono, ma non sorprendono. Per le donne, l’autostima rimane invariata o migliora con il successo del proprio compagno e si rafforza anche la percezione dell’importanza della relazione affettiva con lui. Per gli uomini, autostima e percezione dell’importanza e stabilità della relazione affettiva diminuiscono davanti al successo della propria compagna e aumentano in relazione agli insuccessi di lei.

Perché?

La risposta, credo, la conosciamo. Mentre per le donne è accettabile interpretare il successo del proprio compagno come se fosse proprio (non c è, infondo, sempre una grande donna dietro un grande uomo?), per gli uomini, il successo femminile è, spesso, una competizione indesiderata.
Il prezzo affettivo e sociale da pagare per il proprio successo, insomma, e’ per le donne ancora molto alto.

Per Cordelia Fine, lo ricorderete, questo prezzo sarebbe un aumento della carica di lavoro domestico. Secondo i dati analizzati dalla Fine, la disuguaglianza nella divisione dei compiti domestici si riduce, infatti (a favore delle donne), in modo proporzionale alla riduzione del gap salariale tra i partner, ma solo quando è l’uomo a guadagnare più della propria compagna (quindi, in un certo senso, ad avere più successo di lei).

Quando è la donna a guadagnare di più, le ore da lei dedicate al lavoro domestico crescono in modo proporzionale al gap salariale tra i due. Quando la donna, quindi, ha, per lo meno in termini di salario, più successo del proprio compagno, sembra dover “espiare” questo successo occupandosi maggiormente di casa, marito e figli per cercare di recuperare il ruolo di “brave mogli”.

Che sia lavando i piatti o in altro modo, insomma, le donne continuano, ancora oggi, a dover pagare, dentro le mura domestiche, un prezzo molto alto per il successo ottenuto fuori casa. Non stupiamoci quindi che non tutte siano disposte a farlo.

 

Wall Street non ama le donne, o sono le donne a non amare Wall Street?

19 Set

Un mio articolo su InGenere (in Italiano e Inglese!).

Nei primi anni Ottanta Wall Street era all’apice del successo e arruolava la migliore gioventù americana con promesse (spesso mantenute) di stipendi miliardari, prestigio illimitato, adrenalina costante e giornate lavorative di dieci o più ore. Tra quei giovani c’erano anche molte donne. Alcune di loro furono capaci di arrivare a posizioni di grande prestigio, riaffermando un trend alla parità che sembrava, in questo come in altri settori, inarrestabile. Fino alla crisi finanziaria del 1987, che fece crollare i prezzi del mercato azionario e, insieme a loro, la percentuale di donne manager del settore. Da allora, ogni cedimento di Wall Street ha coinciso con una riduzione del numero di donne “al top”.

Margo Epprecht, analista finanziaria e scrittrice, analizza in un recente articolo sull’Atlantic la relazione tra le donne e Wall Street, spiegando alcune delle ragioni della limitata leadership femminile in questo settore.

Secondo i dati riportati dall’Atlantic ed elaborati da Catalyst, un’organizzazione senza fini di lucro che promuove la leadership femminile nelle imprese, le donne impiegate nel settore finanziario sono il 54% della forza lavoro complessiva, ma solo il 16% di loro ricopre posizioni decisionali importanti e nessuna, oggi, ha il titolo di presidente esecutivo. Eppure le donne, anche in questo settore, non sono meno brave degli uomini, anzi. A dimostrarlo è uno studio recentemente pubblicato dal Financial Analyst Journal e citato nell’articolo da Epprecht, secondo il quale nel mercato internazionale, le analiste finanziarie sono classificate molto bene, in media meglio che i loro colleghi uomini.

Pregiudizi, ostacoli relazionali e psicologia

Come riporta l’Atlantic in riferimento a un pezzo di Sallie L. Krawcheck, ex dirigente della Bank of America, uscito sul New York Times, la disuguaglianza nasce in parte dal pregiudizio che le donne non possano o vogliano dedicarsi al lavoro con la stessa intensità degli uomini, soprattutto se sono mamme. In parte, poi, essa sarebbe il risultato dell’incapacità femminile di creare una forte rete professionale che le possa avvantaggiare per avanzare nella carriera. Per le donne stabilire relazioni professionali solide in un ambiente dominato dagli uomini (e spesso apertamente maschilista), come quello di Wall Street, non è semplice, lo conferma sull’Atlantic uno studio della American Association of Psychology. Non solo: in un contesto lavorativo dove la leadership storicamente appartiene agli uomini, si faticherebbe a vedere le donne come candidati credibili per le posizioni più prestigiose. A detta di molti dirigenti, infatti, alle donne mancherebbe “presenza esecutiva”, cioè quell’insieme di capacità di comunicazione, carisma e sicurezza in sé che differenzierebbero i leader da tutti gli altri, riporta uno studio del Center for Talent Innovation.

Per Epprecht, sarebbe inoltre lo stesso modus operandi di Wall Street a ostacolare le donne, premiando la propensione al rischio, ampiamente riconosciuta inferiore nelle donne rispetto agli uomini, come illustra, tra gli altri, l’Harvard Business Review.

Sempre e dappertutto al cuore delle disuguaglianze di genere: la conciliazione.

Secondo Epprecht, poi, l’ostacolo forse più grande che si pone tra le donne e la leadership, infine, tipico non solo di Wall Street ma di qualsiasi carriera di estremo prestigio, sarebbe la conciliazione vita e lavoro. Per molte donne, il costo personale ed emotivo di settimane lavorative di ottanta ore, con frequenti viaggi internazionali, è troppo alto da mantenere. O almeno così pensano i dirigenti del settore finanziario, che spesso squalificano a priori le loro colleghe per funzioni di questo tipo.

Wall Street sarebbe caratterizzata insomma da un circolo vizioso, nel quale, per un mix di abitudine, psicologia e una cultura corporativa dominata dagli uomini, le donne ricoprirebbero posizioni meno soddisfacenti che quelle ricoperte dagli uomini. Poco valorizzate sul lavoro, quindi, le donne sarebbero meno disposte rispetto ai loro colleghi a sacrificare all’estremo la vita famigliare, pertanto continuerebbero a essere viste dal sistema come carenti della “stoffa” necessaria per diventare dirigenti.

Disuguaglianza nella coppia alla base delle disuguaglianze nel lavoro

Per quanto non analizzate da Margo Epprecht, è importante interrogarsi sulle profonde ragioni sociali che hanno reso un modello lavorativo come quello di Wall Street non solo possibile, ma predominante. Neanche a molti uomini piace lavorare 80 ore a settimana, ma sono disposti a farlo per l’ingente fetta di potere, prestigio e, soprattutto, denaro che Wall Street offre a chi giunge al top. Per loro, poi, il prezzo da pagare quanto al sacrificio della vita personale è in genere estremamente inferiore, perché, anche in queste condizioni, non devono rinunciare ad avere una famiglia, delle cui esigenze sarà spesso la compagna a occuparsi, magari dopo aver abbandonato un lavoro nello stesso settore. Come sottolineato ampiamente da Sheryl Sandberg e molte altre, quindi, a Wall Street come a Via del Corso, le disuguaglianze nella coppia sarebbero, insomma, alla base delle disuguaglianze sul lavoro.

Il Nuovo Governo e le Donne

30 Apr
http://www.romagnanoi.it/news/ravenna/740014/ Primarie--Josefa-Idem-la-piu.html

http://www.romagnanoi.it/news/ravenna/740014/ Primarie–Josefa-Idem-la-piu.html

Sarà perché vivo nel Nuovo Mondo da oltre dieci anni e da questa parte dell’oceano si è sempre più ottimisti. Sara che con l’età s’impara ad accontentarsi e a lavorare con quello che si ha. Se la vita ti dà dei limoni, fai una limonata, dicono qui.

Comunque sia, nonostante i mille dubbi sul modo in cui è nato questo governo, voglio essere ottimista e sperare che, stavolta, le donne e gli uomini che ne sono membri gettino le basi per la profonda riforma delle relazioni di genere di cui ha bisogno il Paese. Un buon segno in questo senso è dato dal fatto che il numero e la percentuale di donne nel nuovo governo sono alti come mai prima (anche se non arrivano ancora alla parità necessaria).

Tanti sono i nodi da affrontare subito: da una migliore legge sulla violenza sulle donne e il femminicidio, all’occupazione femminile e l’educazione di genere nelle scuole. I temi sono tutti nell’agenda delineata dal movimento Se Non Ora Quando. Con un’aggiunta (o un’esplicitazione) che mi pare importante: la provvisione di servizi per l’infanzia, senza la quale parlare di occupazione femminile non ha senso.

Josefa Idem avrà molto da lavorare. Tenacia e determinazione non mancano e neanche l’abitudine di remare e parlare controcorrente. Queste doti le saranno molto utili. Spero si circonderà di donne capaci e preparate sulle questioni di genere, da Elisabetta Addis a Daniela Del Boca, Francesca Bettio, Marta Ajò e Laura Corradi, per menzionare solo alcune delle brillantissime (e sagge) italiane che conosco e che da anni lavorano su questi temi. Spero che Josefa parlerà dell’importanza dei diritti delle donne comunque e dovunque, come qui ha fatto Hillary, che il tema fosse economia o cambio climatico.

Certo, mi sarebbe piaciuto che un ministero importante come quello sulle pari opportunità non fosse stato accorpato con nessun altro. Nel paese più maschilista d’Europa, per usare le parole di Alessia Mosca e Flavia Perina, la promozione dell’uguaglianza di genere non può essere vista come la ciliegina sulla torta, ma deve essere affrontata come un’emergenza a cui rispondere in modo prioritario, con risorse e brain power adeguati. Infondo, che la politica lo capisca o meno, le donne sono non solo la metà della popolazione, ma la chiave della sopravvivenza sociale, culturale e demografica di un Paese. Nel nostro caso, poi, sono anche una risorsa economica semplicemente dilapidata.

Tornando al nuovo governo, mi auguro le mie speranze non siano state mal riposte e se lo fossero non importa. Infondo, come diceva Martin Luther King Jr., bisogna accettare un numero finito di delusioni, ma mantenere una speranza infinita. E lavorare a partire da quella speranza, aggiungerei io.

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