Il cimitero dei feti e quello che non si dice sull’aborto

1 Nov

Anni fa partecipai a una conferenza sull’aborto, organizzata dall’Università di Princeton. L’obiettivo della conferenza era semplice e allo stesso tempo estremamente ambizioso: far sedere intorno a un tavolo leader d’opinione del movimento per la vita e quelli per la difesa dei diritti sessuali e riproduttivi. Farli parlare. Rendere più umano e meno astratto il dibattito, moderandone i toni. Mettere insieme tutti i pezzetti del mosaico per avere una migliore visione comprensione del fenomeno dell’aborto.

Di conferenze di questo tipo, forse, avremmo bisogno anche in Italia e credo che ne siano una prova le polemiche seguite alla delibera della giunta di Firenze, che permetterebbe la creazione di un’apposita area nel cimitero pubblico di Trespiano per seppellire i feti (a partire dalla ventesima settimana) e i bambini non nati (cioè quei feti morti oltre la 28esima settimana di gravidanza).

Prima di tutto lasciatemi fare un chiarimento. Io sono una convinta sostenitrice della necessità di avere norme che garantiscano l’aborto legale, sicuro e gratuito in tutti i Paesi. Questo è un tema in cui ho lavorato per anni, appoggiando organizzazioni latinoamericane che facevano advocacy per ottenere il diritto all’aborto laddove questo diritto non esisteva.

Capisco quindi molto bene il timore che una delibera di questo tipo possa rappresentare un riconoscimento, in certo senso, del diritto di cittadinanza del feto e credo che tale riconoscimento potrebbe portare a conseguenze estremamente pericolose quanto al diritto delle donne non solo di abortire, ma di decidere del proprio corpo durante la gravidanza, come scrivevo mesi fa.

Capisco anche, però, i sentimenti di quelle madri, alcune di loro mie amiche, per cui è importante poter vedere una piccola lapide vicino ai resti del proprio bambino morto in utero nel secondo o terzo trimestre (ben oltre il tempo lecito di 90 giorni per l’aborto nel nostro Paese).

Non mi esprimo, quindi, in questa occasione, sul merito di questa normativa, ma sul tono del dibattito che ne è scaturito. Mi pare preoccupante la dicotomia che sembra delinearsi nelle polemiche seguite al caso del cimitero dei feti. Sembra quasi che da un lato ci siano le donne che abortiscono (malafemmine, femministe, atee o tutte e tre le cose) dall’altro le madri, magari anche quelle madri che hanno vissuto il trauma dell’interruzione involontaria della gravidanza. I diritti delle une e quelli delle altre, in lotta.

La realtà è ben diversa. Secondo uno studio del Guttmacher Institute di qualche anno fa, confermato da uno studio più recente, nel nostro Paese ad abortire sono in prevalenza donne tra il 25 e 35 anni, coniugate e già madri di uno o più figli che, rimaste incinta per una ragione o l’altra, non vogliono o possono portare avanti una seconda o terza gravidanza di cui conoscono perfettamente le implicazioni, visto che hanno già avuto dei figli. Anche queste forse sono le donne che desiderano esista un cimitero dei feti per potervi piangere il frutto di altre gravidanze, desiderate e involontariamente interrotte.

Mi pare quindi che il discorso sull’aborto migliorerebbe se riuscisse a raggiungere una dimensione più umana, vicina alle donne reali e alle loro necessità, che nono sono sempre le stesse, ma cambiano nel corso della vita al cambiare delle loro circostanze. Migliorerebbe anche se, invece si ossessionarci sui feti che non possono parlare, riuscissimo a concentrarci sulle donne e quello che chiedono dai servizi di salute per migliorare la loro salute, mentale e fisica, informandole sulle proprie opzioni e, soprattutto, stimandole abbastanza da rispettare le loro decisioni, senza doverle sempre leggere in una chiave politico-ideologica.

Allora, forse, riusciremmo a essere un Paese con servizi di salute più umani e compassionevoli, che servono le donne senza etichettarle come madri, oppure malafemmine.

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Donne Senza Figli

24 Ott

Un mio articolo su InGenere.

Nell’ultimo decennio, il numero di donne italiane che terminano la loro “carriera riproduttiva” – come dicono i demografi – senza aver avuti figli è cresciuto in modo rapidissimo, passando dal 10% (per le donne nate nel 1955) al 20% (per quelle nate nel 1965). Questo nonostante il grande valore dato nel nostro paese alla famiglia “tradizionale” – basta ricordare l’infelice uscita di Guido Barilla che ha scatenato tante polemiche – e nonostante la notevole pressione sociale affinché le donne si sposino e diventino madri.

Perché, quindi, oggi molte donne italiane non hanno figli? La letteratura scientifica in materia stabilisce una differenza tra le donne che sono “Childfree” (senza figli per scelta) e “Childless” (senza figli per varie circostanze). Eppure la scelta di avere o non avere figli raramente è frutto di una decisione rimasta fissa nel tempo. Il più delle volte si tratta di un processo che cambia nel corso della vita, al cambiare delle proprie circostanze affettive, economiche e altre ancora.

A raccogliere la complessità del percorso di vita delle donne senza figli in Italia e compararlo con quello delle madri sono stati alcuni ricercatori del dipartimento di statistica, informatica, applicazioni “G. Parenti” (Disia) dell’università degli studi di Firenze e della Warsaw school of economics in un working paper pubblicato poche settimane fa.

La metodologia usata nella ricerca si chiama “sequence analysis” (analisi delle sequenze) e considera il percorso di vita di ciascun individuo come una sequenza di avvenimenti che accadono in un certo periodo (applicando ai dati sulla popolazione metodologie che derivano dallo studio delle sequenze genetiche). A partire dai dati dell’indagine Istat “Famiglia e soggetti sociali” del 2009, i ricercatori hanno studiato la sfera lavorativa, sentimentale e la scolarizzazione di 471 donne italiane senza figli e 1,756 madri italiane (biologiche o adottive) fra i 15 e i 37 anni di età.

Paragonando le donne con figli con quelle senza figli, appaiono evidenti due differenze fondamentali. Innanzitutto la presenza per le prime (e assenza per le altre) di una relazione sentimentale stabile. In secondo luogo la scolarizzazione: 19,5% delle donne senza figli ha una laurea, contro il 15% delle madri. Dallo studio non è invece possibile dedurre invece quale sia l’incidenza di problemi di infertilità tra le donne senza figli, per mancanza di dati a riguardo.

Analizzando poi le sequenze di vita delle donne senza figli, gli studiosi hanno riscontrato l’esistenza di cinque grandi “cluster”, ovvero gruppi di donne con percorsi di vita in un certo senso simili:

  • 42,3% Donne single che lavorano fuori casa (il cluster più popoloso). La maggior parte di loro non ha mai avuto una relazione affettiva stabile.
  • 21,9% Donne “svantaggiate”. Con basso livello di scolarizzazione e un reddito definito “basso o insufficiente”, queste donne sono state disoccupate per la maggior parte della loro vita o non hanno mai lavorato. La maggior parte di loro non è mai stata in un’unione sentimentale stabile.
  • 19,5%. Donne che hanno focalizzato buona parte della loro vita su studio e lavoro. 63% di loro ha una laurea e anche qui la maggior parte non è mai entrata in un’unione stabile.
  • 12,5% Donne sposate (o separate) che lavorano. Le donne in questo cluster si sono sposate in media più tardi che le madri e alcune delle loro unioni si sono sciolte.
  •  3,8% “Casalinghe”. Queste donne hanno basso livello di scolarizzazione e sono entrate in una relazione stabile prima dei 31 anni. Nel periodo in analisi non hanno mai lavorato (o hanno lavorato solo sporadicamente) fuori casa.

Quali sono dunque le conclusioni degli studiosi? Valentina Tocchioni e Daniele Vignoli, due degli autori dello studio, intervistati per quest’articolo hanno risposto: «C’è una fortissima relazione fra storia sentimentale e storia riproduttiva; tuttora la motivazione principale del non avere figli è la mancanza di un’unione (ben il 56% delle donne senza figli non è mai stata sposata o non ha mai convissuto). In secondo luogo, emerge che la partecipazione al mondo del lavoro da parte delle donne senza figli non sia molto diversa da quella delle madri: da un lato una percentuale non trascurabile di donne senza figli (17%) non ha mai lavorato, dall’altro lato le madri risultano aver lavorato solo cinque mesi in meno rispetto alle non madri (nel periodo considerato, cioè 15-37 anni, le donne senza figli hanno lavorato 9 anni e cinque mesi, contri i 9 delle madri). Infine, ci ha sorpreso il periodo d’interruzione fra la fine degli studi e l’inizio della carriera lavorativa: ancora una volta, emerge la difficoltà dell’inserimento lavorativo delle donne in Italia».

Lo studio non vuole minimizzare l’importanza di politiche per favorire la conciliazione, rendendo economicamente più sostenibile la maternità per molte donne, dai dati analizzati sembra emergere che la presenza (o assenza) di lavoro non sia l’elemento prevalente sulla scelta della prima maternità. La conciliazione tra lavoro, obblighi famigliari e scelte riproduttive continua ad avere quindi un ruolo centrale, ma agisce soprattutto sulla scelta (o non scelta) di fare il secondo figlio, non il primo.

Va precisato che l’Italia non è certo l’unico paese dove esiste una forte correlazione tra essere senza figli e essere single, ma a stupire nel nostro caso è la rapidità con cui è cresciuta la popolazione di donne senza figli nell’ultimo decennio.

Cosa è cambiato in questo tempo, nel bene e nel male, per portare una percentuale fortemente crescente di italiane a rimanere single e non avere figli? Lo studio su questo non si pronuncia, ma in futuro varrà certamente la pena approfondire le ragioni per cui meno donne oggi rispetto a ieri possono e/o vogliono relazioni affettive eterosessuali stabili nell’età riproduttiva.

Perché per le donne fare politica a sinistra è molto meglio che a destra

13 Ott
Con Thomas Hirschhorn al Monumento a Gramsci

Con Thomas Hirschhorn al Monumento a Gramsci

Un mio articolo sull’Huffington Post Italia.

Lea Melandri fa un discorso estremamente interessante e provocatorio nel suo articolo La passione delle donne di destra che manca a quelle del Pd, dove sostiene di vedere nelle donne del PdL un “protagonismo e una passione che sembrano mancare alle donne di altre formazioni politiche”. Per certi versi, ha ragione. Le donne a destra sono più visibili, basti pensare ai ruoli di Santanché e Carfagna nelle ultime vicende berlusconiane.

Esistono, però, delle differenze fondamentali tra le donne a destra e a sinistra, che mi portano a pensare che la sinistra sia ancora, almeno nel nostro Paese, l’unico luogo politico davvero amico delle donne.

Innanzitutto, il merito. Le donne che sono nate e si sono “formate” intorno a Berlusconi non sono state, spesso, scelte per le loro capacità o per il loro percorso politico (spesso inesistente). Non brillano di luce propria, quindi, ma ricoprono un ruolo di prestigio in virtu’ della grazia ricevuta da chi le ha create e, in qualsiasi momento, può distruggerle.

A sinistra, da Valeria Fedeli a Roberta Agostini, da Alessia Mosca a Debora Seracchiani (solo per menzionarne alcune), le donne ricoprono ruoli importanti in virtu’ delle proprie capacità, spesso dopo anni di militanza e formazione politica.

Sesso, sessualità e genere. Essere donne nella corte di Berlusconi vuol dire, di solito, usare il proprio sesso (inteso come la differenza tra uomini e donne) e, ogni tanto, la propria sessualità, per garantirsi un posticino sotto i riflettori, magari togliendolo ad altre donne.

Essere donne sinistra, spesso, vuol dire invece farsi portavoce dell’agenda femminile: lavorare, cioè, su classici temi “rosa” quali servizi per l’infanzia e femminicidio, ma anche temi più scomodi, quali aborto e quote elettorali, assumendo, quindi, tutto il peso di un’identità di genere che va ben oltre le differenze anatomiche.

Femminismo. Il femminismo è stato un motore chiave della partecipazione politica, non solo perché ha avvicinato le donne alla politica (permettendo loro di votare, tanto per cominciare), ma anche perché le ha formate su temi importanti per la realizzazione delle pari opportunità.

Le femministe erano e sono, prevalentemente, di sinistra (o almeno quasi mai di destra) perché era (ed è) per lo più la sinistra a premere per lo sviluppo di una società che offra alle donne ruoli diversi da quelli di moglie, mamma, aiutante e, più recentemente, velina, olgettina o genericamente “gnocca”. In questo, la destra (rappresentata dal PdL nella sua, forse, peggiore espressione) e la sinistra sono geneticamente, assolutamente, innegabilmente diversi.

Il mio non è un punto di vista imparziale, lo avrete capito. Io sono femminista, di sinistra, iscritta al Partito Democratico e orgogliosissima segretaria del Circolo Pd New York. Per me fare attivismo politico da donna e essere di sinistra sono una sola cosa perché vedo il mio attivismo come parte di un percorso di affermazione non solo delle donne, ma dei loro diritti e delle loro necessità. Questi diritti e queste necessità la destra italiana spesso li ignora.

Un esempio? In occasione delle scorse politiche, il programma del PdL menzionava la parola “donna” una sola volta, nella frase “la famiglia, comunità naturale fondata sul matrimonio tra uomo e donna”. Nel Programma del Movimento Cinque Stelle, invece, la parola “donna” semplicemente non c’era. Neanche una volta. Il 50% della popolazione: invisibile.

Non fraintendetemi: anche a sinistra non siamo perfetti (e perfette). A cominciare dal PD, si potrebbe e dovrebbe fare di più per portare avanti e dare maggiore visibilità alle tante donne bravissime che abbiamo. Non solo: dovremmo saper avvicinare ancora più giovani donne alla politica, a partire dai circoli, dove ancora, alle volte, si fa fatica a rispettare l’alternanza di genere nelle liste, perché troppe poche donne sono disposte a fare un passo avanti.

Da dove partire?

Per esempio, rafforzando la Conferenza Nazionale delle Democratiche, per renderla un organo più simile all’americana Emily’s List, un’organizzazione che si adopera per formare e far eleggere candidate favorevoli ai diritti riproduttivi all’interno del Partito Democratico americano, raccogliendo fondi per le loro campagne e unificando l’elettorato femminile intorno a loro.

Fare politica “dal basso” è una cosa meravigliosa, un modo di lavorare insieme per definire un’idea di Paese migliore e realizzare quest’idea. Farlo a sinistra è mille volte meglio, soprattutto per le donne. Abbiamo solo bisogno che più italiane lo capiscano perché, lo dico davvero, non sanno cosa si stanno perdendo.

 

Barilla e quell’Italia (brutta e piccolina) che non esiste

1 Ott

Un mio articolo sull’Huffington Post.

Forse Guido Barilla non se n’è accorto, ma la famiglia tradizionale a cui pensa lui, la famiglia sacrale delle sue pubblicità, non esiste e non è mai esistita.

Non solo perché gli italiani non vivono in mulini, ma perché le famiglie italiane non fanno più figli. Il 25% delle donne italiane termina la “carriera riproduttiva” (perdonatemi: scientificamente si dice cosi) senza aver avuto figli.

Le famiglie italiane non sono giovani, ma vecchie, con meno bambini e più anziani seduti a tavole sempre più piccole e povere. Le donne italiane non sono tanto sorridenti quanto frustrate, accollandosi cinque ore di lavoro domestico in più rispetto ai loro mariti. Una donna su tre è vittima di violenza domestica.

La famiglia tradizionale e sacrale di cui parla Barilla è quindi un’illusione, ma non solo. È anche una trappola: trappola di genere, perché costringe le donne a confrontarsi con modelli di femminilità e maternità impossibili. Trappola di intolleranza, perché ignora le famiglie omosessuali e esclude le persone “diverse” in colore e origini etniche. Infine, è una trappola di disumanità, perché dimentica (come sempre e dappertutto) le persone disabili.

Come mi raccontava Laura Corradi qualche mese fa: “la maggior parte delle pubblicità – sulle quali si spendono milioni di euro (che noi paghiamo nel prezzo dei prodotti) è ancora marcatamente fondata su stereotipi di genere, razza e sessuali – un mondo dove tutti sono giovani, ricchi e spensierati. E fanno ancora uso sproporzionato di corpi (anche di bambini/e) e sentimenti – anche attraverso l’ipnosi […]. Si tratta di un consumo obbligatorio di immagini e suoni a cui siamo sottoposte/i quotidianamente e continuativamente, il che implica un livello serio di manipolazione di massa specie nei confronti delle persone giovani.”

Guido Barilla, quindi, non è purtroppo solo, ma in ottima compagnia nella volontà di proporre agli italiani degli ideali a cui ispirarsi che sono non solo più piccoli e più semplici, ma anche più meschini di quanto non sono le nostre realtà. I mulini a vento contro cui lotta Barilla sono quindi quelli creati solo da ristrettezza mentale e ipocrisia.

Seppur con tutti i loro problemi e le loro difficoltà, le famiglie italiane sono spesso più belle di quelle della pubblicità Barilla, perché più diverse, tolleranti e umane. Anche la politica, uno dei settori tradizionalmente più conservatori della nostra società, ha iniziato ad accorgersene e rispecchiare questa diversità. Le pubblicità ci arriveranno anche loro, anche se in ritardo. Certo, ci arriverebbero prima se esistessero delle regolamentazioni dei messaggi pubblicitari, come quelle descritte da Elisa Giomi su InGenere.

Nel frattempo, non ci resta che usare il potere che abbiamo, non solo boicottando Barilla (e gli altri produttori che riproducono nei loro spot simili visioni similmente distorte di famiglia e società), ma anche e soprattutto punendo quei partiti politici che, nelle loro pratiche e nei loro messaggi, vorrebbero far diventare il nostro paese una brutta copia delle peggiori pubblicità Barilla.

Non sto pensando solo ai lanciatori di banane, ma a chi ignora le donne nei propri programmi politici e a quei politici che credono che il miglior complimento da fare a una donna sia “gnocca”.

Ne abbiamo di cose e persone da boicottare, insomma. Barilla non è che l’inizio.

Donne e successo: a che prezzo?

27 Set

Agli uomini non piace che la propria partner abbia più successo di loro.

Un mio articolo sull’Huffington Post Italia. Un approfondimento di questo articolo (con analisi dettagliata dello studio del Journal of Personality and Social Psychology) su iMille.

È una generalizzazione, una voce di popolo e, secondo alcuni, anche una verità scientifica. A sostenerlo è l’Atlantic, in un articolo che riporta alcuni dei risultati di un recente studio pubblicato nel Journal of Personality and Social Psychology che analizza come varia l’autostima di uomini e donne, in relazione al successo (o al fallimento) del proprio partner o della propria partner.

I risultati colpiscono, ma non sorprendono. Per le donne, l’autostima rimane invariata o migliora con il successo del proprio compagno e si rafforza anche la percezione dell’importanza della relazione affettiva con lui. Per gli uomini, autostima e percezione dell’importanza e stabilità della relazione affettiva diminuiscono davanti al successo della propria compagna e aumentano in relazione agli insuccessi di lei.

Perché?

La risposta, credo, la conosciamo. Mentre per le donne è accettabile interpretare il successo del proprio compagno come se fosse proprio (non c è, infondo, sempre una grande donna dietro un grande uomo?), per gli uomini, il successo femminile è, spesso, una competizione indesiderata.
Il prezzo affettivo e sociale da pagare per il proprio successo, insomma, e’ per le donne ancora molto alto.

Per Cordelia Fine, lo ricorderete, questo prezzo sarebbe un aumento della carica di lavoro domestico. Secondo i dati analizzati dalla Fine, la disuguaglianza nella divisione dei compiti domestici si riduce, infatti (a favore delle donne), in modo proporzionale alla riduzione del gap salariale tra i partner, ma solo quando è l’uomo a guadagnare più della propria compagna (quindi, in un certo senso, ad avere più successo di lei).

Quando è la donna a guadagnare di più, le ore da lei dedicate al lavoro domestico crescono in modo proporzionale al gap salariale tra i due. Quando la donna, quindi, ha, per lo meno in termini di salario, più successo del proprio compagno, sembra dover “espiare” questo successo occupandosi maggiormente di casa, marito e figli per cercare di recuperare il ruolo di “brave mogli”.

Che sia lavando i piatti o in altro modo, insomma, le donne continuano, ancora oggi, a dover pagare, dentro le mura domestiche, un prezzo molto alto per il successo ottenuto fuori casa. Non stupiamoci quindi che non tutte siano disposte a farlo.

 

Wall Street non ama le donne, o sono le donne a non amare Wall Street?

19 Set

Un mio articolo su InGenere (in Italiano e Inglese!).

Nei primi anni Ottanta Wall Street era all’apice del successo e arruolava la migliore gioventù americana con promesse (spesso mantenute) di stipendi miliardari, prestigio illimitato, adrenalina costante e giornate lavorative di dieci o più ore. Tra quei giovani c’erano anche molte donne. Alcune di loro furono capaci di arrivare a posizioni di grande prestigio, riaffermando un trend alla parità che sembrava, in questo come in altri settori, inarrestabile. Fino alla crisi finanziaria del 1987, che fece crollare i prezzi del mercato azionario e, insieme a loro, la percentuale di donne manager del settore. Da allora, ogni cedimento di Wall Street ha coinciso con una riduzione del numero di donne “al top”.

Margo Epprecht, analista finanziaria e scrittrice, analizza in un recente articolo sull’Atlantic la relazione tra le donne e Wall Street, spiegando alcune delle ragioni della limitata leadership femminile in questo settore.

Secondo i dati riportati dall’Atlantic ed elaborati da Catalyst, un’organizzazione senza fini di lucro che promuove la leadership femminile nelle imprese, le donne impiegate nel settore finanziario sono il 54% della forza lavoro complessiva, ma solo il 16% di loro ricopre posizioni decisionali importanti e nessuna, oggi, ha il titolo di presidente esecutivo. Eppure le donne, anche in questo settore, non sono meno brave degli uomini, anzi. A dimostrarlo è uno studio recentemente pubblicato dal Financial Analyst Journal e citato nell’articolo da Epprecht, secondo il quale nel mercato internazionale, le analiste finanziarie sono classificate molto bene, in media meglio che i loro colleghi uomini.

Pregiudizi, ostacoli relazionali e psicologia

Come riporta l’Atlantic in riferimento a un pezzo di Sallie L. Krawcheck, ex dirigente della Bank of America, uscito sul New York Times, la disuguaglianza nasce in parte dal pregiudizio che le donne non possano o vogliano dedicarsi al lavoro con la stessa intensità degli uomini, soprattutto se sono mamme. In parte, poi, essa sarebbe il risultato dell’incapacità femminile di creare una forte rete professionale che le possa avvantaggiare per avanzare nella carriera. Per le donne stabilire relazioni professionali solide in un ambiente dominato dagli uomini (e spesso apertamente maschilista), come quello di Wall Street, non è semplice, lo conferma sull’Atlantic uno studio della American Association of Psychology. Non solo: in un contesto lavorativo dove la leadership storicamente appartiene agli uomini, si faticherebbe a vedere le donne come candidati credibili per le posizioni più prestigiose. A detta di molti dirigenti, infatti, alle donne mancherebbe “presenza esecutiva”, cioè quell’insieme di capacità di comunicazione, carisma e sicurezza in sé che differenzierebbero i leader da tutti gli altri, riporta uno studio del Center for Talent Innovation.

Per Epprecht, sarebbe inoltre lo stesso modus operandi di Wall Street a ostacolare le donne, premiando la propensione al rischio, ampiamente riconosciuta inferiore nelle donne rispetto agli uomini, come illustra, tra gli altri, l’Harvard Business Review.

Sempre e dappertutto al cuore delle disuguaglianze di genere: la conciliazione.

Secondo Epprecht, poi, l’ostacolo forse più grande che si pone tra le donne e la leadership, infine, tipico non solo di Wall Street ma di qualsiasi carriera di estremo prestigio, sarebbe la conciliazione vita e lavoro. Per molte donne, il costo personale ed emotivo di settimane lavorative di ottanta ore, con frequenti viaggi internazionali, è troppo alto da mantenere. O almeno così pensano i dirigenti del settore finanziario, che spesso squalificano a priori le loro colleghe per funzioni di questo tipo.

Wall Street sarebbe caratterizzata insomma da un circolo vizioso, nel quale, per un mix di abitudine, psicologia e una cultura corporativa dominata dagli uomini, le donne ricoprirebbero posizioni meno soddisfacenti che quelle ricoperte dagli uomini. Poco valorizzate sul lavoro, quindi, le donne sarebbero meno disposte rispetto ai loro colleghi a sacrificare all’estremo la vita famigliare, pertanto continuerebbero a essere viste dal sistema come carenti della “stoffa” necessaria per diventare dirigenti.

Disuguaglianza nella coppia alla base delle disuguaglianze nel lavoro

Per quanto non analizzate da Margo Epprecht, è importante interrogarsi sulle profonde ragioni sociali che hanno reso un modello lavorativo come quello di Wall Street non solo possibile, ma predominante. Neanche a molti uomini piace lavorare 80 ore a settimana, ma sono disposti a farlo per l’ingente fetta di potere, prestigio e, soprattutto, denaro che Wall Street offre a chi giunge al top. Per loro, poi, il prezzo da pagare quanto al sacrificio della vita personale è in genere estremamente inferiore, perché, anche in queste condizioni, non devono rinunciare ad avere una famiglia, delle cui esigenze sarà spesso la compagna a occuparsi, magari dopo aver abbandonato un lavoro nello stesso settore. Come sottolineato ampiamente da Sheryl Sandberg e molte altre, quindi, a Wall Street come a Via del Corso, le disuguaglianze nella coppia sarebbero, insomma, alla base delle disuguaglianze sul lavoro.

Prevenire il femminicidio è possibile. L’esperienza americana e il DDL sul femminicidio

14 Ago

Un mio articolo su l’Huffington Post Italia

E’ possibile pensare che se il quadro normativo fosse stato diverso, almeno qualcuna delle oltre 80 donne uccise da inizio anno nel nostro Paese avrebbe potuto essere salvata?

E’ una domanda che ci facciamo oggi, dopo la scoperta dell’ennesimo femminicidio, come se l’è fatta Kelly Dunne in Massachusetts nel 2002, a seguito dell’omicidio di una donna che solo pochi giorni prima si era rivolta al Centro Antiviolenza dove la Dunne lavorava. La sua risposta è stata sì e da allora la Dunne si è fatta promotrice di un sistema di prevenzione dei femminicidi esito di violenza domestica che è stato nazionalmente riconosciuto per la sua efficacia: le comunità in cui si applica hanno infatti ridotto a zero il numero di crimini di questo tipo.

Il modello disegnato dalla Dunne si basa sul concetto di “prevedibilità” e quindi “prevenibilità” di questi omicidi, raramente il frutto di un “raptus” isolato e inaspettato e quasi sempre, invece, preceduti da numerosi episodi di violenza fisica e psicologica nei confronti della vittima. Secondo Mary Lauby, infatti, Direttrice della Coalizione contro la Violenza Domestica e Sessuale del Massachusetts “Se esiste un tipo di omicidio che si può prevenire, è proprio quello frutta della violenza domestica, perché è l’unico in cui si conoscono in anticipo sia il carnefice che la vittima”. A partire da questa consapevolezza, il modello della Dunne promuove un approccio in tre fasi:

  1.  Analisi della situazione per stabilire l’intensità del rischio, a partire da vari fattori, quali: esistenza e intensità di precedenti episodi di violenza, uso di sostanze stupefacenti e alcolismo da parte del carnefice, presenza di abusi verbali e minacce, porto d’armi.
  2. Creazione di una task force composta da rappresentanti delle forze di polizia, delle vittime e dei programmi di recupero dei violenti (la cui frequentazione è obbligatoria per chi è stato riconosciuto dalla legge colpevole di questo tipo di crimini), con il compito di monitorare in tempo reale i casi di violenza domestica considerati ad alto rischio. Il monitoraggio si intensifica, poi, qualora esistano dei cambiamenti importanti nella vita della vittima o del carnefice, per esempio una nuova gravidanza, la perdita del lavoro, la rottura della relazione. E’, infatti, spesso, a partire da questi cambiamenti che si scatenano nuovi livelli di violenza.
  3. Allontanamento dell’uomo violento dalla casa con divieto di avvicinarsi alla vittima e, in presenza di alto rischio, detenzione immediata in attesa del processo o obbligo di indossare il braccialetto GPS.

E’ evidente che l’applicazione di un modello di questo tipo richiede tre condizioni: la disponibilità di risorse finanziare, la volontà degli attori istituzionali e il convincimento che gli omicidi nati dalla violenza domestica possono e devono essere fermati.

Non tutte queste condizioni esistono ancora in Italia, ma anche da noi si sta facendo avanti la consapevolezza che la violenza domestica e gli omicidi da essa scaturiti sono un grave problema, se non altro, di sicurezza pubblica. Il pacchetto di sicurezza recentemente approvato dal Consiglio dei Ministri, pur con tutti i suoi limiti, ampiamente (e giustamente) descritti da tante, ha un profondo valore simbolico e rappresenta un segno importante in questa direzione.

Parliamoci chiaro: è vero che, come scrivono in molte, la repressione non basta. Poiché la violenza di genere nasce come problema culturale, sono necessari interventi a livello educativo nelle scuole, nelle caserme, nei media e nella società nel suo congiunto. E’ altresì necessario studiare l’efficacia dei programmi di recupero dei violenti, riformare la giustizia (per garantire agilità dei processi e sicurezza della pena) e migliorare l’occupazione femminile. E via discorrendo.

E’ anche vero, però, che, oggi, migliaia di donne italiane sono maltrattate dai loro compagni e rischiano di essere da loro uccise domani. Queste donne non possono aspettare che le campagne educative nelle scuole diano frutto e i dati di un osservatorio sul femminicidio vengano interpretati.  Seppure la violenza domestica, come l’omofobia, siano infatti problemi complessi che hanno la loro origine nel culturale, le loro conseguenze si vedono, purtroppo, anche nella sicurezza pubblica, pertanto anche in questo campo vanno contrastate.

Le vite delle donne vanno salvate e protette, da subito, anche con l’applicazione di norme repressive che allontanino i carnefici e mettano al sicuro le vittime (incluse le immigrate clandestine), come previsto dal pacchetto di sicurezza.

Come dice Valeria Fedeli, tra le fondatrici di Se Non Ora Quando e Vice Presidente PD del Senato: non possiamo aspettare o dubitare neanche un secondo. Cronache di morti annunciate ne abbiamo viste fin troppe.

Donne e equo salario. Alle volte guadagnare di più non conviene

8 Ago

Da un mio articolo su iMille

Secondo l’ultimo studio dell’Economic and Social Research Council (ESRC) riportato dal Sunday Times questa settimana, nel Regno Unito sono le donne che continuano a svolgere 70% del lavoro domestico, anche se la maggior parte di loro lavora a tempo completo e un terzo guadagna più del proprio compagno.

Le percentuali sulla divisione del lavoro non ci dovrebbero stupire, perché seppure l’Inghilterra dimostra non essere quel paradiso dei uguaglianza che alcuni immaginavano, in Italia le cose vanno ancora peggio. Secondo indagini Istat del 2010, analizzate da Daniela Del Boca in “Valorizzare le Donne Conviene”, il 76% del lavoro domestico ricade sulle spalle delle italiane, che spendono in media 5 ore e venti minuti al giorno in queste attività (contro 1 ora e 35 minuti dei loro compagni: la percentuale più bassa d’Europa).

Perché?

L’interpretazione tradizionale di questo fenomeno è legata alla differenza tra gli stipendi dei coniugi: le donne guadagnano in genere meno dei loro compagni, quindi il loro potere di negoziazione all’interno della coppia sarebbe inferiore e si troverebbero quindi a dover compensare il gap salariale con lo svolgimento di compiti supplementari rispetto ai loro compagni.

A quanto sembrano suggerire i dati dell’ESRC le cose non sarebbero cosi semplici, perché anche quando guadagnano più degli uomini, le donne continuerebbero a farsi carico in modo prevalente dei compiti domestici. Più precisamente, secondo numerosi studi realizzati negli Stati Uniti ( magistralmente analizzati da Cordelia Fine in “Maschi = femmine. Contro i pregiudizi sulla differenza tra i sessi”), la disuguaglianza nella divisione dei compiti domestici si riduce (a favore delle donne) in modo proporzionale alla riduzione del gap salariale tra i partners, ma solo quando è l’uomo a guadagnare più della donna. Quando è lei a guadagnare di più, le ore che dedica al lavoro domestico crescono in modo proporzionale al gap salariale tra i due.

I sociologi americani definiscono questo fenomeno come “gender deviance neutralization”: le donne, per neutralizzare la devianza dalle norme tradizionali di genere e alleviare la tensione generata nella coppia da tale devianza, si dedicherebbero quindi ancora maggiormente ai compiti domestici per cercare di recuperare il ruolo di “brave mogli”.

Esistono anche interpretazioni più fantasiose e pseudo-scientifiche di questo fenomeno. Secondo John Gray, autore del bestseller Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere, il lavoro domestico farebbe biologicamente bene alle donne perché stimolerebbe l’ aumento del livello di ossitocina, l’ormone che regola il ciclo mestruale e sarebbe responsabile di innamoramento, autostima e empatia. Secondo Gray, quindi, le donne che lavorano fuori casa in ruoli tradizionalmente maschili sarebbero naturalmente portate a dedicare molte ore allo svolgimento delle attività domestiche, al fine di recuperare il livello di ossitona perso durante il giorno e ritrovare quindi il benessere fisico e psicologico. Inutile dire che queste affermazioni non solo non hanno nessuna base scientifica, ma sono contraddette dal buon senso e dall’esperienza. Anche senza analisi di laboratorio, qualsiasi donna che abbia stirato una camicia o lavato due piastrelle di pavimento si sarà accorta che autostima e empatia (in particolare nei confronti del compagno seduto davanti alla televisione) non aumentano grazie allo svolgimento di questi compiti, anzi.

Comunque sia, una cosa è certa: nonostante l’indipendenza economica rappresenti una componente necessaria nel cammino all’empowerment femminile, non può da sola colmare disuguaglianze che hanno le loro radici nella cultura delle relazioni di genere e hanno conseguenze non solo sulla vita delle donne, ma dell’intera società.

Servono quindi politiche pubbliche che aiutino la società a mettersi in cammino verso l’uguaglianza di genere. Laddove esistono, infatti, politiche che favoriscono una divisione più equa dei compiti nella coppia, per esempio la licenza di paternità obbligatoria, come in Svezia, le donne lavorano meno ore a casa e, con buona pace di Gray, si dichiarano più felici che, per esempio, in Italia. Laddove ci sono strutture pubbliche di qualità per l’attenzione ai bambini, poi, come in Francia, le donne non solo sono più produttive, ma fanno più figli.

Ancora una volta, insomma, non possiamo lasciare fare solo alla mano invisibile del mercato, ma dobbiamo trovare soluzioni politiche e sociali alla disuguaglianza di genere dentro e fuori dalle mura domestiche. Azioni di questo tipo beneficerebbero non solo le donne (che, rappresentando meta della popolazione, dovrebbero pur sempre essere un gruppo d’interesse non trascurabile), ma l’intera società, rendendola più produttiva e più fertile.

Le donne e i partiti: quello che l’America ci può insegnare

6 Ago

Un mio articolo sull’ Huffington Post Italia.

La scorsa settimana negli Stati Uniti, Democratici e Repubblicani hanno lanciato le rispettive “agende rosa”, cioè due programmi tesi a promuovere le pari opportunità di genere e fomentare la partecipazione politica femminile. Alla base per entrambi c’è il desiderio di accattivarsi un elettorato femminile che si è visto essere sempre più importante nel corso delle ultime elezioni.

Nancy Pelosi, Leader della Minoranza al Congresso, ha presentato l’“Agenda Economica per Donne e Bambini”, che introduce proposte di legge su alcuni punti considerati chiave dalle americane. Tra loro: equo salario, giorni di malattia e di maternità/paternità garantiti (gli Stati Uniti sono uno dei tre Paesi al mono e l’unico del mondo sviluppato a non prevedere il congedo di maternità obbligatorio) e accesso a servizi per l’infanzia dal costo abbordabile (il costo medio per un anno di nido negli Stati Uniti è tra i $4,000 e i $12,000. A New York, poi, si aggira sui $20,000). Per i Democrats, la volontà di arrivare all’elettorato femminile attraverso candidate donne e programmi ad hoc non è nuova. Già dal 1985, l’organizzazione di donne Emily’s List si adopera per far eleggere candidate favorevoli ai diritti riproduttivi all’interno del Partito Democratico, raccogliendo fondi per le loro campagne e unificando l’elettorato femminile intorno a loro.

Per i Repubblicani, Sharon Day, Co-Presidente del Republican National Committee, ha lanciato il progetto “Crescere”, teso a far aumentare di 150 il numero (e quindi il peso relativo e assoluto) delle donne nel partito.

In anticipo rispetto alle prossime elezioni presidenziali ma a pochi mesi da molte elezioni statali, i partiti americani vogliono quindi avvicinarsi all’elettorato femminile, chiave in quanto rappresenta una parte importante dello “swing vote”, cioè quel voto che può’ cambiare da elezione a elezione, a seconda dei programmi e delle performance dei partiti.

All’indomani del lancio dell’agenda democratica per le donne, il 90% dell’elettorato americano si diceva favorevole a politiche per il salario equo, 75% in favore all’aumento dei servizi per l’infanzia e il 72% in favore dell’espansione di politiche per il congedo di maternità/paternità e malattia. Parlare alle donne, insomma, conviene e la politica americana ne è oggi più che mai consapevole.

In Italia, purtroppo, l’elettorato femminile rimane una risorsa poco utilizzata, non solo dalle gerarchie di partito, ma soprattutto dalle stesse donne, spesso incapaci di organizzarsi per pretendere dalla politica soluzioni ad una condizione femminile che ci vede ultimi in Europa.

Il Movimento se Non Ora Quando ha rappresentato un primo tentativo in questo senso, ma non è stato in grado di far assimilare pienamente le proprie richieste dai partiti, ne’ di convincere le italiane a pretendere un’ “agenda rosa” dai propri candidati. O dalle proprie candidate, alle volte utilizzate le donne in modo strumentale (le donne, spesso, portano voti), senza nessuna strategia politica al femminile alle spalle. Come si spiegherebbe, altrimenti, che nel parlamento attuale, che vanta il più alto numero di donne nella storia del Paese, non ci sia ad oggi un Ministro che si occupi a tempo pieno di pari opportunità?

Cosa dovrebbe fare allora l’elettorato femminile?

Per esempio, rifiutarsi di votare partiti e candidati che non includano il potenziamento dei servizi per l’infanzia nel loro programma. Oppure controllando presenze e astensionismi in occasioni di votazioni chiave, quali la ratifica della Convenzione di Istanbul e la difesa della legge 194, per menzionarne un paio. O anche solo verificando quante volte si parli di donne nei programmi dei partiti: nelle scorse elezioni, due dei tre partiti che hanno raccolto più voti non ci menzionavano neanche.

Gli Stati Uniti come in Italia, nella politica dei numeri le donne contano. I partiti hanno iniziato a accorgersene, le donne, purtroppo, ancora no e solo quando lo faranno le cose inizieranno a cambiare davvero.

Perchè l’Italia ha bisogno di un Ministro delle Pari Opportunità Full-Time

17 Lug

Un mio articolo su iMille

107PalazzoChigiNonostante le buone intenzioni, il numero record di donne in parlamento e l’ottimo lavoro iniziato da Josefa Idem, sembra che le pari opportunità debbano cadere vittima dell’austerity, o meglio di una classe politica che, in buona parte, vede ancora l’agenda di genere come non proprio indispensabile, o addirittura superflua. La decisione del Governo Letta di accorpare due ministeri diversi come quello dello Sport e quello delle Pari Opportunità aveva rappresentato un segnale di questa direzione, ora purtroppo riconfermato dalla scelta di non sostituire il Ministro dimissionario Idem.

Chiariamolo: non è che non si possa promuovere l’uguaglianza di genere anche senza un ministero. Negli Stati Uniti, per esempio, pur nell’assenza di una “segreteria di stato” (il corrispondente americano dei nostri ministeri) apposita, le pari opportunità sono sostenute e garantite da tutta una serie di istituzioni pubbliche che, con bilancio adeguato e personale dedicato, sia a livello federale che statale, si occupano capillarmente di questo tema, come parte delle stesse segreterie o complementarmente a esse.

Nel caso italiano, però, un Ministro delle Pari Opportunità dedicato unicamente a questo tema è altamente preferibile, alla luce della drammaticità di una condizione femminile che ci vede tra gli ultimi in classifica nel mondo occidentale e di un sistema politico in cui l’assenza di un Ministro competente generalmente implica la condanna a morte (per lo meno politica) di un settore.

Il Ministro Idem ha fatto in modo che di donne e uguaglianza si parlasse molto, in Parlamento e fuori. Con l’istituzione di una task force e un osservatorio per affrontare violenza sulle donne e femminicidio, ha poi iniziato un lavoro importante, la cui continuità è ora in pericolo. Josefa Idem ha infine rappresentato, anche se brevemente, un modello femminile di riferimento in una posizione governativa chiave.

La decisione di non sostituire il Ministro uscente ma ripartirne le funzioni rappresenta, quindi, anche in un contesto di austerity, un errore da parte del governo, come sostengono il Movimento Se Non Ora Quando e la Conferenza Nazionale delle Democratiche. Secondo Roberta Agostini, Responsabile delle Politiche per le Donne del Partito Democratico: “Le donne stanno pagando pesantemente la crisi e le politiche di risanamento, ma sono anche una risorsa straordinaria per uscire dalla crisi. Tra le politiche per la crescita ci sono gli investimenti sulle infrastrutture, che non sono solo strade e ponti, ma anche tutti quei servizi, dai nidi a quelli per la non autosufficienza, la cui assenza oggi pesa soprattutto sulla vita delle donne. Le politiche per la conciliazione, poi, servono a tutti, uomini e donne, per affermare un equilibrio tra vita familiare e vita lavorativa, e servono in particolare a tutte quelle donne italiane che oggi si fanno carico, come sappiamo, di un numero di ore lavorate superiore a quello degli uomini e superiore a quello delle altre donne in Europa. C’è un patrimonio di competenze femminili oggi sprecato e sottoutilizzato, sul quale investire per il futuro del paese”.

Le donne sono, insomma, una risorsa che, proprio in tempi di austerity, dovrebbe essere centrale. La nostra economia non funziona anche perché è incapace di utilizzare questa enorme risorsa, continuando a funzionare come una bicicletta che cerca di andare avanti, anche in salita, con una gomma sempre sgonfia.

Investire nelle donne conviene, ora più che mai, a cominciare dalla politica, dove sono necessarie donne capaci di ispirare le nuove generazioni e apportare cambiamenti sostanziali alla condizione femminile nel nostro Paese. Non è un compito facile. Senza un Ministro delle Pari Opportunità, poi, diventa improbabile.

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