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Besame Mucho

10 Giu

besame_copTante sono le cose belle che mi ha portato questo blog. Le più belle sono state le amicizie inaspettate con donne meravigliose e appassionate, come Marina Catucci.

Quando ho intervistato Marina l’anno scorso per un articolo sul suo progetto sulla violenza sulle donne vista dal punto di vista degli abuser, mi ha colpito la tenacia, la dedicazione e la passione con cui Marina si era buttata nell’ideazione e produzione di questo progetto. Tenacia e dedicazione che sono solo aumentate nell’ultimo anno, in cui Marina ha continuato a cercare faticosamente fondi per completare la produzione di Besame Mucho, un documentario che analizza la violenza sulle donne entrando nelle menti degli abuser. Da chi la violenza, quindi, la fa. Non per giustificare, ma per capire e cercare di trovare soluzioni un problema che e’ sociale ancora prima che criminale.

Per affrontare, quindi, un problema che viene spesso descritto come irrisolvibile, Marina ha deciso di guardare all’ufficio per la prevenzione della violenza domestica dello Stato di New York, dove alcune risposte sono state trovate e hanno fatto la differenza per migliaia di donne e di uomini, a cominciare dalla creazione di programmi di recupero obbligatorio per i violenti.

Il resto ve lo vorrebbe raccontare Marina con lo strumento professionale più efficace che ha a sua disposizione: un documentario. Per il quale, pero’, non riesce a trovare fondi (le mancano 26,000 dollari per completare il progetto), perché senza far vedere donne vittimizzate, maltrattate, piangenti, secondo molti produttori un documentario così non va da nessuna parte. Nonostante un evento con Serena Dandini a New York e una cartella stampa che farebbe invidia a un blockbuster, Besame Mucho non riesce a partire, vittima forse di mancanza di fondi che sono indice di una crisi forse morale, ancora prima che economica.

Potete aiutare il progetto Besame Mucho in tanti modi, con donazioni anche piccole. Scrivete a Marina (marina@catucci.info) per saperne di più o, se siete a New York, andando al suo fundraiser l’11 giugno. Non solo aiuterete la produzione di un documentario italiano indipendente su un tema di grande rilevanza sociale e politica, ma vi metterete dalla parte di chi vuole vedere soluzioni e non problemi. Chi le donne le vuole vedere forti e piene di vita, non maltrattate e vittimizzate.
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Prevenire il femminicidio è possibile. L’esperienza americana e il DDL sul femminicidio

14 Ago

Un mio articolo su l’Huffington Post Italia

E’ possibile pensare che se il quadro normativo fosse stato diverso, almeno qualcuna delle oltre 80 donne uccise da inizio anno nel nostro Paese avrebbe potuto essere salvata?

E’ una domanda che ci facciamo oggi, dopo la scoperta dell’ennesimo femminicidio, come se l’è fatta Kelly Dunne in Massachusetts nel 2002, a seguito dell’omicidio di una donna che solo pochi giorni prima si era rivolta al Centro Antiviolenza dove la Dunne lavorava. La sua risposta è stata sì e da allora la Dunne si è fatta promotrice di un sistema di prevenzione dei femminicidi esito di violenza domestica che è stato nazionalmente riconosciuto per la sua efficacia: le comunità in cui si applica hanno infatti ridotto a zero il numero di crimini di questo tipo.

Il modello disegnato dalla Dunne si basa sul concetto di “prevedibilità” e quindi “prevenibilità” di questi omicidi, raramente il frutto di un “raptus” isolato e inaspettato e quasi sempre, invece, preceduti da numerosi episodi di violenza fisica e psicologica nei confronti della vittima. Secondo Mary Lauby, infatti, Direttrice della Coalizione contro la Violenza Domestica e Sessuale del Massachusetts “Se esiste un tipo di omicidio che si può prevenire, è proprio quello frutta della violenza domestica, perché è l’unico in cui si conoscono in anticipo sia il carnefice che la vittima”. A partire da questa consapevolezza, il modello della Dunne promuove un approccio in tre fasi:

  1.  Analisi della situazione per stabilire l’intensità del rischio, a partire da vari fattori, quali: esistenza e intensità di precedenti episodi di violenza, uso di sostanze stupefacenti e alcolismo da parte del carnefice, presenza di abusi verbali e minacce, porto d’armi.
  2. Creazione di una task force composta da rappresentanti delle forze di polizia, delle vittime e dei programmi di recupero dei violenti (la cui frequentazione è obbligatoria per chi è stato riconosciuto dalla legge colpevole di questo tipo di crimini), con il compito di monitorare in tempo reale i casi di violenza domestica considerati ad alto rischio. Il monitoraggio si intensifica, poi, qualora esistano dei cambiamenti importanti nella vita della vittima o del carnefice, per esempio una nuova gravidanza, la perdita del lavoro, la rottura della relazione. E’, infatti, spesso, a partire da questi cambiamenti che si scatenano nuovi livelli di violenza.
  3. Allontanamento dell’uomo violento dalla casa con divieto di avvicinarsi alla vittima e, in presenza di alto rischio, detenzione immediata in attesa del processo o obbligo di indossare il braccialetto GPS.

E’ evidente che l’applicazione di un modello di questo tipo richiede tre condizioni: la disponibilità di risorse finanziare, la volontà degli attori istituzionali e il convincimento che gli omicidi nati dalla violenza domestica possono e devono essere fermati.

Non tutte queste condizioni esistono ancora in Italia, ma anche da noi si sta facendo avanti la consapevolezza che la violenza domestica e gli omicidi da essa scaturiti sono un grave problema, se non altro, di sicurezza pubblica. Il pacchetto di sicurezza recentemente approvato dal Consiglio dei Ministri, pur con tutti i suoi limiti, ampiamente (e giustamente) descritti da tante, ha un profondo valore simbolico e rappresenta un segno importante in questa direzione.

Parliamoci chiaro: è vero che, come scrivono in molte, la repressione non basta. Poiché la violenza di genere nasce come problema culturale, sono necessari interventi a livello educativo nelle scuole, nelle caserme, nei media e nella società nel suo congiunto. E’ altresì necessario studiare l’efficacia dei programmi di recupero dei violenti, riformare la giustizia (per garantire agilità dei processi e sicurezza della pena) e migliorare l’occupazione femminile. E via discorrendo.

E’ anche vero, però, che, oggi, migliaia di donne italiane sono maltrattate dai loro compagni e rischiano di essere da loro uccise domani. Queste donne non possono aspettare che le campagne educative nelle scuole diano frutto e i dati di un osservatorio sul femminicidio vengano interpretati.  Seppure la violenza domestica, come l’omofobia, siano infatti problemi complessi che hanno la loro origine nel culturale, le loro conseguenze si vedono, purtroppo, anche nella sicurezza pubblica, pertanto anche in questo campo vanno contrastate.

Le vite delle donne vanno salvate e protette, da subito, anche con l’applicazione di norme repressive che allontanino i carnefici e mettano al sicuro le vittime (incluse le immigrate clandestine), come previsto dal pacchetto di sicurezza.

Come dice Valeria Fedeli, tra le fondatrici di Se Non Ora Quando e Vice Presidente PD del Senato: non possiamo aspettare o dubitare neanche un secondo. Cronache di morti annunciate ne abbiamo viste fin troppe.

Pubblicità, violenza e studi di genere. Ne parla Laura Corradi

7 Giu

Per definirsi femministe in Italia oggi ci vogliono molto coraggio, un cuore generoso e conoscenza dei fatti. Tutte doti che Laura Corradi, Ricercatrice e docente di Studi di Genere nell’Università della Calabria, ha da vendere. Oltre al femminismo, io e Laura abbiamo in comune l’esperienza dell’America e l’impazienza per una società che, nei temi di genere, va avanti ancora troppo lentamente. Anche a causa di un immaginario collettivo dettato, tra le altre cose, da immagini pubblicitarie che relegano le donne a ruoli limitanti e stereotipati. Di questo e di altro parla Laura nel suo libro ‘Specchio delle sue brame. Analisi socio-politica delle pubblicità: classe, razza, genere, età ed etero-sessismo”, pubblicato da Ediesse. E visto che nessuno meglio di Laura sa parlare di questo tema, ho deciso di farle qualche domanda e dare la parola a lei.

Grazie a documentari come Il Corpo delle Donne, Videocracy, a ricerche e libri come il tuo, oggi esiste un’aumentata consapevolezza del ruolo delle pubblicità nel diffondere e fomentare una visione delle relazioni di genere che limita, umilia e talvolta addirittura cancella le donne. Trovi che questa consapevolezza si sia tradotta in un miglioramento dell’offerta pubblicitaria quanto a immagine femminile?

Sicuramente i pubblicitari sono molto sensibili riguardo ciò che viene detto e scritto sul loro operato. Improvvisamente hanno resuscitato le top-model degli anni 80 – una modella ventenne per una crema antirughe è poco credibile. La Nutella ha scoperto che esistono anche bambine di colore, i mobilifici che mettono su casa anche le coppie non eterosessuali e le disabili arrivano a sfilare sulle passerelle della moda. Tutto ciò è buona educazione – hanno letto le critiche e si sono impegnati a dare un’immagine del nostro paese più civile e meno ridicola. Ma la maggior parte delle pubblicità – sulle quali si spendono milioni di euro (che noi paghiamo nel prezzo dei prodotti) è ancora marcatamente fondata su stereotipi di genere, razza e sessuali – un mondo dove tutti sono giovani, ricchi e spensierati. E fanno ancora uso sproporzionato di corpi (anche di bambini/e) e sentimenti – anche attraverso l’ipnosi come spiega il libro di Daniele Chiolo. Si tratta di un consumo obbligatorio di immagini e suoni a cui siamo sottoposte/i quotidianamente e continuativamente, il che implica un livello serio di manipolazione di massa specie nei confronti delle persone giovani.

Violenza sulle donne e femminicidio stanno assumendo, giustamente, un ruolo centrale nell’agenda per le pari opportunità di questo governo. Al di là dei singoli casi eclatanti (vedi gli oramai tristemente famosi cartelloni pubblicitari di una marca di stracci), qual è in generale il ruolo della pubblicità nel fomentare una cultura di violenza?

Molte pubblicità si fondano sul binomio sesso e violenza – come nei film la ragione è semplice: attira l’attenzione. Continuare a riprodurre tali immagini contribuisce a sdoganare l’idea che sesso+ violenza sia ok, rafforzando atteggiamenti e comportamenti nei confronti delle donne i cui effetti sono sotto i nostri occhi. E’ chiaro che anche le pubblicità sono un prodotto delle nostre società patriarcali che mal-reagiscono ai processi molteplici di liberazione delle donne. Ma si può sempre scegliere se stare dalla parte del problema o dalla parte della soluzione.

La Ministra Josefa Idem, ha proposto recentemente ”alte sanzioni pecuniarie per tutte le pubblicità lesive dell’immagine della donna”. Pensi che sia una buona idea? Quali altre politiche proporresti?

Le sanzioni pecuniarie sono sempre un buon argomento – specie per chi maneggia così tanti soldi. Ci sono tante cose che si possono fare – la censura come si è visto non funziona. In primo luogo l’empowerment delle ragazze e delle donne, e poi progetti mirati ad una maschilità differente, che non sbava sulle veline, che non crede nella forza muscolare, che si interroga sui cambiamenti in atto nei rapporti di potere fra i generi e sulla loro costruzione sociale.

In Calabria vi è stato un recente femminicidio particolarmente cruento – alcuni lo hanno letto come un fenomeno che ha articolazioni anche etniche altri ritengono che un omicidio è un omicidio e il luogo dove avviene non ha alcuna importanza. Tu cosa pensi?

Sono vere entrambe le cose al 50% – da una parte è innegabile che l’uccisione di ogni donna abbia elementi comuni con l’uccisione di altre donne  – che  riguardano il patriarcato nelle sue varie forme. Dall’altra vi sono gli aspetti più legati appunto alle ‘varie forme’ ovvero alle dinamiche del luogo, un tema di cui mi sto occupando. Non possiamo pensare che le differenze etniche, culturali, geografiche siano importanti quando studiamo ad esempio la salute e non quando studiamo la violenza.

Puoi farmi un esempio?

C’è un villaggio indiano che frequento da quasi venti anni – dove ho avuto modo di misurare i cambiamenti che si succedono velocemente anche a causa del neoliberismo. Dall’ultimo viaggio sono rientrata sconvolta: una mia amica è stata bruciata viva – non sono riuscita a parlarne con nessuno/a dei miei colleghi/e qui. Ho sofferto molto – come ha potuto succedere una cosa simile ad una persona come lei , in un luogo pacifico come quello? Mentre ero lì ho capito in maniera chiara che non si può parlare di violenza sulle donne in maniera avulsa dal contesto, generalizzando il genere … Nel caso della mia amica ho scoperto, seppure ‘invisibile’ socialmente, il dilagare dell’uso di alcol fra i giovani maschi che è stato un elemento scatenante di quella tragedia e che sta diventando una sub-cultura importante, che sfugge alle regole del patriarcato locale.  Se la nostra ricerca va nella direzione della prevenzione, e non si ferma alla semplice denuncia, allora è importante capire anche la varianza locale di questi fenomeni – il luogo, la cultura locale, la classe delle persone coinvolte: nel caso di Corigliano stupisce soprattutto l’età dell’assassino, oltre che quella della vittima. La Calabria è anche una storia di prevenzione mancata – possiamo dire che c’è qualche nesso tra l’uccisione di una adolescente da parte di un adolescente e il fatto che un centro antiviolenza come il Roberta Lanzino langue senza fondi …

Quest’anno il tuo corso di Studi di Genere era stato cancellato ma la lotta degli studenti e una raccolta di firme internazionale ha avuto successo e il corso è stato ripristinato. E’ il segno che qualcosa sta cambiando, in meglio?

Sono rimasta sorpresa dalla reazione delle studentesse che si sono mobilitate con determinazione – e dalla solidarietà espressa da colleghe in tutto il mondo. Mi hanno commossa le centinaia di mail da parte di ex studentesse che mi hanno detto quanto importante fosse stata per loro l’esperienza del corso sia a Rende che a Crotone dove ho insegnato per anni. Per la prima volta sentivano parlare di temi quali la violenza sessuale, pedofilia e incesto, prostituzione, anoressia, molestie … Ma anche il femminismo di ieri e quello di oggi, il fatto che siamo capaci di agire e reagire. Ora c’è più consapevolezza che questi corsi sono necessari – sia per le competenze specifiche, per la formazione di professionisti/e, sia per il cambiamento culturale che promuovono: gli studi di genere dovrebbero essere istituiti in ogni corso di laurea.

Cosa dovrà la Task Force sulla Violenza di Genere (in tre punti)

6 Mag

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Anche grazie alla presenza di donne forti al governo come la Boldrini e la Idem, stavolta sembra che il Governo voglia finalmente affrontare in modo serio e trasversale la violenza di genere che colpisce una donna su tre nel nostro Paese, nonché moltissime persone gay e trans. In questo contesto, una Task Force interministeriale rappresenta una scelta estremamente saggia. Affinché abbia successo, della Task Force dovranno fare parte non solo i ministeri di Giustizia e Interno, ma anche Istruzione, Economia, Integrazione, Lavoro e Salute, perché è impensabile che una donna possa liberarsi da una situazione di violenza se non gode di autostima, istruzione, autonomia economica, accesso ai servizi di salute e libertà di denunciare i suoi carnefici (a prescindere dal proprio status migratorio).

Cosa dovrà fare questa Task Force? Fortunatamente, non si tratta di reinventare l’acqua calda, ma basta studiare le raccomandazioni esistenti e compilate da Nazioni Unite, Unione Europea e ONG come D.i.Re, magari guardando anche alle migliori pratiche mondiali, per agire su tre fronti.

1.     Una nuova legge sulla violenza di genere e le altre norme necessarie

Attualmente, la normatività sulla violenza sulle donne è frammentata e si evince da tre principali: la legge 66 del 1996 (violenza sessuale), la legge 154 del 2001 (violenza domestica) e la legge 38 del 2009 (stalking).

Per facilitare informazione, interpretazione, diffusione e applicazione è necessario promulgare una legge unitaria sulla violenza di genere, che includa un’aggravante per i crimini di odio legati all’identità o al ruolo di genere (includendo omofobia e transfobia, ma non solo). La legge dovrà anche includere previsioni specifiche riguardanti l’affidamento dei figli nei casi in cui la madre sia vittima di violenza domestica, riconsiderando l’opportunità della custodia congiunta e una protezione speciale per le vittime di violenza sessuale (all’americana), intesa a impedire agli accusati di usare la condotta sessuale passata delle vittime contro di loro durante i processi.

Ma non basta. Sempre da un punto di vista normativo, il parlamento si deve adoperare per l’immediata approvazione della legge sul divorzio breve. A livello internazionale, poi, è necessaria l’immediata ratifica della Convenzione di Istanbul (di cui ha parlato la Boldrini ultimamente), ma anche la firma e ratifica della Convezione Europea sulla Compensazione alle Vittime di Crimini Violenti.

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Guardando la violenza attraverso i suoi occhi

20 Apr

Una delle ragioni per cui non abbiamo ancora trovato soluzioni alla violenza sulle donne è che spesso perdiamo tempo partendo dall’effetto, invece che dalla causa, responsabilizzando la vittima, invece che il carnefice. E’ così che si insegna alle donne a non vestirsi in un certo modo o parlare con certe persone, invece di insegnare agli uomini a rispettare le donne.

Lo hanno capito Marina Catucci e Roberto Vincitore, che ho incontrato qualche giorno fa a New York per parlare di  Besame Mucho, il documentario che stanno preparando per analizzare la violenza sulle donne dalla prospettiva di chi la fa.  Un’idea scomoda sicuramente, ma innovativa e assolutamente necessaria.

Secondo dati dell’ONU, una donna su tre in Italia è vittima di violenza e nella maggior parte dei casi non denuncia chi l’abusa. Senza parlare delle vittime di violenza psicologica o verbale. Per la sua pervasività, è chiaro che la violenza sulle donne non è un crimine isolato, ma rappresenta una malattia dell’intera società e come tale va affrontata, cercando una cura a partire (anche) dalle menti  dei carnefici.

Da qualche parte cercano già di farlo. Sulla pagina web dell’ufficio per la prevenzione della violenza domestica dello Stato di New York c’è una sezione speciale dedicata a “capire chi abusa”. Non giustificare, non assolvere, ma capire. Per fare sì che oltre ad essere puniti, i violenti si responsabilizzino delle proprie azioni ed inizino un cammino di recupero, attraverso, per esempio, la partecipazione obbligatoria a programmi di riabilitazione psico-comportamentale. Non tutti sono convinti dell’effettività di questi programmi. Alcuni ne questionano l’impatto, altri sostengono sia necessario integrarli con altre azioni, tese al coinvolgimento della comunità e al reinserimento lavorativo. Quello che è certo è che è impossibile pensare di risolvere un problema cosi pervadente come la violenza domestica solo con programmi punitivi.

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Santa Sede e Iran insieme contro le donne all’ONU

4 Apr
http://www.unwomen.org/wp-content/ uploads/2013/03/Cheryl-Saban-and-Ms.-Puri.jpg

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Una volta l’anno, le sale dell’ONU a New York si riempiono di donne da tutto il mondo, membri di governo o della società civile, che vengono a negoziare in occasione della riunione della Commissione sullo Stato delle Donne (CSW per la sua sigla in inglese). Ci sono le africane, spesso con vestiti tradizionali bellissimi ma pericolosamente inadatti alle temperature ghiacciate del marzo newyorkese; le indigene andine meravigliosamente colorate e tutte le altre, in tailleur scuro e tacchi le neofite, scarpe comode per quelle che qui ci sono già venute e conoscono le estenuanti giornate di riunioni e negoziazioni fino a notte fonda che le aspettano. Un paio di volte, ci sono stata anch’io.

Stabilita da una risoluzione dell’ECOSOC nel 1946, la CSW è il principale organismo per le politiche globali sull’uguaglianza di genere. I rappresentanti di 45 Stati Membri (scelti a rotazione sulla base della distribuzione geografica) si riuniscono ogni anno a New York per valutare i progressi compiuti verso l’uguaglianza di genere, identificare le lacune, mettere in luce le buone pratiche globali e preparare “conclusioni concordate” su un tema prioritario. Le conclusioni contengono valutazione sui progressi compiuti e raccomandazioni per i governi, gli organismi intergovernativi e le ONG.

Anche se non vincolanti, queste raccomandazioni servono in genere da linee guida per la cooperazione internazionale, dettando i temi prioritari in cui verranno investite le risorse internazionali, in particolare quelle delle agenzie ONU. Nazionalmente, poi, le conclusioni sono utilizzate come strumento di advocacy per chiedere ai governi il tornaconto su quanto dichiarato in questa sede. In questo contesto, le ONG giocano qui un ruolo fondamentale, facendo pressione giorno e notte sui rappresentanti governativi affinché le conclusioni includano un linguaggio favorevole alle tematiche di loro interesse.

La 57esima riunione della CSW si è svolta a New York dal 4 al 15 marzo di quest’anno ed ha avuto come tema prioritario l’eliminazione di tutte le forme di violenze sulle donne e le ragazze. Invece di essere un luogo di scambio di idee e buone pratiche, la riunione si è presto trasformata nel campo di battaglia di idee e visioni del ruolo della donna (e del mondo) profondamente diversi. Forse come contraccolpo ai progressi sull’uguaglianza ottenuti negli ultimi anni, il livello di conservativismo sociale e religioso espresso da alcuni Stati durante le negoziazioni è stato senza precedenti.

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La violenza sulle donne è un problema nostro

11 Gen

candles-64177_640 Il mio pezzo su Italians di oggi, sulla violenza sulle donne.

Caro Beppe, cari e care Italians, lo stupro e il femminicidio di “Damini” a New Delhi ha fatto iniziare un dibattito assolutamente necessario, in India e in tutto il mondo, sulla violenza sulle donne, in particolar modo quella sessuale. Eppure la forma che questo dibattito ha preso rischia di portarci più lontano invece che più vicino alla soluzione del problema. In India come da noi, le violenze sessuali e i femminicidi per mano di estranei sono terribili eccezioni. Molto comuni, invece, sono i casi di violenza sessuale e violenza di genere all’interno della coppia e della famiglia, nel silenzio delle quattro mura. Con i vicini che non sentono, le vittime che non parlano e i media che non s’interessano. E anche se le pene esemplari sono importanti da un punto di vista simbolico, non risolvono il problema alla radice; tanto meno per la pena di morte, per ragioni non solo morali ma anche pragmatiche, come aveva capito Beccaria più di due secoli fa. In realtà, l’unica reale risposta all’epidemia rappresentata dalla violenza sulle donne è l’educazione. Nelle caserme, dove le forze dell’ordine devono essere saper affrontare le donne vittime di violenza, anche se sono clandestine o prostitute. Nell e scuole, dove i bambini e le bambine devono imparare che la violenza di genere non può e non deve essere tollerata o giustificata. E nei media, che non possono tentennare nel denunciare la violenza di genere, anche se a subirla sono prostitute, immigrate, o magari ragazze con vestiti troppo attillati. In un certo senso, è facile indignarsi per l’orrore del crimine contro “Damini”. Meno facile è affrontare il fatto che violenza sessuale e femminicidi non sono un problema indiano. Sono un problema italiano, che solo noi possiamo risolvere, a partire dalle nostre caserme, le nostre scuole e le nostre case.

Violenza Sulle Donne: Ma in che Paese Viviamo?

3 Gen

IMG_1432“Un rapporto sessuale negato, per questo Parolisi uccide la moglie”, titola oggi Il Corriere della Sera.

Mi viene da pensare: ma in che secolo viviamo? Ma in che Paese viviamo? Pensandoci bene, però, non mi sorprendo.

Secondo un rapporto delle Nazioni Unite sull’Italia del giugno 2012, la violenza di genere continua a rappresentare la forma di violenza più pervasiva nel nostro paese, con centinaia di vittime e decine di femminicidi ogni anno. Alla base di questa violenza c’è la volontà di punire e alle volte perfino eliminare fisicamente donne che non rispettano il ruolo attribuito loro dai propri carnefici, magari rompendo una relazione o rifiutando un rapporto sessuale. La passione non c’entra, e meno male che almeno da un punto di vista legale lo abbiamo accertato. I vestiti attillati neppure c’entrano, anche se alcune persone malvage fanno fatica ad accettarlo. C’entra invece una società che ha la tendenza, vista crescere negli anni del Berlusconismo, a rappresentare la donna “a servizio” e “in funzione” dell’uomo. Complici di questa rappresentazione sono stati la televisione (giovani donne in costume da bagno che danzano intorno a uomini in giacca e cravatta), la politica (ex modelle che diventano ministro) e una stampa alle volte ipocrita, disposta minimizzare la gravità delle violenze quando a subirle è un’immigrata o magari una prostituta.

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Unlikely Diplomat

Namaste, New Delhi!

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Il blog della case editrice Settenove (www.settenove.it): un progetto di prevenzione alla violenza di genere • un impegno contro la discriminazione • un contrasto agli ostacoli culturali • una proposta di nuovi linguaggi • pari opportunità tra le persone • diritti, rispetto, collaborazione • www.facebook.com/settenove.it • www.twitter.com/ed_settenove

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La sociologia: uno sguardo critico sulla realtà

Uno sguardo critico sulla realtà

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Laboratorio di libero pensiero e azione politica

Michela Marzano

Se non avessi attraversato le tenebre, forse non sarei diventata la persona che sono oggi. Forse non avrei capito che la filosofia è soprattutto un modo per raccontare la finitezza e la gioia

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