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Santa Sede e Iran insieme contro le donne all’ONU

4 Apr
http://www.unwomen.org/wp-content/ uploads/2013/03/Cheryl-Saban-and-Ms.-Puri.jpg

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Una volta l’anno, le sale dell’ONU a New York si riempiono di donne da tutto il mondo, membri di governo o della società civile, che vengono a negoziare in occasione della riunione della Commissione sullo Stato delle Donne (CSW per la sua sigla in inglese). Ci sono le africane, spesso con vestiti tradizionali bellissimi ma pericolosamente inadatti alle temperature ghiacciate del marzo newyorkese; le indigene andine meravigliosamente colorate e tutte le altre, in tailleur scuro e tacchi le neofite, scarpe comode per quelle che qui ci sono già venute e conoscono le estenuanti giornate di riunioni e negoziazioni fino a notte fonda che le aspettano. Un paio di volte, ci sono stata anch’io.

Stabilita da una risoluzione dell’ECOSOC nel 1946, la CSW è il principale organismo per le politiche globali sull’uguaglianza di genere. I rappresentanti di 45 Stati Membri (scelti a rotazione sulla base della distribuzione geografica) si riuniscono ogni anno a New York per valutare i progressi compiuti verso l’uguaglianza di genere, identificare le lacune, mettere in luce le buone pratiche globali e preparare “conclusioni concordate” su un tema prioritario. Le conclusioni contengono valutazione sui progressi compiuti e raccomandazioni per i governi, gli organismi intergovernativi e le ONG.

Anche se non vincolanti, queste raccomandazioni servono in genere da linee guida per la cooperazione internazionale, dettando i temi prioritari in cui verranno investite le risorse internazionali, in particolare quelle delle agenzie ONU. Nazionalmente, poi, le conclusioni sono utilizzate come strumento di advocacy per chiedere ai governi il tornaconto su quanto dichiarato in questa sede. In questo contesto, le ONG giocano qui un ruolo fondamentale, facendo pressione giorno e notte sui rappresentanti governativi affinché le conclusioni includano un linguaggio favorevole alle tematiche di loro interesse.

La 57esima riunione della CSW si è svolta a New York dal 4 al 15 marzo di quest’anno ed ha avuto come tema prioritario l’eliminazione di tutte le forme di violenze sulle donne e le ragazze. Invece di essere un luogo di scambio di idee e buone pratiche, la riunione si è presto trasformata nel campo di battaglia di idee e visioni del ruolo della donna (e del mondo) profondamente diversi. Forse come contraccolpo ai progressi sull’uguaglianza ottenuti negli ultimi anni, il livello di conservativismo sociale e religioso espresso da alcuni Stati durante le negoziazioni è stato senza precedenti.

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La Chiesa che non ama le donne

18 Feb

Si parla molto in questi giorni della lista dei papabili e, per fortuna, una certa diversità tra i candidati salta agli occhi. Diversità di colore, di etnia, di provenienza geografica, di lingua, di concezione stessa della Chiesa (anche se in modo limitato).  Eppure, non c’è diversità di genere: i candidati sono tutti uomini. Non ci stupiamo neanche: infondo è sempre stato cosi. Eppure, era sempre stato così anche nel parlamento italiano, fino al 1946, quando le donne hanno cambiato la Storia raggiungendo il diritto di voto attivo e passivo.

Anche la storia della Chiesa nel nostro Paese è piena di donne. Non solo sante e beate nei secoli scorsi, ma anche donne ordinarie di Guareschiana memoria che portavano avanti le piccole lotte domestiche per preservare i valori cattolici nelle loro famiglie. Come cantava Giorgio Gaber, il papà e lo zio potevano essere comunisti, ma la mamma mai. Invece la Chiesa, nonostante la retorica sul ruolo delle donne esemplificato dalla lettera alle donne di Giovanni Paolo II, non ama le donne. Come può’ uno stato in cui il potere decisionale appartiene totalmente agli uomini amare le donne? Come può’ un’istituzione con una completa segregazione delle figure professionali amare le donne? Come può’ un’organizzazione amare le donne, quando condanna l’aborto, anche quando la gravidanza è frutto di una violazione o mette a rischio la vita della donna?

Eppure la Chiesa non è solo questo. In Italia, la la maggior parte delle persone si dice cattolica, eppure prende posizioni chiaramente in contrasto con le istruzioni della gerarchia cattolica, dalla contraccezione all’aborto alla fecondazione artificiale. E non basta dire che questi non sono “veri” cattolici, così come non basta non essere d’accordo con i propri famigliari perché’ non siano più tali. L’appartenenza alla Chiesa non è un’opinione. Una volta battezzati, siamo parte dell’istituzione, indipendentemente dall’andirivieni della nostra fede. Ancora di più in Italia, dove, a prescindere dalla propria credenza religiosa, il cattolicesimo impregna la storia, la geografia, la mentalità e la coscienza della popolazione. Insomma, la Chiesa non appartiene alla sua gerarchia, ma a quei milioni di persone che si dicono cattolici, cosi come la politica non appartiene alla casta, ma ai cittadini.

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