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Qualcuna era femminista e pure comunista…

22 Giu
L'immagine non e' di mia cugina, ma le assomiglia. E' frutto del lavoro di Lara e la trovate qui: http://www.flickr.com/photos/laras_photos/2075903422/

L’immagine non e’ di mia cugina, ma le assomiglia. E’ frutto del lavoro di Lara e la trovate qui: http://www.flickr.com/photos/laras_photos/2075903422/

Erano i primi anni ottanta. La mia famiglia era democristiana. Come tale e come tante, credeva nella bontà di quei valori cattolici che sembravano dare ordine e senso alla vita nella piccola, benestante provincia italiana, fatta di famiglie con due figli, mare d’estate e pasticcini dopo la messa alla domenica. Eppure anche nella mia famiglia c’era una pecora nera, o diciamo grigia. Una cugina di mio padre, di quasi vent’anni più grande di me. La prima donna a laurearsi nel paesino abruzzese in cui era nata, mia cugina viveva da sola, leggeva, lavorava, non era sposata, fumava, parlava di politica e votava Partito Comunista (o, peggio, Radicale). Mia cugina era una femminista, insomma, che in punta di piedi metteva in dubbio le fondamenta di un sistema cattolico-patriarcale altrimenti imperante. Allora una ragazza, oggi una donna intelligente e fortissima, è stata una figura assolutamente determinante nella mia adolescenza.

Per lei e per milioni di altre donne italiane, sinistra (allora si diceva comunismo) e femminismo rappresentavano due facce delle stessa medaglia, la promessa di un’uguaglianza di fatto  e la chiave per raggiungere una società migliore. Da allora, tante cose sono cambiate. Il Partito Comunista ha cambiato nome, anche se molte delle facce sono sempre le stesse. Invece di femminismo, oggi parliamo di pari opportunità. In entrambi i casi, il cambiamento è avvenuto così, in modo un po’ frettoloso, forse senza le dovute spiegazioni, spesso perdendo la capacità di mantenere l’energia del passato.

Da allora, qualche piccolo progresso nella vita delle donne c’è stato, anche se siamo ancora ben lontani dalla parità economica, politica e sociale sognata dalle femministe e rivendicata oggi da movimenti come il Se Non Ora Quando. Secondo Roberta Agostini, Responsabile delle Politiche per le Donne del Partito Democratico, “tra i compiti di questa legislatura c’è anche quello di dare risposte ai movimenti di donne che hanno attraversato il paese. Noi siamo in una fase in cui le donne soprattutto le più giovani vogliono affermarsi anche nella vita pubblica ( e possibilmente senza rinunciare alla vita privata)”. Secondo Roberta, per il Partito Democratico “c’è stato un salto in avanti in termini di presenza femminile evidente. Nelle ultime elezioni amministrative con l’introduzione della doppia preferenza, nei consigli comunali il numero delle elette è aumentato notevolmente. A Roma passiamo da 1 a 7, a Brescia da 1 a 5,  ad Avellino da 0 a 5. Forse non stiamo conquistando i vertici, ma alcuni spazi si stanno aprendo. E’ una presenza raggiunta con grandi battaglie, dentro e fuori i partiti, che hanno promosso ed incontrato un cambiamento nella mentalità e nella cultura. Riconoscere questo cambiamento è molto importante, anche per capire come valorizzare ed investire questa forza.”

A ogni epoca le sue battaglie e le sue ambizioni. La mia generazione (quella delle trentenni, per intenderci) è forse più pragmatica di quella di mia cugina e invece di una rivoluzione sogna un cambiamento graduale, posizione per posizione, come quello di cui parla Roberta Agostini. Invece di femminismo, parliamo di democrazia paritaria e conciliazione, alcune di noi con un po’ di nostalgia per un tempo in cui donne e uomini avevano l’ingenuità e il coraggio di essere militanti di un partito, un movimento, o entrambi.

Mia cugina ha condiviso con me i suoi libri di Pavese, Vittorini e Oriana Fallaci. Alcuni non glieli ho mai restituiti e seguono nella mia libreria per ricordarmi il debito morale, intellettuale e affettivo che ho con lei e con le donne che hanno lottato per darci oggi una vita più degna e giusta. In parte, ci sono riuscite, in parte no, anche a causa di un sistema politico che sta imparando solo ora a valorizzare le donne. Il resto sta a noi farlo, partendo dai partiti, dalle istituzioni e forse ancora prima dalle case e se necessario dalle piazze.

E’ il 2013 e la piccola provincia l’ho lasciata da 17 anni e anche se vivo a New York, non fumo (più) e sono sposata, come mia cugina sono femminista. Mi sono addirittura iscritta a un partito di sinistra e sono segretario di circolo. La mia famiglia post-democristiana forse non è tanto contenta, mia cugina spero di sì.

Pubblicità, violenza e studi di genere. Ne parla Laura Corradi

7 Giu

Per definirsi femministe in Italia oggi ci vogliono molto coraggio, un cuore generoso e conoscenza dei fatti. Tutte doti che Laura Corradi, Ricercatrice e docente di Studi di Genere nell’Università della Calabria, ha da vendere. Oltre al femminismo, io e Laura abbiamo in comune l’esperienza dell’America e l’impazienza per una società che, nei temi di genere, va avanti ancora troppo lentamente. Anche a causa di un immaginario collettivo dettato, tra le altre cose, da immagini pubblicitarie che relegano le donne a ruoli limitanti e stereotipati. Di questo e di altro parla Laura nel suo libro ‘Specchio delle sue brame. Analisi socio-politica delle pubblicità: classe, razza, genere, età ed etero-sessismo”, pubblicato da Ediesse. E visto che nessuno meglio di Laura sa parlare di questo tema, ho deciso di farle qualche domanda e dare la parola a lei.

Grazie a documentari come Il Corpo delle Donne, Videocracy, a ricerche e libri come il tuo, oggi esiste un’aumentata consapevolezza del ruolo delle pubblicità nel diffondere e fomentare una visione delle relazioni di genere che limita, umilia e talvolta addirittura cancella le donne. Trovi che questa consapevolezza si sia tradotta in un miglioramento dell’offerta pubblicitaria quanto a immagine femminile?

Sicuramente i pubblicitari sono molto sensibili riguardo ciò che viene detto e scritto sul loro operato. Improvvisamente hanno resuscitato le top-model degli anni 80 – una modella ventenne per una crema antirughe è poco credibile. La Nutella ha scoperto che esistono anche bambine di colore, i mobilifici che mettono su casa anche le coppie non eterosessuali e le disabili arrivano a sfilare sulle passerelle della moda. Tutto ciò è buona educazione – hanno letto le critiche e si sono impegnati a dare un’immagine del nostro paese più civile e meno ridicola. Ma la maggior parte delle pubblicità – sulle quali si spendono milioni di euro (che noi paghiamo nel prezzo dei prodotti) è ancora marcatamente fondata su stereotipi di genere, razza e sessuali – un mondo dove tutti sono giovani, ricchi e spensierati. E fanno ancora uso sproporzionato di corpi (anche di bambini/e) e sentimenti – anche attraverso l’ipnosi come spiega il libro di Daniele Chiolo. Si tratta di un consumo obbligatorio di immagini e suoni a cui siamo sottoposte/i quotidianamente e continuativamente, il che implica un livello serio di manipolazione di massa specie nei confronti delle persone giovani.

Violenza sulle donne e femminicidio stanno assumendo, giustamente, un ruolo centrale nell’agenda per le pari opportunità di questo governo. Al di là dei singoli casi eclatanti (vedi gli oramai tristemente famosi cartelloni pubblicitari di una marca di stracci), qual è in generale il ruolo della pubblicità nel fomentare una cultura di violenza?

Molte pubblicità si fondano sul binomio sesso e violenza – come nei film la ragione è semplice: attira l’attenzione. Continuare a riprodurre tali immagini contribuisce a sdoganare l’idea che sesso+ violenza sia ok, rafforzando atteggiamenti e comportamenti nei confronti delle donne i cui effetti sono sotto i nostri occhi. E’ chiaro che anche le pubblicità sono un prodotto delle nostre società patriarcali che mal-reagiscono ai processi molteplici di liberazione delle donne. Ma si può sempre scegliere se stare dalla parte del problema o dalla parte della soluzione.

La Ministra Josefa Idem, ha proposto recentemente ”alte sanzioni pecuniarie per tutte le pubblicità lesive dell’immagine della donna”. Pensi che sia una buona idea? Quali altre politiche proporresti?

Le sanzioni pecuniarie sono sempre un buon argomento – specie per chi maneggia così tanti soldi. Ci sono tante cose che si possono fare – la censura come si è visto non funziona. In primo luogo l’empowerment delle ragazze e delle donne, e poi progetti mirati ad una maschilità differente, che non sbava sulle veline, che non crede nella forza muscolare, che si interroga sui cambiamenti in atto nei rapporti di potere fra i generi e sulla loro costruzione sociale.

In Calabria vi è stato un recente femminicidio particolarmente cruento – alcuni lo hanno letto come un fenomeno che ha articolazioni anche etniche altri ritengono che un omicidio è un omicidio e il luogo dove avviene non ha alcuna importanza. Tu cosa pensi?

Sono vere entrambe le cose al 50% – da una parte è innegabile che l’uccisione di ogni donna abbia elementi comuni con l’uccisione di altre donne  – che  riguardano il patriarcato nelle sue varie forme. Dall’altra vi sono gli aspetti più legati appunto alle ‘varie forme’ ovvero alle dinamiche del luogo, un tema di cui mi sto occupando. Non possiamo pensare che le differenze etniche, culturali, geografiche siano importanti quando studiamo ad esempio la salute e non quando studiamo la violenza.

Puoi farmi un esempio?

C’è un villaggio indiano che frequento da quasi venti anni – dove ho avuto modo di misurare i cambiamenti che si succedono velocemente anche a causa del neoliberismo. Dall’ultimo viaggio sono rientrata sconvolta: una mia amica è stata bruciata viva – non sono riuscita a parlarne con nessuno/a dei miei colleghi/e qui. Ho sofferto molto – come ha potuto succedere una cosa simile ad una persona come lei , in un luogo pacifico come quello? Mentre ero lì ho capito in maniera chiara che non si può parlare di violenza sulle donne in maniera avulsa dal contesto, generalizzando il genere … Nel caso della mia amica ho scoperto, seppure ‘invisibile’ socialmente, il dilagare dell’uso di alcol fra i giovani maschi che è stato un elemento scatenante di quella tragedia e che sta diventando una sub-cultura importante, che sfugge alle regole del patriarcato locale.  Se la nostra ricerca va nella direzione della prevenzione, e non si ferma alla semplice denuncia, allora è importante capire anche la varianza locale di questi fenomeni – il luogo, la cultura locale, la classe delle persone coinvolte: nel caso di Corigliano stupisce soprattutto l’età dell’assassino, oltre che quella della vittima. La Calabria è anche una storia di prevenzione mancata – possiamo dire che c’è qualche nesso tra l’uccisione di una adolescente da parte di un adolescente e il fatto che un centro antiviolenza come il Roberta Lanzino langue senza fondi …

Quest’anno il tuo corso di Studi di Genere era stato cancellato ma la lotta degli studenti e una raccolta di firme internazionale ha avuto successo e il corso è stato ripristinato. E’ il segno che qualcosa sta cambiando, in meglio?

Sono rimasta sorpresa dalla reazione delle studentesse che si sono mobilitate con determinazione – e dalla solidarietà espressa da colleghe in tutto il mondo. Mi hanno commossa le centinaia di mail da parte di ex studentesse che mi hanno detto quanto importante fosse stata per loro l’esperienza del corso sia a Rende che a Crotone dove ho insegnato per anni. Per la prima volta sentivano parlare di temi quali la violenza sessuale, pedofilia e incesto, prostituzione, anoressia, molestie … Ma anche il femminismo di ieri e quello di oggi, il fatto che siamo capaci di agire e reagire. Ora c’è più consapevolezza che questi corsi sono necessari – sia per le competenze specifiche, per la formazione di professionisti/e, sia per il cambiamento culturale che promuovono: gli studi di genere dovrebbero essere istituiti in ogni corso di laurea.

#festadellamamma: cosa celebrare e cosa rottamare

11 Mag

Secondo stime delle associazioni di negozianti, gli americani spenderanno quest’anno 20,7 miliardi di dollari in occasione della festa della mamma, cioè una media di 169,9 dollari per madre, per lo più in fiori, oggettini e ristoranti, che qui a New York, come in tante altre città, offrono domenica drink gratuiti e prezzi speciali per le mamme. L’anno scorso è stato più o meno lo stesso e così via da vari anni. Un bell’investimento, insomma. Ma investimento in cosa?

Non di certo nella valorizzazione delle donne (e delle mamme), che anche qui continuano ad essere il settore più vulnerabile della popolazione. In media più povere che gli uomini, spesso maltrattate, sono loro ad assumere anche la principale responsabilità’ della maternità, che qui non riceve quasi nessun appoggio in termini di politiche sociali (negli Stati Uniti il congedo di maternità garantito e gli asili nido pubblici non esistono).

Eppure la dimensione consumistica non è neanche la caratteristica peggiore della festa della mamma, per come si celebra oggi. La simbologia che si porta appresso, invece, in Italia come in America, è ben più pericolosa perché ci allontana, invece di avvicinarci, al raggiungimento delle pari opportunità tra uomini e donne.

Le mamme che si festeggiano domenica, nell’immaginario collettivo e nelle proposte dei media, non sono donne a 360 gradi che si muovono in una società moderna e vivono la maternità con tutte le sue complessità. Piuttosto, sono donne stile Cornelia  la madre dei Gracchi, tutte casa e famiglia, pronte a esibire i propri figli come i gioielli più belli e le uniche conquiste. Immagini fossilizzate che non rispecchiano quello che viviamo-o dovremmo aspirare a vivere-oggi.

Eppure altri modi di onorare la maternità sono non solo possibili, ma doverosi. Per esempio, perché domenica non celebriamo la volontà coraggiosa di quelle coppie dello stesso sesso che, seppure in una società ancora spesso ostile, vogliono adottare dei figli, come succede in tanti Paesi civili, dalla Francia al Messico all’Argentina? E perché non parliamo dell’importanza di cambiare la legislazione sulla riproduzione assistita per aiutare quelle migliaia di donne italiane che non possono avere figli per problemi comunissimi e che sarebbero facilmente risolti in altri Paesi, dalla Spagna agli Stati Uniti? E se poi affrontassimo il tema della licenza di paternità obbligatoria e dell’occupazione femminile, per smettere di glorificare i sacrifici delle mamme e iniziare piuttosto a ridurli quando possibile?

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Perché tutte le donne (etero e non) dovrebbero sostenere il matrimonio gay

29 Mar

La Corte Suprema si esprimerà a poco sul quesito “Impedire alle persone omosessuali di sposarsi viola la parità di diritti fra i cittadini garantita dalla Costituzione americana?” Indipendentemente da quanto deciderà la Corte, il caso è servito ad approfondire e diffondere un dibattito, oramai già mainstream nella società americana, sul significato di parole come “famiglia” e “matrimonio”. Il caso è anche servito a costatare, ancora una volta, come una maggioranza in continua crescita di Americani sia favorevole alle nozze gay.

In Italia, anche se il numero di persone favorevoli alle nozze gay cresce ogni anno, ancora non è maggioranza. In parte, siamo una società più anziana, dunque meno aperta al cambiamento. In parte, i modelli positivi di persone gay, anche se in aumento, sono ancora meno ( e meno “al top”) che negli Stati Uniti. In parte, la battaglia per il matrimonio ugualitario è ancora settorializzata e i loro portavoce sono spesso proprio le persone gay, mentre negli USA da Hillary Clinton a Obama a Beyoncé, moltissime sono gli opinion leader eterosessuali che si esprimono in favore dei diritti del movimento LGBT.

A parlare poi chiaramente in favore di questo tema sono anche le femministe americane, argomentando che il matrimonio ugualitario è propriamente un tema femminista e come tale favorisce le donne. Non sono state infatti le femministe a rivendicare per prime la necessità di una visione delle relazioni di genere più libera e basata sull’uguaglianza ed il rispetto tra persone, più che sulla replica di ruoli tradizionali? Non sono state loro a dire che la famiglia doveva cambiare, aprirsi, ammorbidirsi per aggiustarsi alle necessità degli uomini e donne di oggi? Non è questa liberazione, infondo, la lezione del femminismo che ha aperto la strada alle politiche sulle pari opportunità? Per quanto mi riguarda, il ragionamento non fa una piega.

Certo, ci sono anche le teoriche femministe che sostengono che il matrimonio è un’istituzione patriarcale e come tale andrebbe eliminata, invece che riformata. E anche se questa è una posizione rispettabile, non risponde alle necessità di milioni di donne e uomini che oggi vogliono fare figli, avere accesso alle proprietà dei loro compagni o delle loro compagne di vita, e via dicendo. E per tutte queste cose, il matrimonio semplifica le cose. E poi c’è l’aspetto sentimentale. Per molti, uomini e donne, eterosessuali e non, al di là delle necessità pratiche, sposarsi vuol dire fare una scelta di vita importante, parlare di un impegno e di un amore diverso da tutti gli altri e come tale riconosciuto non solo dalla coppia, ma dalla società.

Moltissime delle giovani femministe americane questo lo hanno capito e si sono schierate a favore del matrimonio ugualitario, mettendosi dal lato giusto della storia, dei diritti umani e del progresso sociale.

Anche in Italia c’è un avvicinamento tra femminismo e diritti LGBT (O LGBTQA, come si dice qui, aggiungendo anche le categorie Queer o Questioning e Asexual), ma mi piacerebbe che andassimo oltre. Vorrei che tutte le donne abbracciassero i diritti LGBT come parte della piattaforma di pari opportunità, capendo non può esistere una società che rispetta le donne nella loro diversità senza rispettare i diritti delle persone LGBT. Almeno in questo, gli Stati Uniti sono sulla buona strada, speriamo che l’Italia li segua.

Viva la Giornata della Donna Lavoratrice!

8 Mar
http://comunicazionedigenere.wordpress.com/ 2013/03/07/tenetevi-le-mimose-vogliamo/

http://comunicazionedigenere.wordpress.com/ 2013/03/07/tenetevi-le-mimose-vogliamo/

Sono terribile con tutte le date e ricorrenze: io oramai lo so e quelli che mi vogliono pure. Mi ricordo del Natale una settimana prima e dell’anniversario di matrimonio il giorno dopo. San Valentino chiaramente non esiste e la festa della donna non mi piace. Il problema non è solo che non amo ricevere fiori e nessuna pianta è mai sopravvissuta con me oltre una settimana. C’è altro.

La festa della donna (inizialmente stabilita per il 28 febbraio e pensata come giornata della donna lavoratrice) ha le sue origini nel 1909, quando il Partito Socialista americano indice la prima e ufficiale giornata nazionale della donna per celebrare la forza ed il coraggio delle donne lavoratrici, appoggiare le loro battaglie e manifestare in favore del suffragio femminile. Si trattava, insomma, di una festa socialista, intendendo per socialismo quella dottrina politica ed economica che si proponeva di lottare per il miglioramento delle condizioni di vita delle masse, con un’attenzione speciale per le masse operaie. Nulla a che vedere, dunque, con la Milano da bere, gli inviti ai cittadini ad “andare al mare” e quello che Gaber definiva giustamente il peggior Partito Socialista d’Europa. Ma questa è un’altra storia.

Tornando a noi, le socialiste americane volevano celebrare le donne nella loro dimensione storica, sociale, economica e soprattutto politica. In realtà, poi, più che le donne, volevano ricordare i successi ed i fallimenti delle lotte femministe per la parità tra i sessi e costringere i loro compagni di partito prima e concittadini poi ad un confronto aperto su temi difficili. Non è difficile capire perché una giornata della donna così non facesse comodo a tutti.

Ecco dunque che negli anni la celebrazione si svuota dalla sua identità per edulcorarsi ed evolversi in una celebrazione degli stereotipi più tradizionali (e anti-femministi) della femminilità. Le donne di cui si parla l’8 Marzo sono esseri fragili (non sono le mimose le più effimere tra i fiori?), infinitamente dolci e altrettanto instabili emozionalmente (la dice lunga su questo l’accoppiata donna-cioccolatino).  Donne che vogliono sentirsi coccolate, amate e “speciali” per gli uomini, almeno un giorno l’anno.

C’è un problema, però. Noi non siamo “speciali”: siamo anzi comunissime. Rappresentiamo il 50% della popolazione e le madri dell’altro 50%. Cari uomini, guardatevi intorno: ci sono donne dappertutto. Avete veramente bisogno dell’8 Marzo per ricordarvi che le donne esistono? Care donne, cosa c’entrano i fiori con il sentirsi speciali e perché riversarsi nei ristoranti tutte insieme proprio oggi, come carcerarti nell’unico giorno di libera uscita? In che modo una festa basata su cioccolatini, mimose e la rappresentazione della donna come essere debole e spesso vittimizzato dagli uomini può portarci più vicino al raggiungimento della parità?

Per tornare ad essere rilevante e persino rivoluzionaria, la festa della donna dovrebbe recuperare la sua dimensione femminista (definendo il femminismo per quello che è, cioè la dottrina dell’uguaglianza sociale, politica ed economica dei sessi). L’8 Marzo non si dovrebbero celebrare dunque le donne in quanto tali (perché non vuol dire nulla), ma le conquiste fatte e ricordare le lotte ancora da fare per le pari opportunità. Magari sarebbe un giorno un po’ più controverso, ma sicuramente avrebbe maggiori possibilità avere un reale impatto sociale e politico.

Nel frattempo, chiederò a mio marito di astenersi anche quest’anno dal comprarmi dei fiori o del cioccolato (nonostante le pressioni dei colleghi) e di portare a casa invece le brioche per la colazione del weekend, non perché è la festa della donna, ma perché glielo chiedo tutti i venerdì, e stavolta, vedendosi svergognato sul web, spero se ne ricordi.

Perché le Donne Soldato Americane Vogliono (e meritano) la Prima Linea

4 Mar

Il 23 gennaio scorso il Dipartimento di Difesa degli Stati Uniti ha eliminato il divieto per le donne soldato di combattere in prima linea. Nei prossimi mesi, quindi, le 202.400 donne adesso nell’esercito americano vedranno aprirsi 237.000 posizioni fino ad oggi riservate ai loro colleghi uomini. Le condizioni necessarie per accedere a queste posizioni saranno le stesse per uomini e donne, anche se il Dipartimento di Difesa non ha escluso una revisione di alcuni requisiti per renderli più adatti ai tempi e alle nuove modalità dell’impegno militare americano. La valenza della decisione di aprire la prima linea alle donne soldato è storica e si basa, secondo quanto argomentato dallo stesso Pentagono, su tre considerazioni.

Una questione di potere. Pur non escludendo che molte donne soldato desiderino combattere come i loro colleghi, la motivazione principale della riforma è un’altra. Senza avere nel proprio curriculum l’esperienza della prima linea, è impossibile avere accesso alle cariche più alte dell’esercito. Non a caso, dal diciannovesimo secolo a oggi il Congresso degli Stati Uniti ha conferito 3.459 medaglie d’onore, di cui solo una a una donna.

Il riconoscimento di una realtà di fatto. Nei soli Iraq e Afghanistan, 150 donne sono state uccise e 800 sono state ferite. Pur non servendo ufficialmente “in prima linea”, rischiavano la vita ogni giorno, in contesti di guerra non tradizionali e sempre più caratteristici dell’impegno militare americano, nei quali cui lo stesso concetto di battaglia, alle volte, perde di significato. Con questi argomenti, quattro donne soldato avevano iniziato a dicembre una battaglia legale contro il Pentagono, dichiarando che le loro carriere erano state ingiustamente limitate dall’impossibilità di far parte di unità di combattimento. Per questo, è un principio di semplice equità riconoscere alle donne soldato compensi equivalenti per compiti (e rischi) equivalenti a quelli dei loro colleghi, come in qualsiasi lavoro.

Un motore di cambio per la cultura tradizionalmente maschilista dell’esercito. Secondo dati dell’arma, nel solo 2011 sono state presentate 3.192 denunce per abuso sessuale nell’esercito. Questa sarebbe, però, solo la punta dell’iceberg. I casi effettivi (la maggior parte non riportati) sarebbero stati intorno ai 19.000. Una donna soldato su tre, quindi, sarebbe vittima di abusi, nella maggior parte dei casi molto gravi, quali violenze fisiche e stupri. L’esercito considera queste violenze come il frutto di una cultura maschilista che vede le donne come naturalmente subordinate agli uomini, fino ad oggi confermata e rafforzata dalla struttura gerarchica che rendeva impossibile alle donne il raggiungimento dei gradini più alti della carriera. In quest’ottica, la riforma di gennaio è vista dal Pentagono come strategica per ridurre l’incidenza dei casi di abuso e fomentare una cultura di pari opportunità.

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Il lavoro sessuale è soprattutto LAVORO. Parla Audacia Ray

4 Feb
http://www.myspace.com/audaciaray/photos/40697560

http://www.myspace.com/
audaciaray/photos/40697560

La settimana scorsa in questo blog, ho parlato della mia amica Audacia Ray e del suo lavoro di attivismo per le lavoratrici del sesso. Questa settimana, mi è sembrato importante dare a lei la parola, con un’intervista in cui le faccio alcune delle domande che sono state fatte a me da amiche e lettrici quest’ultima settimana.

Usi sempre il termine “lavoro sessuale”. Trovi I termini “prostituzione” e “prostituta” offensivi? Quanto è importante il linguaggio in questo caso?

“Lavoro sessuale” è una frase di significato politico ed è usata per affermare che il lavoro sessuale è di fatto un lavoro. Non trovo le parole “prostituta” o “prostituzione” offensivi. Oltretutto, sono termini utilizzati in un contesto legale per cui è importante usarli in certa misura. Comunque sia, “lavoro sessuale” è un termine generico e comprende molti tipi diversi di attività, per esempio prostituzione, danze erotiche, attuazione sado-maso, prestazioni porno e il sesso telefonico. Tutti questi lavori consistono in uno scambio di denaro per un’esperienza erotica, ma non comportano necessariamente un rapporto o neanche un contatto fisico. Queste attività sono altamente stigmatizzate, e alcune di esse sono illegali, ma chi lavora in queste situazioni merita di essere rispettato/a e di avere la propria sicurezza e i propri diritti protetti, a prescindere dal contesto legale e dalle credenze morali di altre persone.

C’è una best practice o una politica modello sul lavoro sessuale? Come ne pensi dell’esperienza olandese?

La maggior parte degli attivisti per i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici del sesso chiede che la criminalizzazione del lavoro sessuale sia eliminata, ma le opinioni sulle pratiche da seguire sono davvero varie. Credo che le politiche dipendano sempre da fattori locali, ma la cosa più importante è che le persone che lavorano nell’industria del sesso siano protette e che i loro diritti siano rispettati. Questo non vuol dire portare via le persone dai bordelli o da dove esercitano; significa fare in modo che il loro ambiente di lavoro sia sicuro e che la situazione giuridica ed economica sia tale che queste persone possano fare un altro lavoro, se lo desiderano.

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Italia: Sesso, Lavoro e Ipocrisia

28 Gen

Ci sono vari svantaggi del vivere a New York: un clima orrendo, gelido d’inverno e infernalmente caldo d’estate; la convivenza costante con insetti e rodenti, che entrano nelle case attraverso ogni buco per andare a morire in trappoline stile Tom e Jerry; una metropolitana peggiore che in molti paesi in via di sviluppo: cara, strapiena, vecchia e sempre in ritardo (anche se di ritardo tecnicamente non si potrebbe parlare, visto che per lo più non esistono orari per i treni).

Tra i vantaggi, però, c’è quello di vivere in un ambiente libero, multietnico e multiculturale, in cui si incontrano persone con percorsi di vita diversi e originali, capaci aprirti nuovi orizzonti ogni giorno. Audacia Ray (Dacia), 33 anni, è una di queste persone. Ex lavoratrice del sesso, ex produttrice di film pornografici, attivista per i diritti delle lavoratrici del sesso, professoressa universitaria, specialista in comunicazione e autrice di un best seller, Dacia è praticamente una forza della natura. Ci siamo conosciute quattro anni fa lavorando all’ International Women’s Health Coalition, dove, insieme, abbiamo lanciato la campagna online contro una riforma costituzionale della Repubblica Dominicana che metteva a rischio i diritti riproduttivi delle donne. Oggi Dacia è fondatrice e direttrice del Red Umbrella Project, un’organizzazione che difende e promuove i diritti delle lavoratrici del sesso attraverso workshops, campagne di comunicazione e eventi i cui protagonisti sono gli stessi lavoratori e lavoratrici del sesso. Parlando con Dacia, mi rendo conto che anche se non esiste un modello ideale, ci sono delle linee guida da considerare quanto alla regolamentazione dell’industria del sesso.

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Quando i nostri corpi diventano solo incubatrici

21 Gen

Laura Pemberton era incinta del suo secondo figlio e voleva partorirlo “naturalmente”, senza cesareo. Il primo figlio lo aveva avuto con un taglio cesareo, ma questa volta era convinta fosse preferibile dare alla luce vaginalmente, come suggerito da una larga parte della comunità medica. Accompagnata da un’ostetrica, Laura aveva iniziato le doglie, quando la polizia arrivò a casa sua e la costrinse con la forza a recarsi all’ospedale, dove, contro la sua volontà, le fu fatto un taglio cesareo.

A chiamare la polizia e ottenere il mandato di cattura erano stati i dottori dell’ospedale, dove lei era in cura. I giudici giustificarono la misura adducendo che “il diritto del feto prevale sul diritto della madre di decidere sulla propria cura medica” e che “il diritto dello stato di preservare la vita del feto prevale sul diritto all’integrità fisica della madre”.

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Cercasi Hillary Disperatamente

15 Gen

http://en.wikipedia.org/wiki/File:Youth_
Vote_Hillary_Clinton_Feb_2008_082.JPG

Ogni tanto sono felice e orgogliosa di vivere negli Stati Uniti. La maggior parte del volte l’orgoglio ha a che vedere con Hillary Clinton (le altre con Barack Obama). Come pensano molte delle donne che l’hanno votata alle primarie del 2008 e che sono tristi all’idea di non vederla più come Segretario di Stato, Hillary rappresenta tutto quello che una donna in politica può e deve essere: competente, libera, autorevole, capace di portare avanti i diritti delle donne, sempre e comunque e di gettare le fondamenta per un cammino verso la parità che non finisce con il suo mandato. Una figura politica femminile che in Italia, dopo tanti anni di Berlusconismo, è difficile da concepire. Ve lo immaginate un ministro degli esteri italiano che parla in tutte le rassegne stampa, dalla Libia alla Cina, dell’importanza dei diritti delle donne come diritti umani?

Lavorando nella cooperazione internazionale per i diritti delle donne, ho sempre tenuto l’orecchio teso su questi temi e sentire Hillary parlare della loro centralità nella politica estera americana è stato non solo un’ispirazione, ma un sollievo. Soprattutto, dopo anni di politiche dell’era Bush che tagliavano i fondi a tutti i programmi di salute riproduttiva nel mondo che non contenessero l’insegnamento dell’astinenza come unico metodo contraccettivo. In molti casi, quelle di Hillary non sono rimaste solo parole ma si sono tradotte in politiche, come ho potuto vedere da vicino, avendo lavorato per includere la prospettiva di genere in alcuni programmi della cooperazione bilaterale americana con i paesi in via di sviluppo. Continua a leggere

Laughing at Chaos

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Unlikely Diplomat

Namaste, New Delhi!

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Il blog della case editrice Settenove (www.settenove.it): un progetto di prevenzione alla violenza di genere • un impegno contro la discriminazione • un contrasto agli ostacoli culturali • una proposta di nuovi linguaggi • pari opportunità tra le persone • diritti, rispetto, collaborazione • www.facebook.com/settenove.it • www.twitter.com/ed_settenove

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La sociologia: uno sguardo critico sulla realtà

Uno sguardo critico sulla realtà

Se Non Ora Quando FACTORY

Laboratorio di libero pensiero e azione politica

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Se non avessi attraversato le tenebre, forse non sarei diventata la persona che sono oggi. Forse non avrei capito che la filosofia è soprattutto un modo per raccontare la finitezza e la gioia

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Alessandra Di Pietro

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