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Un Job Act per le donne

13 Gen

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Un articolo uscito anche sull’ Huffington Post Italia.

Negli ultimi mesi di attivismo politico per il Partito Democratico a New York, ho capito tre cose.

La prima: l’unico modo per non sbagliare e non essere criticati è non fare nulla, possibilmente non uscendo di casa e sconnettendosi dal computer.

La seconda: la politica è una cosa meravigliosa perché ti permette di avvicinarti ai cuori delle persone, capire i loro sogni, ricaricarsi delle loro energie per tracciare la roadmap di come l’Italia potrebbe diventare non più solo il Paese più bello del mondo, ma anche il più vivibile.

La terza: le donne hanno moltissimo da apportare, ma per farlo devono saper puntare i piedi, sedersi al tavolo delle negoziazioni e pretendere di essere ascoltate, non solo in quanto brave e capaci, ma anche in quanto rappresentanti di interessi, necessità e risorse che non possono essere intesi come di nicchia, perché riguardano metà della popolazione.

Come donna e attivista politica di sinistra credo quindi che il Job Act di Matteo Renzi abbia un ottime potenzialità, perché punta su trasparenza, riduzione della burocrazia e rinnovamento e può far diventare l’Italia il Paese moderno, dinamico e giusto che meritiamo di essere. A una condizione importantissima, pero’: che metà della popolazione (quella metà, oltretutto, con le migliori performance scolastiche e accademiche) inizi ad essere valorizzata.

Esistono quindi delle misure, perfettamente in tono con lo spirito innovatore del Job Act, che sono essenziali per fare davvero ripartire la nostra economia e devono essere incluse nelle politiche del lavoro del Partito Democratico.

1. Welfare: asili nido e congedo di paternità (vedi le nuove leggi tedesca e francese). Secondo uno studio della Fondazione Collegio Carlo Alberto, la provvisione capillare di strutture pubbliche gratuite per l’infanzia porterebbe al 75,5% l’impiego femminile. Non solo: la provvisione di servizi per l’infanzia ha un effetto positivo sulla fertilità (riducendo il costo opportunità dei figli) e migliora le capacità linguistiche dei bambini, soprattutto di quelli provenienti da settori socio-economici disagiati. Come sta facendo la Francia, poi, è importante prevedere un congedo di paternità obbligatorio non simbolico (per lo meno un mese, magari togliendo un po’ di tempo al congedo materno). Secondo il Dipartimento di Politiche Economiche dell’Unione Europea, il paternity leave agisce non solo sull’occupazione femminile post-maternità (aumentando la probabilità che una donna torni al lavoro del 12%), ma anche su quelle pre- maternità (riducendo il fattore rischio rappresentato per un’impresa dall’assunzione di una donna piuttosto che di un uomo) e hanno un dimostrato effetto positivo sulla fertilità e la promozione dell’uguaglianza nella divisione del lavoro domestico all’interno della coppia.

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Donne Senza Figli

24 Ott

Un mio articolo su InGenere.

Nell’ultimo decennio, il numero di donne italiane che terminano la loro “carriera riproduttiva” – come dicono i demografi – senza aver avuti figli è cresciuto in modo rapidissimo, passando dal 10% (per le donne nate nel 1955) al 20% (per quelle nate nel 1965). Questo nonostante il grande valore dato nel nostro paese alla famiglia “tradizionale” – basta ricordare l’infelice uscita di Guido Barilla che ha scatenato tante polemiche – e nonostante la notevole pressione sociale affinché le donne si sposino e diventino madri.

Perché, quindi, oggi molte donne italiane non hanno figli? La letteratura scientifica in materia stabilisce una differenza tra le donne che sono “Childfree” (senza figli per scelta) e “Childless” (senza figli per varie circostanze). Eppure la scelta di avere o non avere figli raramente è frutto di una decisione rimasta fissa nel tempo. Il più delle volte si tratta di un processo che cambia nel corso della vita, al cambiare delle proprie circostanze affettive, economiche e altre ancora.

A raccogliere la complessità del percorso di vita delle donne senza figli in Italia e compararlo con quello delle madri sono stati alcuni ricercatori del dipartimento di statistica, informatica, applicazioni “G. Parenti” (Disia) dell’università degli studi di Firenze e della Warsaw school of economics in un working paper pubblicato poche settimane fa.

La metodologia usata nella ricerca si chiama “sequence analysis” (analisi delle sequenze) e considera il percorso di vita di ciascun individuo come una sequenza di avvenimenti che accadono in un certo periodo (applicando ai dati sulla popolazione metodologie che derivano dallo studio delle sequenze genetiche). A partire dai dati dell’indagine Istat “Famiglia e soggetti sociali” del 2009, i ricercatori hanno studiato la sfera lavorativa, sentimentale e la scolarizzazione di 471 donne italiane senza figli e 1,756 madri italiane (biologiche o adottive) fra i 15 e i 37 anni di età.

Paragonando le donne con figli con quelle senza figli, appaiono evidenti due differenze fondamentali. Innanzitutto la presenza per le prime (e assenza per le altre) di una relazione sentimentale stabile. In secondo luogo la scolarizzazione: 19,5% delle donne senza figli ha una laurea, contro il 15% delle madri. Dallo studio non è invece possibile dedurre invece quale sia l’incidenza di problemi di infertilità tra le donne senza figli, per mancanza di dati a riguardo.

Analizzando poi le sequenze di vita delle donne senza figli, gli studiosi hanno riscontrato l’esistenza di cinque grandi “cluster”, ovvero gruppi di donne con percorsi di vita in un certo senso simili:

  • 42,3% Donne single che lavorano fuori casa (il cluster più popoloso). La maggior parte di loro non ha mai avuto una relazione affettiva stabile.
  • 21,9% Donne “svantaggiate”. Con basso livello di scolarizzazione e un reddito definito “basso o insufficiente”, queste donne sono state disoccupate per la maggior parte della loro vita o non hanno mai lavorato. La maggior parte di loro non è mai stata in un’unione sentimentale stabile.
  • 19,5%. Donne che hanno focalizzato buona parte della loro vita su studio e lavoro. 63% di loro ha una laurea e anche qui la maggior parte non è mai entrata in un’unione stabile.
  • 12,5% Donne sposate (o separate) che lavorano. Le donne in questo cluster si sono sposate in media più tardi che le madri e alcune delle loro unioni si sono sciolte.
  •  3,8% “Casalinghe”. Queste donne hanno basso livello di scolarizzazione e sono entrate in una relazione stabile prima dei 31 anni. Nel periodo in analisi non hanno mai lavorato (o hanno lavorato solo sporadicamente) fuori casa.

Quali sono dunque le conclusioni degli studiosi? Valentina Tocchioni e Daniele Vignoli, due degli autori dello studio, intervistati per quest’articolo hanno risposto: «C’è una fortissima relazione fra storia sentimentale e storia riproduttiva; tuttora la motivazione principale del non avere figli è la mancanza di un’unione (ben il 56% delle donne senza figli non è mai stata sposata o non ha mai convissuto). In secondo luogo, emerge che la partecipazione al mondo del lavoro da parte delle donne senza figli non sia molto diversa da quella delle madri: da un lato una percentuale non trascurabile di donne senza figli (17%) non ha mai lavorato, dall’altro lato le madri risultano aver lavorato solo cinque mesi in meno rispetto alle non madri (nel periodo considerato, cioè 15-37 anni, le donne senza figli hanno lavorato 9 anni e cinque mesi, contri i 9 delle madri). Infine, ci ha sorpreso il periodo d’interruzione fra la fine degli studi e l’inizio della carriera lavorativa: ancora una volta, emerge la difficoltà dell’inserimento lavorativo delle donne in Italia».

Lo studio non vuole minimizzare l’importanza di politiche per favorire la conciliazione, rendendo economicamente più sostenibile la maternità per molte donne, dai dati analizzati sembra emergere che la presenza (o assenza) di lavoro non sia l’elemento prevalente sulla scelta della prima maternità. La conciliazione tra lavoro, obblighi famigliari e scelte riproduttive continua ad avere quindi un ruolo centrale, ma agisce soprattutto sulla scelta (o non scelta) di fare il secondo figlio, non il primo.

Va precisato che l’Italia non è certo l’unico paese dove esiste una forte correlazione tra essere senza figli e essere single, ma a stupire nel nostro caso è la rapidità con cui è cresciuta la popolazione di donne senza figli nell’ultimo decennio.

Cosa è cambiato in questo tempo, nel bene e nel male, per portare una percentuale fortemente crescente di italiane a rimanere single e non avere figli? Lo studio su questo non si pronuncia, ma in futuro varrà certamente la pena approfondire le ragioni per cui meno donne oggi rispetto a ieri possono e/o vogliono relazioni affettive eterosessuali stabili nell’età riproduttiva.

Barilla e quell’Italia (brutta e piccolina) che non esiste

1 Ott

Un mio articolo sull’Huffington Post.

Forse Guido Barilla non se n’è accorto, ma la famiglia tradizionale a cui pensa lui, la famiglia sacrale delle sue pubblicità, non esiste e non è mai esistita.

Non solo perché gli italiani non vivono in mulini, ma perché le famiglie italiane non fanno più figli. Il 25% delle donne italiane termina la “carriera riproduttiva” (perdonatemi: scientificamente si dice cosi) senza aver avuto figli.

Le famiglie italiane non sono giovani, ma vecchie, con meno bambini e più anziani seduti a tavole sempre più piccole e povere. Le donne italiane non sono tanto sorridenti quanto frustrate, accollandosi cinque ore di lavoro domestico in più rispetto ai loro mariti. Una donna su tre è vittima di violenza domestica.

La famiglia tradizionale e sacrale di cui parla Barilla è quindi un’illusione, ma non solo. È anche una trappola: trappola di genere, perché costringe le donne a confrontarsi con modelli di femminilità e maternità impossibili. Trappola di intolleranza, perché ignora le famiglie omosessuali e esclude le persone “diverse” in colore e origini etniche. Infine, è una trappola di disumanità, perché dimentica (come sempre e dappertutto) le persone disabili.

Come mi raccontava Laura Corradi qualche mese fa: “la maggior parte delle pubblicità – sulle quali si spendono milioni di euro (che noi paghiamo nel prezzo dei prodotti) è ancora marcatamente fondata su stereotipi di genere, razza e sessuali – un mondo dove tutti sono giovani, ricchi e spensierati. E fanno ancora uso sproporzionato di corpi (anche di bambini/e) e sentimenti – anche attraverso l’ipnosi […]. Si tratta di un consumo obbligatorio di immagini e suoni a cui siamo sottoposte/i quotidianamente e continuativamente, il che implica un livello serio di manipolazione di massa specie nei confronti delle persone giovani.”

Guido Barilla, quindi, non è purtroppo solo, ma in ottima compagnia nella volontà di proporre agli italiani degli ideali a cui ispirarsi che sono non solo più piccoli e più semplici, ma anche più meschini di quanto non sono le nostre realtà. I mulini a vento contro cui lotta Barilla sono quindi quelli creati solo da ristrettezza mentale e ipocrisia.

Seppur con tutti i loro problemi e le loro difficoltà, le famiglie italiane sono spesso più belle di quelle della pubblicità Barilla, perché più diverse, tolleranti e umane. Anche la politica, uno dei settori tradizionalmente più conservatori della nostra società, ha iniziato ad accorgersene e rispecchiare questa diversità. Le pubblicità ci arriveranno anche loro, anche se in ritardo. Certo, ci arriverebbero prima se esistessero delle regolamentazioni dei messaggi pubblicitari, come quelle descritte da Elisa Giomi su InGenere.

Nel frattempo, non ci resta che usare il potere che abbiamo, non solo boicottando Barilla (e gli altri produttori che riproducono nei loro spot simili visioni similmente distorte di famiglia e società), ma anche e soprattutto punendo quei partiti politici che, nelle loro pratiche e nei loro messaggi, vorrebbero far diventare il nostro paese una brutta copia delle peggiori pubblicità Barilla.

Non sto pensando solo ai lanciatori di banane, ma a chi ignora le donne nei propri programmi politici e a quei politici che credono che il miglior complimento da fare a una donna sia “gnocca”.

Ne abbiamo di cose e persone da boicottare, insomma. Barilla non è che l’inizio.

Donne e successo: a che prezzo?

27 Set

Agli uomini non piace che la propria partner abbia più successo di loro.

Un mio articolo sull’Huffington Post Italia. Un approfondimento di questo articolo (con analisi dettagliata dello studio del Journal of Personality and Social Psychology) su iMille.

È una generalizzazione, una voce di popolo e, secondo alcuni, anche una verità scientifica. A sostenerlo è l’Atlantic, in un articolo che riporta alcuni dei risultati di un recente studio pubblicato nel Journal of Personality and Social Psychology che analizza come varia l’autostima di uomini e donne, in relazione al successo (o al fallimento) del proprio partner o della propria partner.

I risultati colpiscono, ma non sorprendono. Per le donne, l’autostima rimane invariata o migliora con il successo del proprio compagno e si rafforza anche la percezione dell’importanza della relazione affettiva con lui. Per gli uomini, autostima e percezione dell’importanza e stabilità della relazione affettiva diminuiscono davanti al successo della propria compagna e aumentano in relazione agli insuccessi di lei.

Perché?

La risposta, credo, la conosciamo. Mentre per le donne è accettabile interpretare il successo del proprio compagno come se fosse proprio (non c è, infondo, sempre una grande donna dietro un grande uomo?), per gli uomini, il successo femminile è, spesso, una competizione indesiderata.
Il prezzo affettivo e sociale da pagare per il proprio successo, insomma, e’ per le donne ancora molto alto.

Per Cordelia Fine, lo ricorderete, questo prezzo sarebbe un aumento della carica di lavoro domestico. Secondo i dati analizzati dalla Fine, la disuguaglianza nella divisione dei compiti domestici si riduce, infatti (a favore delle donne), in modo proporzionale alla riduzione del gap salariale tra i partner, ma solo quando è l’uomo a guadagnare più della propria compagna (quindi, in un certo senso, ad avere più successo di lei).

Quando è la donna a guadagnare di più, le ore da lei dedicate al lavoro domestico crescono in modo proporzionale al gap salariale tra i due. Quando la donna, quindi, ha, per lo meno in termini di salario, più successo del proprio compagno, sembra dover “espiare” questo successo occupandosi maggiormente di casa, marito e figli per cercare di recuperare il ruolo di “brave mogli”.

Che sia lavando i piatti o in altro modo, insomma, le donne continuano, ancora oggi, a dover pagare, dentro le mura domestiche, un prezzo molto alto per il successo ottenuto fuori casa. Non stupiamoci quindi che non tutte siano disposte a farlo.

 

Wall Street non ama le donne, o sono le donne a non amare Wall Street?

19 Set

Un mio articolo su InGenere (in Italiano e Inglese!).

Nei primi anni Ottanta Wall Street era all’apice del successo e arruolava la migliore gioventù americana con promesse (spesso mantenute) di stipendi miliardari, prestigio illimitato, adrenalina costante e giornate lavorative di dieci o più ore. Tra quei giovani c’erano anche molte donne. Alcune di loro furono capaci di arrivare a posizioni di grande prestigio, riaffermando un trend alla parità che sembrava, in questo come in altri settori, inarrestabile. Fino alla crisi finanziaria del 1987, che fece crollare i prezzi del mercato azionario e, insieme a loro, la percentuale di donne manager del settore. Da allora, ogni cedimento di Wall Street ha coinciso con una riduzione del numero di donne “al top”.

Margo Epprecht, analista finanziaria e scrittrice, analizza in un recente articolo sull’Atlantic la relazione tra le donne e Wall Street, spiegando alcune delle ragioni della limitata leadership femminile in questo settore.

Secondo i dati riportati dall’Atlantic ed elaborati da Catalyst, un’organizzazione senza fini di lucro che promuove la leadership femminile nelle imprese, le donne impiegate nel settore finanziario sono il 54% della forza lavoro complessiva, ma solo il 16% di loro ricopre posizioni decisionali importanti e nessuna, oggi, ha il titolo di presidente esecutivo. Eppure le donne, anche in questo settore, non sono meno brave degli uomini, anzi. A dimostrarlo è uno studio recentemente pubblicato dal Financial Analyst Journal e citato nell’articolo da Epprecht, secondo il quale nel mercato internazionale, le analiste finanziarie sono classificate molto bene, in media meglio che i loro colleghi uomini.

Pregiudizi, ostacoli relazionali e psicologia

Come riporta l’Atlantic in riferimento a un pezzo di Sallie L. Krawcheck, ex dirigente della Bank of America, uscito sul New York Times, la disuguaglianza nasce in parte dal pregiudizio che le donne non possano o vogliano dedicarsi al lavoro con la stessa intensità degli uomini, soprattutto se sono mamme. In parte, poi, essa sarebbe il risultato dell’incapacità femminile di creare una forte rete professionale che le possa avvantaggiare per avanzare nella carriera. Per le donne stabilire relazioni professionali solide in un ambiente dominato dagli uomini (e spesso apertamente maschilista), come quello di Wall Street, non è semplice, lo conferma sull’Atlantic uno studio della American Association of Psychology. Non solo: in un contesto lavorativo dove la leadership storicamente appartiene agli uomini, si faticherebbe a vedere le donne come candidati credibili per le posizioni più prestigiose. A detta di molti dirigenti, infatti, alle donne mancherebbe “presenza esecutiva”, cioè quell’insieme di capacità di comunicazione, carisma e sicurezza in sé che differenzierebbero i leader da tutti gli altri, riporta uno studio del Center for Talent Innovation.

Per Epprecht, sarebbe inoltre lo stesso modus operandi di Wall Street a ostacolare le donne, premiando la propensione al rischio, ampiamente riconosciuta inferiore nelle donne rispetto agli uomini, come illustra, tra gli altri, l’Harvard Business Review.

Sempre e dappertutto al cuore delle disuguaglianze di genere: la conciliazione.

Secondo Epprecht, poi, l’ostacolo forse più grande che si pone tra le donne e la leadership, infine, tipico non solo di Wall Street ma di qualsiasi carriera di estremo prestigio, sarebbe la conciliazione vita e lavoro. Per molte donne, il costo personale ed emotivo di settimane lavorative di ottanta ore, con frequenti viaggi internazionali, è troppo alto da mantenere. O almeno così pensano i dirigenti del settore finanziario, che spesso squalificano a priori le loro colleghe per funzioni di questo tipo.

Wall Street sarebbe caratterizzata insomma da un circolo vizioso, nel quale, per un mix di abitudine, psicologia e una cultura corporativa dominata dagli uomini, le donne ricoprirebbero posizioni meno soddisfacenti che quelle ricoperte dagli uomini. Poco valorizzate sul lavoro, quindi, le donne sarebbero meno disposte rispetto ai loro colleghi a sacrificare all’estremo la vita famigliare, pertanto continuerebbero a essere viste dal sistema come carenti della “stoffa” necessaria per diventare dirigenti.

Disuguaglianza nella coppia alla base delle disuguaglianze nel lavoro

Per quanto non analizzate da Margo Epprecht, è importante interrogarsi sulle profonde ragioni sociali che hanno reso un modello lavorativo come quello di Wall Street non solo possibile, ma predominante. Neanche a molti uomini piace lavorare 80 ore a settimana, ma sono disposti a farlo per l’ingente fetta di potere, prestigio e, soprattutto, denaro che Wall Street offre a chi giunge al top. Per loro, poi, il prezzo da pagare quanto al sacrificio della vita personale è in genere estremamente inferiore, perché, anche in queste condizioni, non devono rinunciare ad avere una famiglia, delle cui esigenze sarà spesso la compagna a occuparsi, magari dopo aver abbandonato un lavoro nello stesso settore. Come sottolineato ampiamente da Sheryl Sandberg e molte altre, quindi, a Wall Street come a Via del Corso, le disuguaglianze nella coppia sarebbero, insomma, alla base delle disuguaglianze sul lavoro.

Donne e equo salario. Alle volte guadagnare di più non conviene

8 Ago

Da un mio articolo su iMille

Secondo l’ultimo studio dell’Economic and Social Research Council (ESRC) riportato dal Sunday Times questa settimana, nel Regno Unito sono le donne che continuano a svolgere 70% del lavoro domestico, anche se la maggior parte di loro lavora a tempo completo e un terzo guadagna più del proprio compagno.

Le percentuali sulla divisione del lavoro non ci dovrebbero stupire, perché seppure l’Inghilterra dimostra non essere quel paradiso dei uguaglianza che alcuni immaginavano, in Italia le cose vanno ancora peggio. Secondo indagini Istat del 2010, analizzate da Daniela Del Boca in “Valorizzare le Donne Conviene”, il 76% del lavoro domestico ricade sulle spalle delle italiane, che spendono in media 5 ore e venti minuti al giorno in queste attività (contro 1 ora e 35 minuti dei loro compagni: la percentuale più bassa d’Europa).

Perché?

L’interpretazione tradizionale di questo fenomeno è legata alla differenza tra gli stipendi dei coniugi: le donne guadagnano in genere meno dei loro compagni, quindi il loro potere di negoziazione all’interno della coppia sarebbe inferiore e si troverebbero quindi a dover compensare il gap salariale con lo svolgimento di compiti supplementari rispetto ai loro compagni.

A quanto sembrano suggerire i dati dell’ESRC le cose non sarebbero cosi semplici, perché anche quando guadagnano più degli uomini, le donne continuerebbero a farsi carico in modo prevalente dei compiti domestici. Più precisamente, secondo numerosi studi realizzati negli Stati Uniti ( magistralmente analizzati da Cordelia Fine in “Maschi = femmine. Contro i pregiudizi sulla differenza tra i sessi”), la disuguaglianza nella divisione dei compiti domestici si riduce (a favore delle donne) in modo proporzionale alla riduzione del gap salariale tra i partners, ma solo quando è l’uomo a guadagnare più della donna. Quando è lei a guadagnare di più, le ore che dedica al lavoro domestico crescono in modo proporzionale al gap salariale tra i due.

I sociologi americani definiscono questo fenomeno come “gender deviance neutralization”: le donne, per neutralizzare la devianza dalle norme tradizionali di genere e alleviare la tensione generata nella coppia da tale devianza, si dedicherebbero quindi ancora maggiormente ai compiti domestici per cercare di recuperare il ruolo di “brave mogli”.

Esistono anche interpretazioni più fantasiose e pseudo-scientifiche di questo fenomeno. Secondo John Gray, autore del bestseller Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere, il lavoro domestico farebbe biologicamente bene alle donne perché stimolerebbe l’ aumento del livello di ossitocina, l’ormone che regola il ciclo mestruale e sarebbe responsabile di innamoramento, autostima e empatia. Secondo Gray, quindi, le donne che lavorano fuori casa in ruoli tradizionalmente maschili sarebbero naturalmente portate a dedicare molte ore allo svolgimento delle attività domestiche, al fine di recuperare il livello di ossitona perso durante il giorno e ritrovare quindi il benessere fisico e psicologico. Inutile dire che queste affermazioni non solo non hanno nessuna base scientifica, ma sono contraddette dal buon senso e dall’esperienza. Anche senza analisi di laboratorio, qualsiasi donna che abbia stirato una camicia o lavato due piastrelle di pavimento si sarà accorta che autostima e empatia (in particolare nei confronti del compagno seduto davanti alla televisione) non aumentano grazie allo svolgimento di questi compiti, anzi.

Comunque sia, una cosa è certa: nonostante l’indipendenza economica rappresenti una componente necessaria nel cammino all’empowerment femminile, non può da sola colmare disuguaglianze che hanno le loro radici nella cultura delle relazioni di genere e hanno conseguenze non solo sulla vita delle donne, ma dell’intera società.

Servono quindi politiche pubbliche che aiutino la società a mettersi in cammino verso l’uguaglianza di genere. Laddove esistono, infatti, politiche che favoriscono una divisione più equa dei compiti nella coppia, per esempio la licenza di paternità obbligatoria, come in Svezia, le donne lavorano meno ore a casa e, con buona pace di Gray, si dichiarano più felici che, per esempio, in Italia. Laddove ci sono strutture pubbliche di qualità per l’attenzione ai bambini, poi, come in Francia, le donne non solo sono più produttive, ma fanno più figli.

Ancora una volta, insomma, non possiamo lasciare fare solo alla mano invisibile del mercato, ma dobbiamo trovare soluzioni politiche e sociali alla disuguaglianza di genere dentro e fuori dalle mura domestiche. Azioni di questo tipo beneficerebbero non solo le donne (che, rappresentando meta della popolazione, dovrebbero pur sempre essere un gruppo d’interesse non trascurabile), ma l’intera società, rendendola più produttiva e più fertile.

Qualcuna era femminista e pure comunista…

22 Giu
L'immagine non e' di mia cugina, ma le assomiglia. E' frutto del lavoro di Lara e la trovate qui: http://www.flickr.com/photos/laras_photos/2075903422/

L’immagine non e’ di mia cugina, ma le assomiglia. E’ frutto del lavoro di Lara e la trovate qui: http://www.flickr.com/photos/laras_photos/2075903422/

Erano i primi anni ottanta. La mia famiglia era democristiana. Come tale e come tante, credeva nella bontà di quei valori cattolici che sembravano dare ordine e senso alla vita nella piccola, benestante provincia italiana, fatta di famiglie con due figli, mare d’estate e pasticcini dopo la messa alla domenica. Eppure anche nella mia famiglia c’era una pecora nera, o diciamo grigia. Una cugina di mio padre, di quasi vent’anni più grande di me. La prima donna a laurearsi nel paesino abruzzese in cui era nata, mia cugina viveva da sola, leggeva, lavorava, non era sposata, fumava, parlava di politica e votava Partito Comunista (o, peggio, Radicale). Mia cugina era una femminista, insomma, che in punta di piedi metteva in dubbio le fondamenta di un sistema cattolico-patriarcale altrimenti imperante. Allora una ragazza, oggi una donna intelligente e fortissima, è stata una figura assolutamente determinante nella mia adolescenza.

Per lei e per milioni di altre donne italiane, sinistra (allora si diceva comunismo) e femminismo rappresentavano due facce delle stessa medaglia, la promessa di un’uguaglianza di fatto  e la chiave per raggiungere una società migliore. Da allora, tante cose sono cambiate. Il Partito Comunista ha cambiato nome, anche se molte delle facce sono sempre le stesse. Invece di femminismo, oggi parliamo di pari opportunità. In entrambi i casi, il cambiamento è avvenuto così, in modo un po’ frettoloso, forse senza le dovute spiegazioni, spesso perdendo la capacità di mantenere l’energia del passato.

Da allora, qualche piccolo progresso nella vita delle donne c’è stato, anche se siamo ancora ben lontani dalla parità economica, politica e sociale sognata dalle femministe e rivendicata oggi da movimenti come il Se Non Ora Quando. Secondo Roberta Agostini, Responsabile delle Politiche per le Donne del Partito Democratico, “tra i compiti di questa legislatura c’è anche quello di dare risposte ai movimenti di donne che hanno attraversato il paese. Noi siamo in una fase in cui le donne soprattutto le più giovani vogliono affermarsi anche nella vita pubblica ( e possibilmente senza rinunciare alla vita privata)”. Secondo Roberta, per il Partito Democratico “c’è stato un salto in avanti in termini di presenza femminile evidente. Nelle ultime elezioni amministrative con l’introduzione della doppia preferenza, nei consigli comunali il numero delle elette è aumentato notevolmente. A Roma passiamo da 1 a 7, a Brescia da 1 a 5,  ad Avellino da 0 a 5. Forse non stiamo conquistando i vertici, ma alcuni spazi si stanno aprendo. E’ una presenza raggiunta con grandi battaglie, dentro e fuori i partiti, che hanno promosso ed incontrato un cambiamento nella mentalità e nella cultura. Riconoscere questo cambiamento è molto importante, anche per capire come valorizzare ed investire questa forza.”

A ogni epoca le sue battaglie e le sue ambizioni. La mia generazione (quella delle trentenni, per intenderci) è forse più pragmatica di quella di mia cugina e invece di una rivoluzione sogna un cambiamento graduale, posizione per posizione, come quello di cui parla Roberta Agostini. Invece di femminismo, parliamo di democrazia paritaria e conciliazione, alcune di noi con un po’ di nostalgia per un tempo in cui donne e uomini avevano l’ingenuità e il coraggio di essere militanti di un partito, un movimento, o entrambi.

Mia cugina ha condiviso con me i suoi libri di Pavese, Vittorini e Oriana Fallaci. Alcuni non glieli ho mai restituiti e seguono nella mia libreria per ricordarmi il debito morale, intellettuale e affettivo che ho con lei e con le donne che hanno lottato per darci oggi una vita più degna e giusta. In parte, ci sono riuscite, in parte no, anche a causa di un sistema politico che sta imparando solo ora a valorizzare le donne. Il resto sta a noi farlo, partendo dai partiti, dalle istituzioni e forse ancora prima dalle case e se necessario dalle piazze.

E’ il 2013 e la piccola provincia l’ho lasciata da 17 anni e anche se vivo a New York, non fumo (più) e sono sposata, come mia cugina sono femminista. Mi sono addirittura iscritta a un partito di sinistra e sono segretario di circolo. La mia famiglia post-democristiana forse non è tanto contenta, mia cugina spero di sì.

Gli asili nido, le donne e la politica dei numeri (e del buon senso)

14 Mag

Come Venditti, anch’io al Liceo pensavo che la matematica non sarebbe mai stata il mio mestiere. Eppure dopo la Laurea mi sono decisa a studiare un Master in Economia (dello Sviluppo). La ragione non è stata un colpo di fulmine con l’econometria. Piuttosto, mi sono accorta che per convincere le persone (e i governi) a intraprendere politiche sociali dettate dal buon senso, alle volte ci vogliono i numeri.

Ecco quindi alcuni numeri sugli asili nido in Italia, la disoccupazione femminile e la correlazione tra i due. Ma non solo.

Con un investimento pubblico nell’educazione prescolare tra i più bassi in Europa, solo il 12% dei bambini italiani ha accesso agli asili nido. Un numero ben inferiore a quello di altri Paesi europei (50% in Danimarca, Svezia e Irlanda) e ancora lontano dal 21% richiestoci dal Trattato di Lisbona.

Principalmente a causa della mancanza di strutture pubbliche per l’infanzia, solo intorno al 50% delle mamme lavora, contro il 70% di Francia, Regno Unito e Germania. E non è che le italiane non vogliano lavorare per una questione di mentalità, come sostengono alcuni. Secondo l’ISTAT, il 55,5% delle donne che si prende cura dei figli piccoli come occupazione principale dice di farlo soprattutto a causa del costo proibitivo dei nidi (altre a causa dell’incompatibilità di orario degli stessi con il lavoro o della distanza da casa).

La soluzione è a portata di mano. Secondo uno studio della Fondazione Collegio Carlo Alberto, la provvisione di strutture pubbliche gratuite per l’infanzia porterebbe al 75,5% l’impiego femminile. E non finisce qui. La provvisione di servizi per l’infanzia ha un effetto positivo sulla fertilità (riducendo il costo opportunità dei figli) e migliora le capacità linguistiche dei bambini, soprattutto di quelli provenienti da settori socio-economici disagiati. E di migliorare i nostri studenti ne hanno davvero bisogno, a considerare i risultati altamente insoddisfacenti del nostro Paese secondo il Programma per la Valutazione Internazionale dell’Allievo (meglio noto con l’acronimo PISA).

I numeri ci dicono quindi, ancora una volta, quello che noi donne già sapevamo: abbiamo bisogno di asili nido per lavorare e continuare a fare figli. Sembra logico, eppure molti nella classe politica italiana continuano a far finta di non capire, inventandosi formule magiche alternative per l’impiego femminile e la fertilità. Un esempio? I dieci saggi (tutti uomini) nominati da Napolitano hanno proposto, nella loro relazione sul lavoro, unicamente incentivi fiscali alle famiglie e telelavoro. Dei nidi scrivono che pochi bambini ne dispongono, ma non propongono di crearne di nuovi.

Com’è possibile? La risposta è una sola. Anche se noi italiane sappiamo bene cosa serve alle nostre famiglie, non abbiamo ancora imparato a chiederlo e ottenerlo da una classe politica che da sempre ci ignora. Letteralmente. Basti solo ricordare che in alcuni programmi dei partiti alle scorse elezioni la parola “donna” semplicemente non c’era. Leggere per credere.

Da dove partiamo allora? Non so voi, ma alle prossime elezioni, tanto per cominciare, io voterò solo chi dimostri di aver capito che non ha senso parlare di occupazione femminile senza parlare di asili nido. Dite che qualcuno lo trovo? Sono ottimista: io dico di sì.

PS: La foto in alto e’ dell’asilo (pubblico) che ho frequentato da bambina, un luogo meraviglioso che ricordo con infinita dolcezza.

#festadellamamma: cosa celebrare e cosa rottamare

11 Mag

Secondo stime delle associazioni di negozianti, gli americani spenderanno quest’anno 20,7 miliardi di dollari in occasione della festa della mamma, cioè una media di 169,9 dollari per madre, per lo più in fiori, oggettini e ristoranti, che qui a New York, come in tante altre città, offrono domenica drink gratuiti e prezzi speciali per le mamme. L’anno scorso è stato più o meno lo stesso e così via da vari anni. Un bell’investimento, insomma. Ma investimento in cosa?

Non di certo nella valorizzazione delle donne (e delle mamme), che anche qui continuano ad essere il settore più vulnerabile della popolazione. In media più povere che gli uomini, spesso maltrattate, sono loro ad assumere anche la principale responsabilità’ della maternità, che qui non riceve quasi nessun appoggio in termini di politiche sociali (negli Stati Uniti il congedo di maternità garantito e gli asili nido pubblici non esistono).

Eppure la dimensione consumistica non è neanche la caratteristica peggiore della festa della mamma, per come si celebra oggi. La simbologia che si porta appresso, invece, in Italia come in America, è ben più pericolosa perché ci allontana, invece di avvicinarci, al raggiungimento delle pari opportunità tra uomini e donne.

Le mamme che si festeggiano domenica, nell’immaginario collettivo e nelle proposte dei media, non sono donne a 360 gradi che si muovono in una società moderna e vivono la maternità con tutte le sue complessità. Piuttosto, sono donne stile Cornelia  la madre dei Gracchi, tutte casa e famiglia, pronte a esibire i propri figli come i gioielli più belli e le uniche conquiste. Immagini fossilizzate che non rispecchiano quello che viviamo-o dovremmo aspirare a vivere-oggi.

Eppure altri modi di onorare la maternità sono non solo possibili, ma doverosi. Per esempio, perché domenica non celebriamo la volontà coraggiosa di quelle coppie dello stesso sesso che, seppure in una società ancora spesso ostile, vogliono adottare dei figli, come succede in tanti Paesi civili, dalla Francia al Messico all’Argentina? E perché non parliamo dell’importanza di cambiare la legislazione sulla riproduzione assistita per aiutare quelle migliaia di donne italiane che non possono avere figli per problemi comunissimi e che sarebbero facilmente risolti in altri Paesi, dalla Spagna agli Stati Uniti? E se poi affrontassimo il tema della licenza di paternità obbligatoria e dell’occupazione femminile, per smettere di glorificare i sacrifici delle mamme e iniziare piuttosto a ridurli quando possibile?

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Come mai si fanno ancora figli in America

24 Apr

Dal mio articolo su Donne Ieri, Oggi e Domani di Marta Ajo’.

http://www.flickr.com/photos/ tunnelarmr/2526487880/

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Ci sono vari vantaggi dell’essere una donna in America, piuttosto che in Italia. Per esempio, il vivere con molti modelli culturali positivi per le donne, che negli ultimi vent’anni hanno fatto passi da gigante, dalla politica all’imprenditoria, da Hillary Clinton a Sheryl Sandberg.

Le cose cambiano però drammaticamente quando la donna diventa mamma. Perché negli Stati Uniti ci sono tanti diritti, meno il diritto di essere mamma. Niente licenza di maternità, niente impossibilità di licenziare una donna in licenza di maternità, niente asili nido. Nessuna protezione.

Mi spiego meglio. Le leggi sulla licenza di maternità variano da Stato a Stato, da impresa a impresa e sono spesso frutto di negoziazione tra gli impiegati e le compagnia. Spesso, il datore di lavoro non è tenuto a offrire nessun permesso per le neo mamme, retribuito o meno. In sette anni di vita qui ho conosciuto donne che sono dovute tornare a lavorare dopo tre giorni dal parto. Altre che sono riuscite a negoziare quattro settimane non pagate, magari usando parte delle vacanze che avevano maturato negli anni. Ho parlato con donne che hanno deciso di farsi il taglio cesareo perché garantiva loro due settimane pagate di malattia, per poter stare con i propri figli. E ho condiviso la frustrazione di altre che sono state licenziate durante la licenza di maternità, perdendo anche l’assicurazione sanitaria loro e del neonato, causa tagli del personale. Tutto questo è assolutamente possibile e legale.

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