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Caro Matteo, nomina una donna per le pari opportunità nella nuova segreteria del Pd

10 Set

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Il mio ultimo blog post sull’ Huffington Post Italia.

Caro Matteo,

“Il merito, il talento e la qualità sono di sinistra”, hai detto alla festa dell’Unita e più che mai mi sono sentita a casa in un Partito Democratico che insieme a te ha smesso di guardare al passato ed è finalmente in grado di raccontare una nuova storia di futuro, creare nuovi miti, parlare ai giovani e riempire le piazze di gente appassionata. Un Partito che finalmente ha assunto il suo ruolo di motore del progresso sociale e politico.

Quando merito, talento e qualità vengono premiati, il Paese cresce e inizia a valorizzare risorse preziose, storicamente dimenticate, a cominciare dalla leadership femminile. Tu lo hai capito e hai avuto la lungimiranza di promuovere le pari opportunità nel governo, in Europa e in una riforma costituzionale che finalmente garantirà il principio di parità e non discriminazione tra donne e uomini nelle leggi elettorali.

Non è cosa da poco, in un Paese dove molti partiti politici hanno una tradizione di indifferenza e disinteresse nei confronti delle donne. Un esempio? In occasione delle scorse politiche, il programma del PdL menzionava la parola “donna” una sola volta, nella frase “la famiglia, comunità naturale fondata sul matrimonio tra uomo e donna”. Nel Programma del Movimento Cinque Stelle, invece, la parola “donna” semplicemente non c’era. Neanche una volta. Il 50% della popolazione: invisibile.

Il Partito Democratico, fortunatamente, pur con tutti i suoi limiti è davvero fatto di altra pasta e anche per questo è sempre stato la mia casa. Eppure credo che in questo momento storico abbiamo la responsabilità di fare di più, assumendo chiaramente la bandiera delle pari opportunità come conditio sine qua non di un’uguaglianza basata su merito, talento e qualità.

Per questo, ti chiedo di nominare una donna come responsabile delle politiche di genere e pari opportunità nella nuova segreteria del PD.

A richiederlo è una condizione femminile nel nostro Paese che, lo sai meglio di me, è drammatica, con tassi di occupazione bassissimi, un gap salariale che non accenna a diminuire e fenomeni di violenza che colpiscono una donna su tre. Pensare di far ripartire il Paese lasciando indietro metà della popolazione è impossibile, come continuare a cercare di gareggiare con una bicicletta che ha una gomma sgonfia.

Se il Partito Democratico vuole davvero essere un motore di rinnovamento e progresso sociale, ha bisogno di approfondire la tematica delle pari opportunità e farlo nominando una persona incaricata di disegnare e promuovere politiche su questo tema. Una persona dedicata totalmente a questo perché, come si dice a Washington “If You’re Not at the Table, You’re on the Menu” e senza una persona di riferimento, responsabile e accountable, non si fa molta strada in nessun tema.

La mia è una raccomandazione da donna, esperta di genere, femminista ma anche attivista del Partito Democratico, perché avere una donna responsabile delle pari opportunità in Segreteria vuol dire mostrare alle italiane e agli italiani che il tema per il PD è prioritario e assumerne la leadership. Se ci pensi bene, guadagneremmo un bel vantaggio comparato rispetto a tutti gli altri su metà dell’elettorato.

Le economiste di Valorizzare le Donne Conviene scrivevano un paio di anni fa che la causa della stasi, negli ultimi decenni, delle rivoluzioni delle donne italiane è forse dovuta al fatto che la rivoluzione nella politica non era ancora cominciata. Io dico che questa rivoluzione il Paese, con il governo guidato da te, l’ha già iniziata. Dipenderà dalla leadership della nuova Segreteria su questo tema che sia il Partito Democratico a portarla a termine, realizzando pienamente quei valori di merito e qualità che sono, ora più che mai, propri della sinistra.

Il segno del nuovo nel governo? Se sarà fatto di metà donne e metà uomini

14 Feb

A seguito un articolo di Elisabetta Addis sull’Huffington Post Italia. Elisabetta ci ricorda che, oltre le polemiche e indipendentemente dai leader, ci sono battaglie che vanno combattute tutti i giorni a cominciare da oggi. Come la battaglia per la parita’ di rappresentanza in parlamento. Secondo le economiste di Valorizzare le donne conviene «la causa della stasi, negli ultimi decenni, delle rivoluzioni delle donne italiane è forse dovuta al fatto che la rivoluzione nella politica non è ancora cominciata». Io dico che e’ ora di farla cominciare, questa rivoluzione, per esempio firmando la petizione #NOICISIAMO. Quando? Ora. Perche’ scusate ma Se Non Ora, Quando? 

factory-x-paritariaTre anni fa, Il 13 febbraio 2011, un milione di donne e uomini amici delle donne scese in piazza con la manifestazione Se Non Ora Quando per rivendicare dignità per le donne italiane. Fu l’inizio di un nuovo ciclo politico, la rottura della rassegnazione alla sconfitta culturale e politica al Berlusconismo, quella sconfitta che ci ha regalato il Porcellum, laGiovanardi-Fini, la legge sulla procreazione assistita e altre ignominie. Fummo coraggiose, arrischiate. Eravamo nell’angolo, ne siamo uscite, e per noi molto è cambiato: ora si parla di contrasto del femminicidio, di cambiare l’immagine delle donne nei media, ora si parla di vietare le dimissioni in bianco per le giovani lavoratrici, ora si parla di democrazia paritaria. Domani, 14 febbraio, si balla a Piazza di Spagna con One Million Rising, per la giustizia verso le donne, come in tutte le altre capitali d’Europa.

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Leadership femminile e harassment: è l’ora di fare outing e cambiare le cose

5 Feb

Gli episodi odiosi e gravi di sessismo che hanno coinvolto Laura Boldrini e le parlamentari PD la scorsa settimana non sono casi isolati,  ma vengono vissuti tutti i giorni da centinaia di italiane sul posto di lavoro. Donne che, nella maggior parte dei casi, non godono della stessa visibilita’ e possibilita’ di risposta di chi sta in parlamento. Per loro, l’indignazione non basta: servono leggi. Di seguito, un bellissimo articolo di Federiga Bindi sull’Huffington Post su leadership femminile e harrassment. 

UnknownDopo gli ignobili attacchi al Presidente della Camera On. Laura Boldrini, è comune la condanna pubblica al linciaggio contro le donne nelle istituzioni. Purtroppo l’On. Boldrini non è la prima donna in posizione di leadership ad essere attaccata e linciata moralmente. Nè, temo, sarà l’ultima. È l’ora che oltre ad indignarsi si passi concretamente a fare qualcosa per cambiare.

Quel qualcosa si chiama outing e legislazione.

La triste realtà dei fatti in Italia – un paese dove fino al 1981 (!) erano previste dalla legislazione le attenuanti per il delitto d’onore – è che se sei donna e hai una posizione di qualche rilievo, il minimo che ti fanno chiaramente capire è che, in fondo, sei lì solo perché hai dato “qualcos’altro” in cambio. Alzi la mano quella donna in posizione di leadership che può dire, in tutta onestà, di non aver mai ricevuto commenti in tal senso più o meno espliciti, per tacer delle avances o delle pacche ben assestate.

Dobbiamo avere il coraggio di cominciare a denunciare queste cose pubblicamente. Non è facile, nel paese in cui nel 1998 fu negata una condanna per stupro anchè perchè la vittima portava i jeans… Troppo spesso, appena si sfiorano certi temi, scatta automatico nell’interlocutore il dubbio – esplicito o meno – che in fondo, in qualche modo, quelleadvances e quei commenti te li sei cercati…

In questi due anni come Direttore dell’Isituto Italiano di Cultura a Bruxelles, ho per esempio dovuto subire battute e comportamenti che se fossi stata uomo non avrei mai sperimentato. In altri paesi, come per esempio in Belgio, la legge mi avrebbe protetto. Ma in Italia non esiste nè legislazione sul “sexual harassment“, nè sull'”harcelement morale“. Il fatto che non esista neanche una terminologia adeguata in italiano, la dice lunga in proposito. Quanto alla legge sul cosiddetto “mobbing” si applica solo laddove vi sia un danno fisico direttamente riconducibile al comportamento subito sul luogo di lavoro e quindi è assai difficile da provare.

La cosa più triste è che spesso sono le donne a non difendere le loro “sorelle”. Il concetto di “sisterhood” proprio del mondo anglosassone, da noi è completamente sconosciuto. In Italia, troppo spesso le donne, una volta raggiunta una posizione di leadership, tendono a girarsi dall’altra parte. È l’ora di cambiare e di fare qualcosa.

Oggi, sull’onda dello sconcerto per gli attacchi al Presidente Boldrini, il momento è propizio.

Trasformiamo lo sdegno in legislazione. Avere la possibilità di difendersi in tribunale (e con tempi certi) è il primo passaggio fondamentale per cambiare le cose. Pensiamo a quanto sta avvenendo nei CDA dopo la legge Costa-Mosca sulle quote donna. C’è una petizione che chiede parità di genere nelle liste elettorali; sarebbe un passo importante. Ma soprattutto, c’e’ bisogno di una legislazione che tuteli le vittime di harassment sessuale o morale – uomini o donne che siano – anche se le statistiche mostrano che in Italia le vittime sono in maggioranza donne.

Signore Deputate, oggi voi avete la possibilità di trasformare la vostra indignazione in azione concreta e cambiare, una volta per tutte, il nostro Paese. Costringete i vostri colleghi maschi a votare con voi una legislazione finalmente appropriata; se loro non ci stanno, fatelo voi. Cambiare si può, ma dipende soprattutto da noi e dal nostro coraggio di alzarci in piedi e combattere contro un sistema e degli usi che ormai non sono più sostenibili.

Un Job Act per le donne

13 Gen

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Un articolo uscito anche sull’ Huffington Post Italia.

Negli ultimi mesi di attivismo politico per il Partito Democratico a New York, ho capito tre cose.

La prima: l’unico modo per non sbagliare e non essere criticati è non fare nulla, possibilmente non uscendo di casa e sconnettendosi dal computer.

La seconda: la politica è una cosa meravigliosa perché ti permette di avvicinarti ai cuori delle persone, capire i loro sogni, ricaricarsi delle loro energie per tracciare la roadmap di come l’Italia potrebbe diventare non più solo il Paese più bello del mondo, ma anche il più vivibile.

La terza: le donne hanno moltissimo da apportare, ma per farlo devono saper puntare i piedi, sedersi al tavolo delle negoziazioni e pretendere di essere ascoltate, non solo in quanto brave e capaci, ma anche in quanto rappresentanti di interessi, necessità e risorse che non possono essere intesi come di nicchia, perché riguardano metà della popolazione.

Come donna e attivista politica di sinistra credo quindi che il Job Act di Matteo Renzi abbia un ottime potenzialità, perché punta su trasparenza, riduzione della burocrazia e rinnovamento e può far diventare l’Italia il Paese moderno, dinamico e giusto che meritiamo di essere. A una condizione importantissima, pero’: che metà della popolazione (quella metà, oltretutto, con le migliori performance scolastiche e accademiche) inizi ad essere valorizzata.

Esistono quindi delle misure, perfettamente in tono con lo spirito innovatore del Job Act, che sono essenziali per fare davvero ripartire la nostra economia e devono essere incluse nelle politiche del lavoro del Partito Democratico.

1. Welfare: asili nido e congedo di paternità (vedi le nuove leggi tedesca e francese). Secondo uno studio della Fondazione Collegio Carlo Alberto, la provvisione capillare di strutture pubbliche gratuite per l’infanzia porterebbe al 75,5% l’impiego femminile. Non solo: la provvisione di servizi per l’infanzia ha un effetto positivo sulla fertilità (riducendo il costo opportunità dei figli) e migliora le capacità linguistiche dei bambini, soprattutto di quelli provenienti da settori socio-economici disagiati. Come sta facendo la Francia, poi, è importante prevedere un congedo di paternità obbligatorio non simbolico (per lo meno un mese, magari togliendo un po’ di tempo al congedo materno). Secondo il Dipartimento di Politiche Economiche dell’Unione Europea, il paternity leave agisce non solo sull’occupazione femminile post-maternità (aumentando la probabilità che una donna torni al lavoro del 12%), ma anche su quelle pre- maternità (riducendo il fattore rischio rappresentato per un’impresa dall’assunzione di una donna piuttosto che di un uomo) e hanno un dimostrato effetto positivo sulla fertilità e la promozione dell’uguaglianza nella divisione del lavoro domestico all’interno della coppia.

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Perché per le donne fare politica a sinistra è molto meglio che a destra

13 Ott
Con Thomas Hirschhorn al Monumento a Gramsci

Con Thomas Hirschhorn al Monumento a Gramsci

Un mio articolo sull’Huffington Post Italia.

Lea Melandri fa un discorso estremamente interessante e provocatorio nel suo articolo La passione delle donne di destra che manca a quelle del Pd, dove sostiene di vedere nelle donne del PdL un “protagonismo e una passione che sembrano mancare alle donne di altre formazioni politiche”. Per certi versi, ha ragione. Le donne a destra sono più visibili, basti pensare ai ruoli di Santanché e Carfagna nelle ultime vicende berlusconiane.

Esistono, però, delle differenze fondamentali tra le donne a destra e a sinistra, che mi portano a pensare che la sinistra sia ancora, almeno nel nostro Paese, l’unico luogo politico davvero amico delle donne.

Innanzitutto, il merito. Le donne che sono nate e si sono “formate” intorno a Berlusconi non sono state, spesso, scelte per le loro capacità o per il loro percorso politico (spesso inesistente). Non brillano di luce propria, quindi, ma ricoprono un ruolo di prestigio in virtu’ della grazia ricevuta da chi le ha create e, in qualsiasi momento, può distruggerle.

A sinistra, da Valeria Fedeli a Roberta Agostini, da Alessia Mosca a Debora Seracchiani (solo per menzionarne alcune), le donne ricoprono ruoli importanti in virtu’ delle proprie capacità, spesso dopo anni di militanza e formazione politica.

Sesso, sessualità e genere. Essere donne nella corte di Berlusconi vuol dire, di solito, usare il proprio sesso (inteso come la differenza tra uomini e donne) e, ogni tanto, la propria sessualità, per garantirsi un posticino sotto i riflettori, magari togliendolo ad altre donne.

Essere donne sinistra, spesso, vuol dire invece farsi portavoce dell’agenda femminile: lavorare, cioè, su classici temi “rosa” quali servizi per l’infanzia e femminicidio, ma anche temi più scomodi, quali aborto e quote elettorali, assumendo, quindi, tutto il peso di un’identità di genere che va ben oltre le differenze anatomiche.

Femminismo. Il femminismo è stato un motore chiave della partecipazione politica, non solo perché ha avvicinato le donne alla politica (permettendo loro di votare, tanto per cominciare), ma anche perché le ha formate su temi importanti per la realizzazione delle pari opportunità.

Le femministe erano e sono, prevalentemente, di sinistra (o almeno quasi mai di destra) perché era (ed è) per lo più la sinistra a premere per lo sviluppo di una società che offra alle donne ruoli diversi da quelli di moglie, mamma, aiutante e, più recentemente, velina, olgettina o genericamente “gnocca”. In questo, la destra (rappresentata dal PdL nella sua, forse, peggiore espressione) e la sinistra sono geneticamente, assolutamente, innegabilmente diversi.

Il mio non è un punto di vista imparziale, lo avrete capito. Io sono femminista, di sinistra, iscritta al Partito Democratico e orgogliosissima segretaria del Circolo Pd New York. Per me fare attivismo politico da donna e essere di sinistra sono una sola cosa perché vedo il mio attivismo come parte di un percorso di affermazione non solo delle donne, ma dei loro diritti e delle loro necessità. Questi diritti e queste necessità la destra italiana spesso li ignora.

Un esempio? In occasione delle scorse politiche, il programma del PdL menzionava la parola “donna” una sola volta, nella frase “la famiglia, comunità naturale fondata sul matrimonio tra uomo e donna”. Nel Programma del Movimento Cinque Stelle, invece, la parola “donna” semplicemente non c’era. Neanche una volta. Il 50% della popolazione: invisibile.

Non fraintendetemi: anche a sinistra non siamo perfetti (e perfette). A cominciare dal PD, si potrebbe e dovrebbe fare di più per portare avanti e dare maggiore visibilità alle tante donne bravissime che abbiamo. Non solo: dovremmo saper avvicinare ancora più giovani donne alla politica, a partire dai circoli, dove ancora, alle volte, si fa fatica a rispettare l’alternanza di genere nelle liste, perché troppe poche donne sono disposte a fare un passo avanti.

Da dove partire?

Per esempio, rafforzando la Conferenza Nazionale delle Democratiche, per renderla un organo più simile all’americana Emily’s List, un’organizzazione che si adopera per formare e far eleggere candidate favorevoli ai diritti riproduttivi all’interno del Partito Democratico americano, raccogliendo fondi per le loro campagne e unificando l’elettorato femminile intorno a loro.

Fare politica “dal basso” è una cosa meravigliosa, un modo di lavorare insieme per definire un’idea di Paese migliore e realizzare quest’idea. Farlo a sinistra è mille volte meglio, soprattutto per le donne. Abbiamo solo bisogno che più italiane lo capiscano perché, lo dico davvero, non sanno cosa si stanno perdendo.

 

Barilla e quell’Italia (brutta e piccolina) che non esiste

1 Ott

Un mio articolo sull’Huffington Post.

Forse Guido Barilla non se n’è accorto, ma la famiglia tradizionale a cui pensa lui, la famiglia sacrale delle sue pubblicità, non esiste e non è mai esistita.

Non solo perché gli italiani non vivono in mulini, ma perché le famiglie italiane non fanno più figli. Il 25% delle donne italiane termina la “carriera riproduttiva” (perdonatemi: scientificamente si dice cosi) senza aver avuto figli.

Le famiglie italiane non sono giovani, ma vecchie, con meno bambini e più anziani seduti a tavole sempre più piccole e povere. Le donne italiane non sono tanto sorridenti quanto frustrate, accollandosi cinque ore di lavoro domestico in più rispetto ai loro mariti. Una donna su tre è vittima di violenza domestica.

La famiglia tradizionale e sacrale di cui parla Barilla è quindi un’illusione, ma non solo. È anche una trappola: trappola di genere, perché costringe le donne a confrontarsi con modelli di femminilità e maternità impossibili. Trappola di intolleranza, perché ignora le famiglie omosessuali e esclude le persone “diverse” in colore e origini etniche. Infine, è una trappola di disumanità, perché dimentica (come sempre e dappertutto) le persone disabili.

Come mi raccontava Laura Corradi qualche mese fa: “la maggior parte delle pubblicità – sulle quali si spendono milioni di euro (che noi paghiamo nel prezzo dei prodotti) è ancora marcatamente fondata su stereotipi di genere, razza e sessuali – un mondo dove tutti sono giovani, ricchi e spensierati. E fanno ancora uso sproporzionato di corpi (anche di bambini/e) e sentimenti – anche attraverso l’ipnosi […]. Si tratta di un consumo obbligatorio di immagini e suoni a cui siamo sottoposte/i quotidianamente e continuativamente, il che implica un livello serio di manipolazione di massa specie nei confronti delle persone giovani.”

Guido Barilla, quindi, non è purtroppo solo, ma in ottima compagnia nella volontà di proporre agli italiani degli ideali a cui ispirarsi che sono non solo più piccoli e più semplici, ma anche più meschini di quanto non sono le nostre realtà. I mulini a vento contro cui lotta Barilla sono quindi quelli creati solo da ristrettezza mentale e ipocrisia.

Seppur con tutti i loro problemi e le loro difficoltà, le famiglie italiane sono spesso più belle di quelle della pubblicità Barilla, perché più diverse, tolleranti e umane. Anche la politica, uno dei settori tradizionalmente più conservatori della nostra società, ha iniziato ad accorgersene e rispecchiare questa diversità. Le pubblicità ci arriveranno anche loro, anche se in ritardo. Certo, ci arriverebbero prima se esistessero delle regolamentazioni dei messaggi pubblicitari, come quelle descritte da Elisa Giomi su InGenere.

Nel frattempo, non ci resta che usare il potere che abbiamo, non solo boicottando Barilla (e gli altri produttori che riproducono nei loro spot simili visioni similmente distorte di famiglia e società), ma anche e soprattutto punendo quei partiti politici che, nelle loro pratiche e nei loro messaggi, vorrebbero far diventare il nostro paese una brutta copia delle peggiori pubblicità Barilla.

Non sto pensando solo ai lanciatori di banane, ma a chi ignora le donne nei propri programmi politici e a quei politici che credono che il miglior complimento da fare a una donna sia “gnocca”.

Ne abbiamo di cose e persone da boicottare, insomma. Barilla non è che l’inizio.

Le donne e i partiti: quello che l’America ci può insegnare

6 Ago

Un mio articolo sull’ Huffington Post Italia.

La scorsa settimana negli Stati Uniti, Democratici e Repubblicani hanno lanciato le rispettive “agende rosa”, cioè due programmi tesi a promuovere le pari opportunità di genere e fomentare la partecipazione politica femminile. Alla base per entrambi c’è il desiderio di accattivarsi un elettorato femminile che si è visto essere sempre più importante nel corso delle ultime elezioni.

Nancy Pelosi, Leader della Minoranza al Congresso, ha presentato l’“Agenda Economica per Donne e Bambini”, che introduce proposte di legge su alcuni punti considerati chiave dalle americane. Tra loro: equo salario, giorni di malattia e di maternità/paternità garantiti (gli Stati Uniti sono uno dei tre Paesi al mono e l’unico del mondo sviluppato a non prevedere il congedo di maternità obbligatorio) e accesso a servizi per l’infanzia dal costo abbordabile (il costo medio per un anno di nido negli Stati Uniti è tra i $4,000 e i $12,000. A New York, poi, si aggira sui $20,000). Per i Democrats, la volontà di arrivare all’elettorato femminile attraverso candidate donne e programmi ad hoc non è nuova. Già dal 1985, l’organizzazione di donne Emily’s List si adopera per far eleggere candidate favorevoli ai diritti riproduttivi all’interno del Partito Democratico, raccogliendo fondi per le loro campagne e unificando l’elettorato femminile intorno a loro.

Per i Repubblicani, Sharon Day, Co-Presidente del Republican National Committee, ha lanciato il progetto “Crescere”, teso a far aumentare di 150 il numero (e quindi il peso relativo e assoluto) delle donne nel partito.

In anticipo rispetto alle prossime elezioni presidenziali ma a pochi mesi da molte elezioni statali, i partiti americani vogliono quindi avvicinarsi all’elettorato femminile, chiave in quanto rappresenta una parte importante dello “swing vote”, cioè quel voto che può’ cambiare da elezione a elezione, a seconda dei programmi e delle performance dei partiti.

All’indomani del lancio dell’agenda democratica per le donne, il 90% dell’elettorato americano si diceva favorevole a politiche per il salario equo, 75% in favore all’aumento dei servizi per l’infanzia e il 72% in favore dell’espansione di politiche per il congedo di maternità/paternità e malattia. Parlare alle donne, insomma, conviene e la politica americana ne è oggi più che mai consapevole.

In Italia, purtroppo, l’elettorato femminile rimane una risorsa poco utilizzata, non solo dalle gerarchie di partito, ma soprattutto dalle stesse donne, spesso incapaci di organizzarsi per pretendere dalla politica soluzioni ad una condizione femminile che ci vede ultimi in Europa.

Il Movimento se Non Ora Quando ha rappresentato un primo tentativo in questo senso, ma non è stato in grado di far assimilare pienamente le proprie richieste dai partiti, ne’ di convincere le italiane a pretendere un’ “agenda rosa” dai propri candidati. O dalle proprie candidate, alle volte utilizzate le donne in modo strumentale (le donne, spesso, portano voti), senza nessuna strategia politica al femminile alle spalle. Come si spiegherebbe, altrimenti, che nel parlamento attuale, che vanta il più alto numero di donne nella storia del Paese, non ci sia ad oggi un Ministro che si occupi a tempo pieno di pari opportunità?

Cosa dovrebbe fare allora l’elettorato femminile?

Per esempio, rifiutarsi di votare partiti e candidati che non includano il potenziamento dei servizi per l’infanzia nel loro programma. Oppure controllando presenze e astensionismi in occasioni di votazioni chiave, quali la ratifica della Convenzione di Istanbul e la difesa della legge 194, per menzionarne un paio. O anche solo verificando quante volte si parli di donne nei programmi dei partiti: nelle scorse elezioni, due dei tre partiti che hanno raccolto più voti non ci menzionavano neanche.

Gli Stati Uniti come in Italia, nella politica dei numeri le donne contano. I partiti hanno iniziato a accorgersene, le donne, purtroppo, ancora no e solo quando lo faranno le cose inizieranno a cambiare davvero.

Perchè l’Italia ha bisogno di un Ministro delle Pari Opportunità Full-Time

17 Lug

Un mio articolo su iMille

107PalazzoChigiNonostante le buone intenzioni, il numero record di donne in parlamento e l’ottimo lavoro iniziato da Josefa Idem, sembra che le pari opportunità debbano cadere vittima dell’austerity, o meglio di una classe politica che, in buona parte, vede ancora l’agenda di genere come non proprio indispensabile, o addirittura superflua. La decisione del Governo Letta di accorpare due ministeri diversi come quello dello Sport e quello delle Pari Opportunità aveva rappresentato un segnale di questa direzione, ora purtroppo riconfermato dalla scelta di non sostituire il Ministro dimissionario Idem.

Chiariamolo: non è che non si possa promuovere l’uguaglianza di genere anche senza un ministero. Negli Stati Uniti, per esempio, pur nell’assenza di una “segreteria di stato” (il corrispondente americano dei nostri ministeri) apposita, le pari opportunità sono sostenute e garantite da tutta una serie di istituzioni pubbliche che, con bilancio adeguato e personale dedicato, sia a livello federale che statale, si occupano capillarmente di questo tema, come parte delle stesse segreterie o complementarmente a esse.

Nel caso italiano, però, un Ministro delle Pari Opportunità dedicato unicamente a questo tema è altamente preferibile, alla luce della drammaticità di una condizione femminile che ci vede tra gli ultimi in classifica nel mondo occidentale e di un sistema politico in cui l’assenza di un Ministro competente generalmente implica la condanna a morte (per lo meno politica) di un settore.

Il Ministro Idem ha fatto in modo che di donne e uguaglianza si parlasse molto, in Parlamento e fuori. Con l’istituzione di una task force e un osservatorio per affrontare violenza sulle donne e femminicidio, ha poi iniziato un lavoro importante, la cui continuità è ora in pericolo. Josefa Idem ha infine rappresentato, anche se brevemente, un modello femminile di riferimento in una posizione governativa chiave.

La decisione di non sostituire il Ministro uscente ma ripartirne le funzioni rappresenta, quindi, anche in un contesto di austerity, un errore da parte del governo, come sostengono il Movimento Se Non Ora Quando e la Conferenza Nazionale delle Democratiche. Secondo Roberta Agostini, Responsabile delle Politiche per le Donne del Partito Democratico: “Le donne stanno pagando pesantemente la crisi e le politiche di risanamento, ma sono anche una risorsa straordinaria per uscire dalla crisi. Tra le politiche per la crescita ci sono gli investimenti sulle infrastrutture, che non sono solo strade e ponti, ma anche tutti quei servizi, dai nidi a quelli per la non autosufficienza, la cui assenza oggi pesa soprattutto sulla vita delle donne. Le politiche per la conciliazione, poi, servono a tutti, uomini e donne, per affermare un equilibrio tra vita familiare e vita lavorativa, e servono in particolare a tutte quelle donne italiane che oggi si fanno carico, come sappiamo, di un numero di ore lavorate superiore a quello degli uomini e superiore a quello delle altre donne in Europa. C’è un patrimonio di competenze femminili oggi sprecato e sottoutilizzato, sul quale investire per il futuro del paese”.

Le donne sono, insomma, una risorsa che, proprio in tempi di austerity, dovrebbe essere centrale. La nostra economia non funziona anche perché è incapace di utilizzare questa enorme risorsa, continuando a funzionare come una bicicletta che cerca di andare avanti, anche in salita, con una gomma sempre sgonfia.

Investire nelle donne conviene, ora più che mai, a cominciare dalla politica, dove sono necessarie donne capaci di ispirare le nuove generazioni e apportare cambiamenti sostanziali alla condizione femminile nel nostro Paese. Non è un compito facile. Senza un Ministro delle Pari Opportunità, poi, diventa improbabile.

Qualcuna era femminista e pure comunista…

22 Giu
L'immagine non e' di mia cugina, ma le assomiglia. E' frutto del lavoro di Lara e la trovate qui: http://www.flickr.com/photos/laras_photos/2075903422/

L’immagine non e’ di mia cugina, ma le assomiglia. E’ frutto del lavoro di Lara e la trovate qui: http://www.flickr.com/photos/laras_photos/2075903422/

Erano i primi anni ottanta. La mia famiglia era democristiana. Come tale e come tante, credeva nella bontà di quei valori cattolici che sembravano dare ordine e senso alla vita nella piccola, benestante provincia italiana, fatta di famiglie con due figli, mare d’estate e pasticcini dopo la messa alla domenica. Eppure anche nella mia famiglia c’era una pecora nera, o diciamo grigia. Una cugina di mio padre, di quasi vent’anni più grande di me. La prima donna a laurearsi nel paesino abruzzese in cui era nata, mia cugina viveva da sola, leggeva, lavorava, non era sposata, fumava, parlava di politica e votava Partito Comunista (o, peggio, Radicale). Mia cugina era una femminista, insomma, che in punta di piedi metteva in dubbio le fondamenta di un sistema cattolico-patriarcale altrimenti imperante. Allora una ragazza, oggi una donna intelligente e fortissima, è stata una figura assolutamente determinante nella mia adolescenza.

Per lei e per milioni di altre donne italiane, sinistra (allora si diceva comunismo) e femminismo rappresentavano due facce delle stessa medaglia, la promessa di un’uguaglianza di fatto  e la chiave per raggiungere una società migliore. Da allora, tante cose sono cambiate. Il Partito Comunista ha cambiato nome, anche se molte delle facce sono sempre le stesse. Invece di femminismo, oggi parliamo di pari opportunità. In entrambi i casi, il cambiamento è avvenuto così, in modo un po’ frettoloso, forse senza le dovute spiegazioni, spesso perdendo la capacità di mantenere l’energia del passato.

Da allora, qualche piccolo progresso nella vita delle donne c’è stato, anche se siamo ancora ben lontani dalla parità economica, politica e sociale sognata dalle femministe e rivendicata oggi da movimenti come il Se Non Ora Quando. Secondo Roberta Agostini, Responsabile delle Politiche per le Donne del Partito Democratico, “tra i compiti di questa legislatura c’è anche quello di dare risposte ai movimenti di donne che hanno attraversato il paese. Noi siamo in una fase in cui le donne soprattutto le più giovani vogliono affermarsi anche nella vita pubblica ( e possibilmente senza rinunciare alla vita privata)”. Secondo Roberta, per il Partito Democratico “c’è stato un salto in avanti in termini di presenza femminile evidente. Nelle ultime elezioni amministrative con l’introduzione della doppia preferenza, nei consigli comunali il numero delle elette è aumentato notevolmente. A Roma passiamo da 1 a 7, a Brescia da 1 a 5,  ad Avellino da 0 a 5. Forse non stiamo conquistando i vertici, ma alcuni spazi si stanno aprendo. E’ una presenza raggiunta con grandi battaglie, dentro e fuori i partiti, che hanno promosso ed incontrato un cambiamento nella mentalità e nella cultura. Riconoscere questo cambiamento è molto importante, anche per capire come valorizzare ed investire questa forza.”

A ogni epoca le sue battaglie e le sue ambizioni. La mia generazione (quella delle trentenni, per intenderci) è forse più pragmatica di quella di mia cugina e invece di una rivoluzione sogna un cambiamento graduale, posizione per posizione, come quello di cui parla Roberta Agostini. Invece di femminismo, parliamo di democrazia paritaria e conciliazione, alcune di noi con un po’ di nostalgia per un tempo in cui donne e uomini avevano l’ingenuità e il coraggio di essere militanti di un partito, un movimento, o entrambi.

Mia cugina ha condiviso con me i suoi libri di Pavese, Vittorini e Oriana Fallaci. Alcuni non glieli ho mai restituiti e seguono nella mia libreria per ricordarmi il debito morale, intellettuale e affettivo che ho con lei e con le donne che hanno lottato per darci oggi una vita più degna e giusta. In parte, ci sono riuscite, in parte no, anche a causa di un sistema politico che sta imparando solo ora a valorizzare le donne. Il resto sta a noi farlo, partendo dai partiti, dalle istituzioni e forse ancora prima dalle case e se necessario dalle piazze.

E’ il 2013 e la piccola provincia l’ho lasciata da 17 anni e anche se vivo a New York, non fumo (più) e sono sposata, come mia cugina sono femminista. Mi sono addirittura iscritta a un partito di sinistra e sono segretario di circolo. La mia famiglia post-democristiana forse non è tanto contenta, mia cugina spero di sì.

Cosa dovrà la Task Force sulla Violenza di Genere (in tre punti)

6 Mag

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Anche grazie alla presenza di donne forti al governo come la Boldrini e la Idem, stavolta sembra che il Governo voglia finalmente affrontare in modo serio e trasversale la violenza di genere che colpisce una donna su tre nel nostro Paese, nonché moltissime persone gay e trans. In questo contesto, una Task Force interministeriale rappresenta una scelta estremamente saggia. Affinché abbia successo, della Task Force dovranno fare parte non solo i ministeri di Giustizia e Interno, ma anche Istruzione, Economia, Integrazione, Lavoro e Salute, perché è impensabile che una donna possa liberarsi da una situazione di violenza se non gode di autostima, istruzione, autonomia economica, accesso ai servizi di salute e libertà di denunciare i suoi carnefici (a prescindere dal proprio status migratorio).

Cosa dovrà fare questa Task Force? Fortunatamente, non si tratta di reinventare l’acqua calda, ma basta studiare le raccomandazioni esistenti e compilate da Nazioni Unite, Unione Europea e ONG come D.i.Re, magari guardando anche alle migliori pratiche mondiali, per agire su tre fronti.

1.     Una nuova legge sulla violenza di genere e le altre norme necessarie

Attualmente, la normatività sulla violenza sulle donne è frammentata e si evince da tre principali: la legge 66 del 1996 (violenza sessuale), la legge 154 del 2001 (violenza domestica) e la legge 38 del 2009 (stalking).

Per facilitare informazione, interpretazione, diffusione e applicazione è necessario promulgare una legge unitaria sulla violenza di genere, che includa un’aggravante per i crimini di odio legati all’identità o al ruolo di genere (includendo omofobia e transfobia, ma non solo). La legge dovrà anche includere previsioni specifiche riguardanti l’affidamento dei figli nei casi in cui la madre sia vittima di violenza domestica, riconsiderando l’opportunità della custodia congiunta e una protezione speciale per le vittime di violenza sessuale (all’americana), intesa a impedire agli accusati di usare la condotta sessuale passata delle vittime contro di loro durante i processi.

Ma non basta. Sempre da un punto di vista normativo, il parlamento si deve adoperare per l’immediata approvazione della legge sul divorzio breve. A livello internazionale, poi, è necessaria l’immediata ratifica della Convenzione di Istanbul (di cui ha parlato la Boldrini ultimamente), ma anche la firma e ratifica della Convezione Europea sulla Compensazione alle Vittime di Crimini Violenti.

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