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Un Job Act per le donne

13 Gen

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Un articolo uscito anche sull’ Huffington Post Italia.

Negli ultimi mesi di attivismo politico per il Partito Democratico a New York, ho capito tre cose.

La prima: l’unico modo per non sbagliare e non essere criticati è non fare nulla, possibilmente non uscendo di casa e sconnettendosi dal computer.

La seconda: la politica è una cosa meravigliosa perché ti permette di avvicinarti ai cuori delle persone, capire i loro sogni, ricaricarsi delle loro energie per tracciare la roadmap di come l’Italia potrebbe diventare non più solo il Paese più bello del mondo, ma anche il più vivibile.

La terza: le donne hanno moltissimo da apportare, ma per farlo devono saper puntare i piedi, sedersi al tavolo delle negoziazioni e pretendere di essere ascoltate, non solo in quanto brave e capaci, ma anche in quanto rappresentanti di interessi, necessità e risorse che non possono essere intesi come di nicchia, perché riguardano metà della popolazione.

Come donna e attivista politica di sinistra credo quindi che il Job Act di Matteo Renzi abbia un ottime potenzialità, perché punta su trasparenza, riduzione della burocrazia e rinnovamento e può far diventare l’Italia il Paese moderno, dinamico e giusto che meritiamo di essere. A una condizione importantissima, pero’: che metà della popolazione (quella metà, oltretutto, con le migliori performance scolastiche e accademiche) inizi ad essere valorizzata.

Esistono quindi delle misure, perfettamente in tono con lo spirito innovatore del Job Act, che sono essenziali per fare davvero ripartire la nostra economia e devono essere incluse nelle politiche del lavoro del Partito Democratico.

1. Welfare: asili nido e congedo di paternità (vedi le nuove leggi tedesca e francese). Secondo uno studio della Fondazione Collegio Carlo Alberto, la provvisione capillare di strutture pubbliche gratuite per l’infanzia porterebbe al 75,5% l’impiego femminile. Non solo: la provvisione di servizi per l’infanzia ha un effetto positivo sulla fertilità (riducendo il costo opportunità dei figli) e migliora le capacità linguistiche dei bambini, soprattutto di quelli provenienti da settori socio-economici disagiati. Come sta facendo la Francia, poi, è importante prevedere un congedo di paternità obbligatorio non simbolico (per lo meno un mese, magari togliendo un po’ di tempo al congedo materno). Secondo il Dipartimento di Politiche Economiche dell’Unione Europea, il paternity leave agisce non solo sull’occupazione femminile post-maternità (aumentando la probabilità che una donna torni al lavoro del 12%), ma anche su quelle pre- maternità (riducendo il fattore rischio rappresentato per un’impresa dall’assunzione di una donna piuttosto che di un uomo) e hanno un dimostrato effetto positivo sulla fertilità e la promozione dell’uguaglianza nella divisione del lavoro domestico all’interno della coppia.

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Barilla e quell’Italia (brutta e piccolina) che non esiste

1 Ott

Un mio articolo sull’Huffington Post.

Forse Guido Barilla non se n’è accorto, ma la famiglia tradizionale a cui pensa lui, la famiglia sacrale delle sue pubblicità, non esiste e non è mai esistita.

Non solo perché gli italiani non vivono in mulini, ma perché le famiglie italiane non fanno più figli. Il 25% delle donne italiane termina la “carriera riproduttiva” (perdonatemi: scientificamente si dice cosi) senza aver avuto figli.

Le famiglie italiane non sono giovani, ma vecchie, con meno bambini e più anziani seduti a tavole sempre più piccole e povere. Le donne italiane non sono tanto sorridenti quanto frustrate, accollandosi cinque ore di lavoro domestico in più rispetto ai loro mariti. Una donna su tre è vittima di violenza domestica.

La famiglia tradizionale e sacrale di cui parla Barilla è quindi un’illusione, ma non solo. È anche una trappola: trappola di genere, perché costringe le donne a confrontarsi con modelli di femminilità e maternità impossibili. Trappola di intolleranza, perché ignora le famiglie omosessuali e esclude le persone “diverse” in colore e origini etniche. Infine, è una trappola di disumanità, perché dimentica (come sempre e dappertutto) le persone disabili.

Come mi raccontava Laura Corradi qualche mese fa: “la maggior parte delle pubblicità – sulle quali si spendono milioni di euro (che noi paghiamo nel prezzo dei prodotti) è ancora marcatamente fondata su stereotipi di genere, razza e sessuali – un mondo dove tutti sono giovani, ricchi e spensierati. E fanno ancora uso sproporzionato di corpi (anche di bambini/e) e sentimenti – anche attraverso l’ipnosi […]. Si tratta di un consumo obbligatorio di immagini e suoni a cui siamo sottoposte/i quotidianamente e continuativamente, il che implica un livello serio di manipolazione di massa specie nei confronti delle persone giovani.”

Guido Barilla, quindi, non è purtroppo solo, ma in ottima compagnia nella volontà di proporre agli italiani degli ideali a cui ispirarsi che sono non solo più piccoli e più semplici, ma anche più meschini di quanto non sono le nostre realtà. I mulini a vento contro cui lotta Barilla sono quindi quelli creati solo da ristrettezza mentale e ipocrisia.

Seppur con tutti i loro problemi e le loro difficoltà, le famiglie italiane sono spesso più belle di quelle della pubblicità Barilla, perché più diverse, tolleranti e umane. Anche la politica, uno dei settori tradizionalmente più conservatori della nostra società, ha iniziato ad accorgersene e rispecchiare questa diversità. Le pubblicità ci arriveranno anche loro, anche se in ritardo. Certo, ci arriverebbero prima se esistessero delle regolamentazioni dei messaggi pubblicitari, come quelle descritte da Elisa Giomi su InGenere.

Nel frattempo, non ci resta che usare il potere che abbiamo, non solo boicottando Barilla (e gli altri produttori che riproducono nei loro spot simili visioni similmente distorte di famiglia e società), ma anche e soprattutto punendo quei partiti politici che, nelle loro pratiche e nei loro messaggi, vorrebbero far diventare il nostro paese una brutta copia delle peggiori pubblicità Barilla.

Non sto pensando solo ai lanciatori di banane, ma a chi ignora le donne nei propri programmi politici e a quei politici che credono che il miglior complimento da fare a una donna sia “gnocca”.

Ne abbiamo di cose e persone da boicottare, insomma. Barilla non è che l’inizio.

Donne e successo: a che prezzo?

27 Set

Agli uomini non piace che la propria partner abbia più successo di loro.

Un mio articolo sull’Huffington Post Italia. Un approfondimento di questo articolo (con analisi dettagliata dello studio del Journal of Personality and Social Psychology) su iMille.

È una generalizzazione, una voce di popolo e, secondo alcuni, anche una verità scientifica. A sostenerlo è l’Atlantic, in un articolo che riporta alcuni dei risultati di un recente studio pubblicato nel Journal of Personality and Social Psychology che analizza come varia l’autostima di uomini e donne, in relazione al successo (o al fallimento) del proprio partner o della propria partner.

I risultati colpiscono, ma non sorprendono. Per le donne, l’autostima rimane invariata o migliora con il successo del proprio compagno e si rafforza anche la percezione dell’importanza della relazione affettiva con lui. Per gli uomini, autostima e percezione dell’importanza e stabilità della relazione affettiva diminuiscono davanti al successo della propria compagna e aumentano in relazione agli insuccessi di lei.

Perché?

La risposta, credo, la conosciamo. Mentre per le donne è accettabile interpretare il successo del proprio compagno come se fosse proprio (non c è, infondo, sempre una grande donna dietro un grande uomo?), per gli uomini, il successo femminile è, spesso, una competizione indesiderata.
Il prezzo affettivo e sociale da pagare per il proprio successo, insomma, e’ per le donne ancora molto alto.

Per Cordelia Fine, lo ricorderete, questo prezzo sarebbe un aumento della carica di lavoro domestico. Secondo i dati analizzati dalla Fine, la disuguaglianza nella divisione dei compiti domestici si riduce, infatti (a favore delle donne), in modo proporzionale alla riduzione del gap salariale tra i partner, ma solo quando è l’uomo a guadagnare più della propria compagna (quindi, in un certo senso, ad avere più successo di lei).

Quando è la donna a guadagnare di più, le ore da lei dedicate al lavoro domestico crescono in modo proporzionale al gap salariale tra i due. Quando la donna, quindi, ha, per lo meno in termini di salario, più successo del proprio compagno, sembra dover “espiare” questo successo occupandosi maggiormente di casa, marito e figli per cercare di recuperare il ruolo di “brave mogli”.

Che sia lavando i piatti o in altro modo, insomma, le donne continuano, ancora oggi, a dover pagare, dentro le mura domestiche, un prezzo molto alto per il successo ottenuto fuori casa. Non stupiamoci quindi che non tutte siano disposte a farlo.

 

Wall Street non ama le donne, o sono le donne a non amare Wall Street?

19 Set

Un mio articolo su InGenere (in Italiano e Inglese!).

Nei primi anni Ottanta Wall Street era all’apice del successo e arruolava la migliore gioventù americana con promesse (spesso mantenute) di stipendi miliardari, prestigio illimitato, adrenalina costante e giornate lavorative di dieci o più ore. Tra quei giovani c’erano anche molte donne. Alcune di loro furono capaci di arrivare a posizioni di grande prestigio, riaffermando un trend alla parità che sembrava, in questo come in altri settori, inarrestabile. Fino alla crisi finanziaria del 1987, che fece crollare i prezzi del mercato azionario e, insieme a loro, la percentuale di donne manager del settore. Da allora, ogni cedimento di Wall Street ha coinciso con una riduzione del numero di donne “al top”.

Margo Epprecht, analista finanziaria e scrittrice, analizza in un recente articolo sull’Atlantic la relazione tra le donne e Wall Street, spiegando alcune delle ragioni della limitata leadership femminile in questo settore.

Secondo i dati riportati dall’Atlantic ed elaborati da Catalyst, un’organizzazione senza fini di lucro che promuove la leadership femminile nelle imprese, le donne impiegate nel settore finanziario sono il 54% della forza lavoro complessiva, ma solo il 16% di loro ricopre posizioni decisionali importanti e nessuna, oggi, ha il titolo di presidente esecutivo. Eppure le donne, anche in questo settore, non sono meno brave degli uomini, anzi. A dimostrarlo è uno studio recentemente pubblicato dal Financial Analyst Journal e citato nell’articolo da Epprecht, secondo il quale nel mercato internazionale, le analiste finanziarie sono classificate molto bene, in media meglio che i loro colleghi uomini.

Pregiudizi, ostacoli relazionali e psicologia

Come riporta l’Atlantic in riferimento a un pezzo di Sallie L. Krawcheck, ex dirigente della Bank of America, uscito sul New York Times, la disuguaglianza nasce in parte dal pregiudizio che le donne non possano o vogliano dedicarsi al lavoro con la stessa intensità degli uomini, soprattutto se sono mamme. In parte, poi, essa sarebbe il risultato dell’incapacità femminile di creare una forte rete professionale che le possa avvantaggiare per avanzare nella carriera. Per le donne stabilire relazioni professionali solide in un ambiente dominato dagli uomini (e spesso apertamente maschilista), come quello di Wall Street, non è semplice, lo conferma sull’Atlantic uno studio della American Association of Psychology. Non solo: in un contesto lavorativo dove la leadership storicamente appartiene agli uomini, si faticherebbe a vedere le donne come candidati credibili per le posizioni più prestigiose. A detta di molti dirigenti, infatti, alle donne mancherebbe “presenza esecutiva”, cioè quell’insieme di capacità di comunicazione, carisma e sicurezza in sé che differenzierebbero i leader da tutti gli altri, riporta uno studio del Center for Talent Innovation.

Per Epprecht, sarebbe inoltre lo stesso modus operandi di Wall Street a ostacolare le donne, premiando la propensione al rischio, ampiamente riconosciuta inferiore nelle donne rispetto agli uomini, come illustra, tra gli altri, l’Harvard Business Review.

Sempre e dappertutto al cuore delle disuguaglianze di genere: la conciliazione.

Secondo Epprecht, poi, l’ostacolo forse più grande che si pone tra le donne e la leadership, infine, tipico non solo di Wall Street ma di qualsiasi carriera di estremo prestigio, sarebbe la conciliazione vita e lavoro. Per molte donne, il costo personale ed emotivo di settimane lavorative di ottanta ore, con frequenti viaggi internazionali, è troppo alto da mantenere. O almeno così pensano i dirigenti del settore finanziario, che spesso squalificano a priori le loro colleghe per funzioni di questo tipo.

Wall Street sarebbe caratterizzata insomma da un circolo vizioso, nel quale, per un mix di abitudine, psicologia e una cultura corporativa dominata dagli uomini, le donne ricoprirebbero posizioni meno soddisfacenti che quelle ricoperte dagli uomini. Poco valorizzate sul lavoro, quindi, le donne sarebbero meno disposte rispetto ai loro colleghi a sacrificare all’estremo la vita famigliare, pertanto continuerebbero a essere viste dal sistema come carenti della “stoffa” necessaria per diventare dirigenti.

Disuguaglianza nella coppia alla base delle disuguaglianze nel lavoro

Per quanto non analizzate da Margo Epprecht, è importante interrogarsi sulle profonde ragioni sociali che hanno reso un modello lavorativo come quello di Wall Street non solo possibile, ma predominante. Neanche a molti uomini piace lavorare 80 ore a settimana, ma sono disposti a farlo per l’ingente fetta di potere, prestigio e, soprattutto, denaro che Wall Street offre a chi giunge al top. Per loro, poi, il prezzo da pagare quanto al sacrificio della vita personale è in genere estremamente inferiore, perché, anche in queste condizioni, non devono rinunciare ad avere una famiglia, delle cui esigenze sarà spesso la compagna a occuparsi, magari dopo aver abbandonato un lavoro nello stesso settore. Come sottolineato ampiamente da Sheryl Sandberg e molte altre, quindi, a Wall Street come a Via del Corso, le disuguaglianze nella coppia sarebbero, insomma, alla base delle disuguaglianze sul lavoro.

Donne e equo salario. Alle volte guadagnare di più non conviene

8 Ago

Da un mio articolo su iMille

Secondo l’ultimo studio dell’Economic and Social Research Council (ESRC) riportato dal Sunday Times questa settimana, nel Regno Unito sono le donne che continuano a svolgere 70% del lavoro domestico, anche se la maggior parte di loro lavora a tempo completo e un terzo guadagna più del proprio compagno.

Le percentuali sulla divisione del lavoro non ci dovrebbero stupire, perché seppure l’Inghilterra dimostra non essere quel paradiso dei uguaglianza che alcuni immaginavano, in Italia le cose vanno ancora peggio. Secondo indagini Istat del 2010, analizzate da Daniela Del Boca in “Valorizzare le Donne Conviene”, il 76% del lavoro domestico ricade sulle spalle delle italiane, che spendono in media 5 ore e venti minuti al giorno in queste attività (contro 1 ora e 35 minuti dei loro compagni: la percentuale più bassa d’Europa).

Perché?

L’interpretazione tradizionale di questo fenomeno è legata alla differenza tra gli stipendi dei coniugi: le donne guadagnano in genere meno dei loro compagni, quindi il loro potere di negoziazione all’interno della coppia sarebbe inferiore e si troverebbero quindi a dover compensare il gap salariale con lo svolgimento di compiti supplementari rispetto ai loro compagni.

A quanto sembrano suggerire i dati dell’ESRC le cose non sarebbero cosi semplici, perché anche quando guadagnano più degli uomini, le donne continuerebbero a farsi carico in modo prevalente dei compiti domestici. Più precisamente, secondo numerosi studi realizzati negli Stati Uniti ( magistralmente analizzati da Cordelia Fine in “Maschi = femmine. Contro i pregiudizi sulla differenza tra i sessi”), la disuguaglianza nella divisione dei compiti domestici si riduce (a favore delle donne) in modo proporzionale alla riduzione del gap salariale tra i partners, ma solo quando è l’uomo a guadagnare più della donna. Quando è lei a guadagnare di più, le ore che dedica al lavoro domestico crescono in modo proporzionale al gap salariale tra i due.

I sociologi americani definiscono questo fenomeno come “gender deviance neutralization”: le donne, per neutralizzare la devianza dalle norme tradizionali di genere e alleviare la tensione generata nella coppia da tale devianza, si dedicherebbero quindi ancora maggiormente ai compiti domestici per cercare di recuperare il ruolo di “brave mogli”.

Esistono anche interpretazioni più fantasiose e pseudo-scientifiche di questo fenomeno. Secondo John Gray, autore del bestseller Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere, il lavoro domestico farebbe biologicamente bene alle donne perché stimolerebbe l’ aumento del livello di ossitocina, l’ormone che regola il ciclo mestruale e sarebbe responsabile di innamoramento, autostima e empatia. Secondo Gray, quindi, le donne che lavorano fuori casa in ruoli tradizionalmente maschili sarebbero naturalmente portate a dedicare molte ore allo svolgimento delle attività domestiche, al fine di recuperare il livello di ossitona perso durante il giorno e ritrovare quindi il benessere fisico e psicologico. Inutile dire che queste affermazioni non solo non hanno nessuna base scientifica, ma sono contraddette dal buon senso e dall’esperienza. Anche senza analisi di laboratorio, qualsiasi donna che abbia stirato una camicia o lavato due piastrelle di pavimento si sarà accorta che autostima e empatia (in particolare nei confronti del compagno seduto davanti alla televisione) non aumentano grazie allo svolgimento di questi compiti, anzi.

Comunque sia, una cosa è certa: nonostante l’indipendenza economica rappresenti una componente necessaria nel cammino all’empowerment femminile, non può da sola colmare disuguaglianze che hanno le loro radici nella cultura delle relazioni di genere e hanno conseguenze non solo sulla vita delle donne, ma dell’intera società.

Servono quindi politiche pubbliche che aiutino la società a mettersi in cammino verso l’uguaglianza di genere. Laddove esistono, infatti, politiche che favoriscono una divisione più equa dei compiti nella coppia, per esempio la licenza di paternità obbligatoria, come in Svezia, le donne lavorano meno ore a casa e, con buona pace di Gray, si dichiarano più felici che, per esempio, in Italia. Laddove ci sono strutture pubbliche di qualità per l’attenzione ai bambini, poi, come in Francia, le donne non solo sono più produttive, ma fanno più figli.

Ancora una volta, insomma, non possiamo lasciare fare solo alla mano invisibile del mercato, ma dobbiamo trovare soluzioni politiche e sociali alla disuguaglianza di genere dentro e fuori dalle mura domestiche. Azioni di questo tipo beneficerebbero non solo le donne (che, rappresentando meta della popolazione, dovrebbero pur sempre essere un gruppo d’interesse non trascurabile), ma l’intera società, rendendola più produttiva e più fertile.

Standard & Poor e la nostra economia a metà. Daniela Del Boca su perché valorizzare le donne conviene, ora più che mai

10 Lug

Standard & Poor ha tagliato il rating dell’Italia, allo stesso tempo dichiarandola e rendendola un Paese meno propizio in cui investire. IMU e politiche economiche del governo sono citate come ragioni immediate per il downgrade, eppure la situazione economica italiana si potrebbe leggere anche in un altro modo. L’Italia è un Paese in cui metà della popolazione (proprio quella metà con le migliori performance scolastiche e accademiche) non viene valorizzata. Sto parlando delle donne, che si trovano ad affrontare oggi discriminazione sul lavoro, gap salariale e una ripartizione del lavoro famigliare tale che obbliga molte a lavorare, diciamo così, nel tempo libero.

L’economia italiana è insomma come una bicicletta che cerca di andare avanti, anche in salita, con una gomma sempre sgonfia.

Questo è il tema su cui scrive da anni brillantemente Daniela del Boca, Professoressa di Economia del Lavoro all’Università di Torino e Direttrice del CHILD-Collegio Carlo Alberto, economista riconosciuta internazionalmente per il suo lavoro su occupazione femminile e  politiche per le famiglie. Non solo. Daniela è anche una donna assolutamente accessibile e onesta, con un’incredibile capacità di produrre studi che, oltre ad essere accademicamente inattaccabili, offrono soluzioni reali per promuovere l’uguaglianza di genere e migliorare la condizione delle donne, soprattutto quelle italiane.  Nell’articolo pubblicato pochi giorni fa su InGenere insieme a Chiara Pronzato e Giuseppe Sorrenti, per esempio, Daniela mostra che conciliare ristrettezze di bilancio e aumento nella provvisione di posti nido è possibile. Come? Con criteri di selezione e tariffe.

Ho voluto fare una piccola intervista a Daniela, per approfondire questo e altri temi e cercare di capire meglio come uscire da una situazione che ci vede ultimi, in Europa Occidentale per condizione femminile. Le sue risposte vi sorprenderanno per la chiarezza e la coincisone. Leggere per credere.

Secondo l’ultimo rapporto Istat, le donne che lavorano in Italia sono aumentate di 110,000 unità rispetto a un anno fa, anche se questo aumento riguarda soprattutto in part-time involontario e le professioni poco pagate. Cosa ti dicono questi numeri?

Dicono molto sulla pesantezza della crisi, mentre nella prima fase della crisi dal 2008 al 2010 l’occupazione femminile era restata ferma o in lieve diminuzione, dal 2011 in poi con l acuirsi della crisi il numero delle donne che lavora è aumentato ma lavorano le donne meno istruite e con redditi inferiori a cui prima non conveniva lavorare. Le donne funzionano da lavoratore “aggiunto”, entrano per compensare le predite di reddito dei capofamiglia che spesso hanno perso lavoro. In questi stessi anni aumentano anche le famiglie dove il capofamiglia è donna.

Scrivi spesso della relazione tra offerta di asili nido e occupazione femminile. Nello studio pubblicato da te e Daniela Vuriqualche anno fa, (e ripreso nel libro Valorizzare le Donne Conviene, scritto insieme a Letizia Mencarini e Silvia Pasqua e pubblicato dal Mulino), si mostra che la offerta di strutture pubbliche gratuite per l’infanzia porterebbe al 75,5% l’impiego femminile. Pensi che queste cifre siano valide ancora oggi?

Sì. Porterebbe ad un forte aumento della offerta di lavoro cioè delle donne disponibili a lavorare. Un risultato del genere sé stato riportato anche per la Germania dove infatti negli ultimi anni il numero degli asili è aumentato di più del doppio. In Italia invece il numero dei nidi è restato stabile anzi in questi ultimi anni ha subendo gli effetti delle ridotte risorse a disposizione delle regioni e dei comuni.

Uno degli ostacoli culturali al lavoro femminile è la convinzione, radicata in molti italiani, che i bambini soffrano se non è la mamma a prendersi cura di loro. Molti studi dimostrano, invece, che laddove la presenza materna è sostituita da asili nido di qualità, lo sviluppo psico-cognitivo dei bambini migliora, invece di peggiorar, soprattutto per le famiglie di basso reddito. Perché le mamme italiane continuano dunque a credere di essere cosi insostituibili?

Forse oggi meno mamme ci credono, ma i nidi sono ormai disponibili solo per certe fasce di popolazione e sempre più costosi (dati i tagli alle spese dei Comuni) quindi è difficile avere accesso al nido. La vicinanza geografica dei nonni in Italia ha inoltre reso possibile un’alternativa meno costosa. Dai dati inglesi recenti emerge però che la cura al nido ha un impatto più importante di quello della cura dei nonni.

Moltissime donne invocano part-time e telelavoro come strumenti necessari per la conciliazione tra famiglia e lavoro. Addirittura i 10 saggi hanno parlato del telelavoro come una delle due misure per favorire l’occupazione femminile (l’altra sarebbero gli incentivi fiscali alle famiglie). Eppure tu scrivi che il part-time, per come lo si pratica in Italia, sta diventando una “trappola di genere”. Consideri che il telelavoro potrebbe diventare lo stesso?

Queste forme di lavoro a tempo ridotto o lavoro a distanza possono funzionare in periodi della vita in cui si ha bisogno di tempo addizionale per altre attività studio, cura dei figli degli anziani. Tuttavia possono trasformarsi in trappole di genere, se non si possono ritrasformare in lavori “regolari” e se vengono proposte in modo sistematico prevalentemente alle donne.  Per quanto riguarda il part time durante il periodo della cura dei figli, in altri paesi come per esempio in Svezia ambedue i genitori prendono congedi insieme a part-time o telelavoro cosi nessuno esce completamente dal mercato del lavoro.

Dopo aver letto Daniela, verrebbe da chiedersi perché, con le soluzioni a portata di mano, la politica continui a commettere sempre gli stessi errori, di fatto condannando l’Italia a competere nell’economia internazionale con metà della popolazione perennemente in riserva. La risposta sta, a mio parere, nella presenza, finora limitata, di donne nelle posizioni di potere, soprattutto donne capaci di portare avanti l’agenda femminile, o come scritto in Valorizzare Le Donne Conviene: “La causa della stasi, negli ultimi decenni, delle rivoluzioni delle donne italiane è forse dovuta al fatto che la rivoluzione nella politica non è ancora cominciata”.

Chissà che questo downgrade non serva a ricordarci, ancora una volta, che senza la popolazione al completo non si va avanti e che, proprio a causa della crisi, non c’è mai stato momento migliore per iniziare a investire nelle donne.

Gini Dupasquier su Conciliazione, Ambizione Femminile e Quote Rosa

15 Giu

foto-gini-dupasquierSe fosse nata negli Stati Uniti, probabilmente sarebbe diventata CEO di Facebook, come Sheryl Sandberg. Gini invece è nata in Italia e, dopo una brillante carriera nell’imprenditoria, ha fondato DONNALAB, una società di consulenza specializzata nell’inclusione e sviluppo delle donne nelle aziende. Quando qualche mese fa, dopo quasi 10 anni passati a parlare di diritti delle donne in America Latina, ho iniziato a studiare più in profondità le nuove realtà del settore pari opportunità in Italia, ho conosciuto Gini. E ho avuto la riconferma che a mancare in Italia non sono ne’ l’ambizione femminile, ne’ le di donne di talento, a tutti i livelli e in tutti i campi, ma le opportunità. A cominciare dall’opportunità di essere ascoltate. Per questo, ho deciso di fare qualche domanda a Gini e ascoltare il suo punto di vista su conciliazione, quote rosa e altri temi di cui Gini è appassionatamente esperta.

Come molte donne della nostra generazione, io sono cresciuta pensando che le pari opportunità erano state, infatti, raggiunte e che dipendesse solo da noi donne essere sufficientemente brave da raggiungere e superare gli uomini. Fino a quando non sono entrata nel mondo del lavoro. Allora, ho capito che gli ostacoli che ancora ci impediscono di arrivare al top non sono una questione di merito, ma di genere. Quando è nata la tua consapevolezza della strada da fare e la voglia di lavorare in questo settore?

Anch’io ho sempre pensato che le pari opportunità fossero raggiunte, in più nei primi anni della mia carriera non ho percepito in nessun modo le differenze di genere. Avevo in effetti la percezione che il mio successo dipendesse solo dalle mie capacità. Fino a quando… Sono diventata mamma! E’ lì che ho riscontrato un cambio di attitudine dell’azienda nei miei confronti, un’improvvisa mancanza di fiducia nel mio commitment e nella mia capacità di “focalizzarmi” sul lavoro. “Sai, nelle tue condizioni (quella di neo mamma n.d.r) non possiamo assegnarti un progetto o un cliente importante” mi disse il mio datore di lavoro, senza grandi margini di confronto sulla mia eventuale diversa opinione. Diciamo che la consapevolezza della strada da fare è iniziata, con una doccia fredda, proprio da questa sua obiezione.

Una delle aree in cui Donna Lab offre consulenze alle imprese è la gestione della maternità: quali sono gli errori più gravi fatti dalle aziende e quali quelli fatti dalle neomamme?

Fai bene a porre il focus sia sull’azienda che sulla neo mamma, perché questa doppia assunzione di responsabilità è proprio alla base di una gestione della maternità efficace, fondata su una pianificazione dell’assenza trasparente e condivisa. Più frequentemente le due parti non si parlano e l’azienda “gestisce la maternità” sostituendo tout court la risorsa. La risorsa che si vede sostituita si sente dunque sollevata da qualunque responsabilità verso l’azienda e tipicamente starà assente dal lavoro per il più lungo tempo possibile.

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Gli asili nido, le donne e la politica dei numeri (e del buon senso)

14 Mag

Come Venditti, anch’io al Liceo pensavo che la matematica non sarebbe mai stata il mio mestiere. Eppure dopo la Laurea mi sono decisa a studiare un Master in Economia (dello Sviluppo). La ragione non è stata un colpo di fulmine con l’econometria. Piuttosto, mi sono accorta che per convincere le persone (e i governi) a intraprendere politiche sociali dettate dal buon senso, alle volte ci vogliono i numeri.

Ecco quindi alcuni numeri sugli asili nido in Italia, la disoccupazione femminile e la correlazione tra i due. Ma non solo.

Con un investimento pubblico nell’educazione prescolare tra i più bassi in Europa, solo il 12% dei bambini italiani ha accesso agli asili nido. Un numero ben inferiore a quello di altri Paesi europei (50% in Danimarca, Svezia e Irlanda) e ancora lontano dal 21% richiestoci dal Trattato di Lisbona.

Principalmente a causa della mancanza di strutture pubbliche per l’infanzia, solo intorno al 50% delle mamme lavora, contro il 70% di Francia, Regno Unito e Germania. E non è che le italiane non vogliano lavorare per una questione di mentalità, come sostengono alcuni. Secondo l’ISTAT, il 55,5% delle donne che si prende cura dei figli piccoli come occupazione principale dice di farlo soprattutto a causa del costo proibitivo dei nidi (altre a causa dell’incompatibilità di orario degli stessi con il lavoro o della distanza da casa).

La soluzione è a portata di mano. Secondo uno studio della Fondazione Collegio Carlo Alberto, la provvisione di strutture pubbliche gratuite per l’infanzia porterebbe al 75,5% l’impiego femminile. E non finisce qui. La provvisione di servizi per l’infanzia ha un effetto positivo sulla fertilità (riducendo il costo opportunità dei figli) e migliora le capacità linguistiche dei bambini, soprattutto di quelli provenienti da settori socio-economici disagiati. E di migliorare i nostri studenti ne hanno davvero bisogno, a considerare i risultati altamente insoddisfacenti del nostro Paese secondo il Programma per la Valutazione Internazionale dell’Allievo (meglio noto con l’acronimo PISA).

I numeri ci dicono quindi, ancora una volta, quello che noi donne già sapevamo: abbiamo bisogno di asili nido per lavorare e continuare a fare figli. Sembra logico, eppure molti nella classe politica italiana continuano a far finta di non capire, inventandosi formule magiche alternative per l’impiego femminile e la fertilità. Un esempio? I dieci saggi (tutti uomini) nominati da Napolitano hanno proposto, nella loro relazione sul lavoro, unicamente incentivi fiscali alle famiglie e telelavoro. Dei nidi scrivono che pochi bambini ne dispongono, ma non propongono di crearne di nuovi.

Com’è possibile? La risposta è una sola. Anche se noi italiane sappiamo bene cosa serve alle nostre famiglie, non abbiamo ancora imparato a chiederlo e ottenerlo da una classe politica che da sempre ci ignora. Letteralmente. Basti solo ricordare che in alcuni programmi dei partiti alle scorse elezioni la parola “donna” semplicemente non c’era. Leggere per credere.

Da dove partiamo allora? Non so voi, ma alle prossime elezioni, tanto per cominciare, io voterò solo chi dimostri di aver capito che non ha senso parlare di occupazione femminile senza parlare di asili nido. Dite che qualcuno lo trovo? Sono ottimista: io dico di sì.

PS: La foto in alto e’ dell’asilo (pubblico) che ho frequentato da bambina, un luogo meraviglioso che ricordo con infinita dolcezza.

Come mai si fanno ancora figli in America

24 Apr

Dal mio articolo su Donne Ieri, Oggi e Domani di Marta Ajo’.

http://www.flickr.com/photos/ tunnelarmr/2526487880/

http://www.flickr.com/photos/ tunnelarmr/2526487880/

Ci sono vari vantaggi dell’essere una donna in America, piuttosto che in Italia. Per esempio, il vivere con molti modelli culturali positivi per le donne, che negli ultimi vent’anni hanno fatto passi da gigante, dalla politica all’imprenditoria, da Hillary Clinton a Sheryl Sandberg.

Le cose cambiano però drammaticamente quando la donna diventa mamma. Perché negli Stati Uniti ci sono tanti diritti, meno il diritto di essere mamma. Niente licenza di maternità, niente impossibilità di licenziare una donna in licenza di maternità, niente asili nido. Nessuna protezione.

Mi spiego meglio. Le leggi sulla licenza di maternità variano da Stato a Stato, da impresa a impresa e sono spesso frutto di negoziazione tra gli impiegati e le compagnia. Spesso, il datore di lavoro non è tenuto a offrire nessun permesso per le neo mamme, retribuito o meno. In sette anni di vita qui ho conosciuto donne che sono dovute tornare a lavorare dopo tre giorni dal parto. Altre che sono riuscite a negoziare quattro settimane non pagate, magari usando parte delle vacanze che avevano maturato negli anni. Ho parlato con donne che hanno deciso di farsi il taglio cesareo perché garantiva loro due settimane pagate di malattia, per poter stare con i propri figli. E ho condiviso la frustrazione di altre che sono state licenziate durante la licenza di maternità, perdendo anche l’assicurazione sanitaria loro e del neonato, causa tagli del personale. Tutto questo è assolutamente possibile e legale.

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La stolta scelta dei saggi. Ve l’avevamo detto.

12 Apr

Unknown-2Ancora una volta, non hanno capito nulla.

Dopo le critiche, le polemiche e le scuse di Napolitano sulla loro composizione tutta maschile, i dieci saggi uomini, nelle loro relazioni, hanno in larga misura ignorato le richieste e le necessità delle donne, e non solo.

Da un punto di vista sociale e economico, le uniche proposte per incrementare l’occupazione femminile in Italia sono incentivi fiscali alle famiglie e telelavoro. Niente sugli asili nido, niente sulla licenza di paternità, niente soprattutto per le donne non mamme, una categoria che agli occhi dei dieci saggi forse non esiste. Siamo tornate insomma a essere relegate al ruolo di mamme e mogli, che magari dovrebbero lavorare di più, ma da casa. Quanto alle proposte sulle riforme istituzionali, le donne semplicemente non vengono menzionate. Neanche una volta. Niente sulle quote rosa, niente sulla figura femminile nei media, niente sulla violenza contro le donne e il femminicidio. Nelle relazioni non esistono neanche coppie di fatto ed omosessuali, tutte categorie che nell’Italia inesistente della gerocrazia italiana forse non esistono o non sono prioritarie.

Ancora una volta, la gerocrazia politica e tecnica italiana si è mostrata incapace di superare l’autoreferenzialità in cui sta ammuffendo per aprire la finestra e guardare il Paese. Senza donne e senza giovani non si costruisce il futuro, ve l’avevamo detto.

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