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Il Partito Repubblicano, la Pillola e il voto delle Americane

7 Nov

Il mio articolo pubblicato su Ingenere.

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I risultati delle elezioni di medio termine negli Stati uniti consegnano al partito repubblicano la maggioranza al senato e confermano quella alla camera. È presto per avere un’analisi del voto tale da identificare se e quanto la strategia usata dai repubblicani abbia influito sul voto. Di vero al momento c’è che per la prima volta al congresso siedono cento donne. Un dato senza precedenti. Non solo elette ma anche elettrici: il partito repubblicano ha investito molte energie per guadagnare il voto delle americane, visto come particolarmente risolutivo in quegli stati dove l’esito elettorale era incerto. Dopo poche settimane dall’uscita di un libro che ne racconta la rivoluzionaria scoperta, la pillola anticoncezionale ha trovato nuovi improbabili ammiratori nel partito repubblicano, in particolare in vista delle elezioni di medio termine che si sono tenute martedì 4 novembre negli Stati uniti. Nelle loro campagne elettorali i candidati repubblicani di almeno cinque stati si sono espressi in favore dell‘inserimento della pillola tra i farmaci da banco (per i quali non è quindi necessaria la ricetta medica). Una svolta non da poco per un partito socialmente conservatore e tradizionalmente scettico su molti temi legati alla sessualità, dall’educazione sessuale, alla contraccezione e, naturalmente, all’aborto.

L’inversione di tendenza è stata interpretata dai membri del partito democratico come parzialmente (o unicamente) strategica, finalizzata a attrarre un voto femminile che da anni sembra appannaggio del partito democratico. Secondo un sondaggio di agosto del Wall Street Journal (wsj) i repubblicani erano indietro di ben 14 punti percentuali sui loro avversari nell’elettorato femminile, riconfermando una tendenza che li aveva penalizzati già nelle ultime due elezioni. “Gli elettori sono troppo intelligenti per questi trucchetti. I repubblicani sanno di avere un problema e continuano a pensare che la soluzione sia cosmetica”, dichiara al wsj Marcy Stech, portavoce di Emily’s List, un’organizzazione che si adopera per formare e far eleggere donne all’interno del partito democratico americano, raccogliendo fondi per le loro campagne e unificando l’elettorato femminile intorno a loro.

Emily’s List non è la sola a essersi scagliata contro il partito repubblicano per questo cambiamento d’opinione. Planned Parenthood, un’organizzazione senza fini di lucro che offre servizi di salute sessuale e riproduttiva, spesso nel mirino dei conservatori in quanto fornitrice di servizi di aborto, definisce come possibilmente dannosa la proposta dei Repubblicani. “Proprio quando le assicurazioni sanitarie iniziano a coprire il costo della pillola anticoncezionale” spiega Planned Parenthood in uno spottelevisivo “Thom Tillis – portavoce e candidato al senato per il North Carolina per il partito repubblicano – dice di no: sono le donne a dover pagare 600 dollari l’anno”. Il prezzo della pillola anticoncezionale, qualora venisse qualificata come farmaco da banco, si calcolerebbe infatti intorno ai 600 dollari l’anno, un costo proibitivo per le donne a basso reddito, che oggi, grazie all’approvazione della riforma della salute Affordable Care Act (comunemente chiamata Obamacare), possono ricevere la pillola e altre forme di contraccezione gratuitamente.

Anche John C. Jennings, Presidente del Congresso Americano degli Ostetrici e Ginecologi (Acog), ha espresso qualche dubbio. In una dichiarazione rilasciata a settembre Jennings dichiara che, in principio “Acog è favorevole a rendere i contraccettivi orali disponibili al banco.” Poco dopo, però, aggiunge: “Naturalmente, il costo continua ad essere un fattore importante per chi fa un uso costante della contraccezione, e molte donne semplicemente non possono permettersi i costi di ticket associati con i contraccettivi, da banco o no. Ecco perché Acog sostiene fortemente la disposizione che impone totale copertura assicurativa per gli anticoncezionali”, come disposto dall’Obamacare. Una dichiarazione che non sarà piaciuta ai repubblicani, che hanno fatto della critica all’Obamacare uno dei cavalli di battaglia delle ultime elezioni, in molti casi proprio opponendosi al fatto che molti datori di lavoro si troverebbero, nella loro interpretazione, a dover pagare la copertura assicurativa per servizi, primo tra tutti quelli contraccettivi, che andrebbero contro i loro valori religiosi.

Ma è evidente che il partito repubblicano ha fatto molti sforzi per avvicinare e conquistare il voto femminile. Secondo un sondaggio della Associated Press, uscito a meta ottobre, questa strategia avrebbe già dato i suoi frutti: mediamente e a livello nazionale, il partito repubblicano avrebbe infatti superato di due punti percentuali il partito democratico quanto a intenzioni di voto delle donne, piazzandosi al 44% contro il 42% dei democratici. La cosa certa è che il voto delle americane, tradizionalmente meno ideologizzato e più variabile, sembra assumere un’importanza crescente ad ogni tornata elettorale. Il partito democratico lo ha capito anni fa e ha fatto di temi quali la salute (inclusa la salute sessuale e riproduttiva) e la maternità, tradizionalmente cari all’elettorato femminile, cavalli di battaglia importanti. Anche il partito repubblicano se n’è accorto si è dato da fare per colmare il gap.

Il segno del nuovo nel governo? Se sarà fatto di metà donne e metà uomini

14 Feb

A seguito un articolo di Elisabetta Addis sull’Huffington Post Italia. Elisabetta ci ricorda che, oltre le polemiche e indipendentemente dai leader, ci sono battaglie che vanno combattute tutti i giorni a cominciare da oggi. Come la battaglia per la parita’ di rappresentanza in parlamento. Secondo le economiste di Valorizzare le donne conviene «la causa della stasi, negli ultimi decenni, delle rivoluzioni delle donne italiane è forse dovuta al fatto che la rivoluzione nella politica non è ancora cominciata». Io dico che e’ ora di farla cominciare, questa rivoluzione, per esempio firmando la petizione #NOICISIAMO. Quando? Ora. Perche’ scusate ma Se Non Ora, Quando? 

factory-x-paritariaTre anni fa, Il 13 febbraio 2011, un milione di donne e uomini amici delle donne scese in piazza con la manifestazione Se Non Ora Quando per rivendicare dignità per le donne italiane. Fu l’inizio di un nuovo ciclo politico, la rottura della rassegnazione alla sconfitta culturale e politica al Berlusconismo, quella sconfitta che ci ha regalato il Porcellum, laGiovanardi-Fini, la legge sulla procreazione assistita e altre ignominie. Fummo coraggiose, arrischiate. Eravamo nell’angolo, ne siamo uscite, e per noi molto è cambiato: ora si parla di contrasto del femminicidio, di cambiare l’immagine delle donne nei media, ora si parla di vietare le dimissioni in bianco per le giovani lavoratrici, ora si parla di democrazia paritaria. Domani, 14 febbraio, si balla a Piazza di Spagna con One Million Rising, per la giustizia verso le donne, come in tutte le altre capitali d’Europa.

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Il cimitero dei feti e quello che non si dice sull’aborto

1 Nov

Anni fa partecipai a una conferenza sull’aborto, organizzata dall’Università di Princeton. L’obiettivo della conferenza era semplice e allo stesso tempo estremamente ambizioso: far sedere intorno a un tavolo leader d’opinione del movimento per la vita e quelli per la difesa dei diritti sessuali e riproduttivi. Farli parlare. Rendere più umano e meno astratto il dibattito, moderandone i toni. Mettere insieme tutti i pezzetti del mosaico per avere una migliore visione comprensione del fenomeno dell’aborto.

Di conferenze di questo tipo, forse, avremmo bisogno anche in Italia e credo che ne siano una prova le polemiche seguite alla delibera della giunta di Firenze, che permetterebbe la creazione di un’apposita area nel cimitero pubblico di Trespiano per seppellire i feti (a partire dalla ventesima settimana) e i bambini non nati (cioè quei feti morti oltre la 28esima settimana di gravidanza).

Prima di tutto lasciatemi fare un chiarimento. Io sono una convinta sostenitrice della necessità di avere norme che garantiscano l’aborto legale, sicuro e gratuito in tutti i Paesi. Questo è un tema in cui ho lavorato per anni, appoggiando organizzazioni latinoamericane che facevano advocacy per ottenere il diritto all’aborto laddove questo diritto non esisteva.

Capisco quindi molto bene il timore che una delibera di questo tipo possa rappresentare un riconoscimento, in certo senso, del diritto di cittadinanza del feto e credo che tale riconoscimento potrebbe portare a conseguenze estremamente pericolose quanto al diritto delle donne non solo di abortire, ma di decidere del proprio corpo durante la gravidanza, come scrivevo mesi fa.

Capisco anche, però, i sentimenti di quelle madri, alcune di loro mie amiche, per cui è importante poter vedere una piccola lapide vicino ai resti del proprio bambino morto in utero nel secondo o terzo trimestre (ben oltre il tempo lecito di 90 giorni per l’aborto nel nostro Paese).

Non mi esprimo, quindi, in questa occasione, sul merito di questa normativa, ma sul tono del dibattito che ne è scaturito. Mi pare preoccupante la dicotomia che sembra delinearsi nelle polemiche seguite al caso del cimitero dei feti. Sembra quasi che da un lato ci siano le donne che abortiscono (malafemmine, femministe, atee o tutte e tre le cose) dall’altro le madri, magari anche quelle madri che hanno vissuto il trauma dell’interruzione involontaria della gravidanza. I diritti delle une e quelli delle altre, in lotta.

La realtà è ben diversa. Secondo uno studio del Guttmacher Institute di qualche anno fa, confermato da uno studio più recente, nel nostro Paese ad abortire sono in prevalenza donne tra il 25 e 35 anni, coniugate e già madri di uno o più figli che, rimaste incinta per una ragione o l’altra, non vogliono o possono portare avanti una seconda o terza gravidanza di cui conoscono perfettamente le implicazioni, visto che hanno già avuto dei figli. Anche queste forse sono le donne che desiderano esista un cimitero dei feti per potervi piangere il frutto di altre gravidanze, desiderate e involontariamente interrotte.

Mi pare quindi che il discorso sull’aborto migliorerebbe se riuscisse a raggiungere una dimensione più umana, vicina alle donne reali e alle loro necessità, che nono sono sempre le stesse, ma cambiano nel corso della vita al cambiare delle loro circostanze. Migliorerebbe anche se, invece si ossessionarci sui feti che non possono parlare, riuscissimo a concentrarci sulle donne e quello che chiedono dai servizi di salute per migliorare la loro salute, mentale e fisica, informandole sulle proprie opzioni e, soprattutto, stimandole abbastanza da rispettare le loro decisioni, senza doverle sempre leggere in una chiave politico-ideologica.

Allora, forse, riusciremmo a essere un Paese con servizi di salute più umani e compassionevoli, che servono le donne senza etichettarle come madri, oppure malafemmine.

Perchè l’Italia ha bisogno di un Ministro delle Pari Opportunità Full-Time

17 Lug

Un mio articolo su iMille

107PalazzoChigiNonostante le buone intenzioni, il numero record di donne in parlamento e l’ottimo lavoro iniziato da Josefa Idem, sembra che le pari opportunità debbano cadere vittima dell’austerity, o meglio di una classe politica che, in buona parte, vede ancora l’agenda di genere come non proprio indispensabile, o addirittura superflua. La decisione del Governo Letta di accorpare due ministeri diversi come quello dello Sport e quello delle Pari Opportunità aveva rappresentato un segnale di questa direzione, ora purtroppo riconfermato dalla scelta di non sostituire il Ministro dimissionario Idem.

Chiariamolo: non è che non si possa promuovere l’uguaglianza di genere anche senza un ministero. Negli Stati Uniti, per esempio, pur nell’assenza di una “segreteria di stato” (il corrispondente americano dei nostri ministeri) apposita, le pari opportunità sono sostenute e garantite da tutta una serie di istituzioni pubbliche che, con bilancio adeguato e personale dedicato, sia a livello federale che statale, si occupano capillarmente di questo tema, come parte delle stesse segreterie o complementarmente a esse.

Nel caso italiano, però, un Ministro delle Pari Opportunità dedicato unicamente a questo tema è altamente preferibile, alla luce della drammaticità di una condizione femminile che ci vede tra gli ultimi in classifica nel mondo occidentale e di un sistema politico in cui l’assenza di un Ministro competente generalmente implica la condanna a morte (per lo meno politica) di un settore.

Il Ministro Idem ha fatto in modo che di donne e uguaglianza si parlasse molto, in Parlamento e fuori. Con l’istituzione di una task force e un osservatorio per affrontare violenza sulle donne e femminicidio, ha poi iniziato un lavoro importante, la cui continuità è ora in pericolo. Josefa Idem ha infine rappresentato, anche se brevemente, un modello femminile di riferimento in una posizione governativa chiave.

La decisione di non sostituire il Ministro uscente ma ripartirne le funzioni rappresenta, quindi, anche in un contesto di austerity, un errore da parte del governo, come sostengono il Movimento Se Non Ora Quando e la Conferenza Nazionale delle Democratiche. Secondo Roberta Agostini, Responsabile delle Politiche per le Donne del Partito Democratico: “Le donne stanno pagando pesantemente la crisi e le politiche di risanamento, ma sono anche una risorsa straordinaria per uscire dalla crisi. Tra le politiche per la crescita ci sono gli investimenti sulle infrastrutture, che non sono solo strade e ponti, ma anche tutti quei servizi, dai nidi a quelli per la non autosufficienza, la cui assenza oggi pesa soprattutto sulla vita delle donne. Le politiche per la conciliazione, poi, servono a tutti, uomini e donne, per affermare un equilibrio tra vita familiare e vita lavorativa, e servono in particolare a tutte quelle donne italiane che oggi si fanno carico, come sappiamo, di un numero di ore lavorate superiore a quello degli uomini e superiore a quello delle altre donne in Europa. C’è un patrimonio di competenze femminili oggi sprecato e sottoutilizzato, sul quale investire per il futuro del paese”.

Le donne sono, insomma, una risorsa che, proprio in tempi di austerity, dovrebbe essere centrale. La nostra economia non funziona anche perché è incapace di utilizzare questa enorme risorsa, continuando a funzionare come una bicicletta che cerca di andare avanti, anche in salita, con una gomma sempre sgonfia.

Investire nelle donne conviene, ora più che mai, a cominciare dalla politica, dove sono necessarie donne capaci di ispirare le nuove generazioni e apportare cambiamenti sostanziali alla condizione femminile nel nostro Paese. Non è un compito facile. Senza un Ministro delle Pari Opportunità, poi, diventa improbabile.

Beatriz, Karina e il diritto alla vita

27 Mag

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Quando sono stata in El Salvador tre anni fa, in prigione c’era Karina Climaco, giovane madre di due bambini, condannata a trent’anni di carcere con l’accusa di aver cercato di procurarsi un aborto quando in attesa del terzo. Dopo sette anni di carcere, fu liberata, principalmente grazie alla pressione delle ONG femministe salvadoregne che riuscirono a dimostrare che si era trattato di un aborto spontaneo e non provocato. Se così fosse stato, Karina in prigione ci sarebbe rimasta, come decine di altre donne salvadoregne che dall’ospedale vengono portate in manette al carcere, quando c’è anche solo il sospetto di un’interruzione della gravidanza volontaria e lo stesso succede ai medici che si prestano ad aiutarle. Anche quando la gravidanza è frutto di violazione, incesto, mette a rischio la vita della donna o non è viabile, perché’, per esempio, extrauterina.

Oggi, a rischiare non il carcere ma la vita è “Beatriz” (uno pseudonimo), una donna di 22 anni con insufficienza renale e lupus, incinta di un feto acefalo, cioè senza cervello e quindi impossibilitato a sopravvivere fuori dall’utero. La salute e la vita di Beatriz sono a rischio a causa di questa gravidanza eppure anche così, le corti hanno impedito ai dottori di aiutarla ad abortire, di fatto condannando lei a morte (o a gravissimi danni fisici), senza comunque poter garantire una vita al feto. Questo succede in America Latina, ma non solo. Ben più vicino, qui in Europa c’è stata Savita, morta l’anno scorso in Irlanda perché’ i medici si sono rifiutati di interrompere la sua gravidanza, nonostante sapevano che le avrebbe costato la vita.

Domani, purtroppo, sarà la volta di qualche altra donna, a causa di leggi che rendono l’aborto illegale o lo limitano attraverso nuove scappatoie, sempre più presenti anche in Italia, quali l’obiezione di coscienza e una nuova e preoccupante filosofia giuridica creatasi intorno ai supposti diritti del nascituro.

Le donne che hanno lottato per liberare Karina le ho conosciute, con la loro passione e la voglia di lasciare una società più giusta alle loro figlie. Femministe e partigiane della guerra civile che hanno lottato e perso la battaglia per la legalizzazione dell’aborto. Donne con mariti e figli quasi tutte, che vogliono che la maternità sia una scelta e non un’imposizione e che oggi si battono per affermare il diritto alla vita di Beatriz e decine di altre donne.

 

 

Santa Sede e Iran insieme contro le donne all’ONU

4 Apr
http://www.unwomen.org/wp-content/ uploads/2013/03/Cheryl-Saban-and-Ms.-Puri.jpg

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Una volta l’anno, le sale dell’ONU a New York si riempiono di donne da tutto il mondo, membri di governo o della società civile, che vengono a negoziare in occasione della riunione della Commissione sullo Stato delle Donne (CSW per la sua sigla in inglese). Ci sono le africane, spesso con vestiti tradizionali bellissimi ma pericolosamente inadatti alle temperature ghiacciate del marzo newyorkese; le indigene andine meravigliosamente colorate e tutte le altre, in tailleur scuro e tacchi le neofite, scarpe comode per quelle che qui ci sono già venute e conoscono le estenuanti giornate di riunioni e negoziazioni fino a notte fonda che le aspettano. Un paio di volte, ci sono stata anch’io.

Stabilita da una risoluzione dell’ECOSOC nel 1946, la CSW è il principale organismo per le politiche globali sull’uguaglianza di genere. I rappresentanti di 45 Stati Membri (scelti a rotazione sulla base della distribuzione geografica) si riuniscono ogni anno a New York per valutare i progressi compiuti verso l’uguaglianza di genere, identificare le lacune, mettere in luce le buone pratiche globali e preparare “conclusioni concordate” su un tema prioritario. Le conclusioni contengono valutazione sui progressi compiuti e raccomandazioni per i governi, gli organismi intergovernativi e le ONG.

Anche se non vincolanti, queste raccomandazioni servono in genere da linee guida per la cooperazione internazionale, dettando i temi prioritari in cui verranno investite le risorse internazionali, in particolare quelle delle agenzie ONU. Nazionalmente, poi, le conclusioni sono utilizzate come strumento di advocacy per chiedere ai governi il tornaconto su quanto dichiarato in questa sede. In questo contesto, le ONG giocano qui un ruolo fondamentale, facendo pressione giorno e notte sui rappresentanti governativi affinché le conclusioni includano un linguaggio favorevole alle tematiche di loro interesse.

La 57esima riunione della CSW si è svolta a New York dal 4 al 15 marzo di quest’anno ed ha avuto come tema prioritario l’eliminazione di tutte le forme di violenze sulle donne e le ragazze. Invece di essere un luogo di scambio di idee e buone pratiche, la riunione si è presto trasformata nel campo di battaglia di idee e visioni del ruolo della donna (e del mondo) profondamente diversi. Forse come contraccolpo ai progressi sull’uguaglianza ottenuti negli ultimi anni, il livello di conservativismo sociale e religioso espresso da alcuni Stati durante le negoziazioni è stato senza precedenti.

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La stolta scelta dei saggi

31 Mar

Secondo Socrate, la più grande saggezza risiedeva nel “sapere di non sapere”, pertanto saggio era colui che si apriva a verità nuove senza pregiudizi e senza opinioni preconcette. Platone invece definiva la saggezza come “Sophrosyne”, una divinità femminile che personificava temperanza, autocontrollo, equilibrio e moderazione.

Purtroppo Napolitano non pensava alla filosofia greca quando ha nominato i dieci saggi per salvare il Paese. Altrimenti, si sarebbe accorto che per traghettare l’Italia fuori dall’inferno in cui l’hanno buttata decenni di casta politica (maschile e gerocratica), ci vogliono voci e visi diversi.

Innanzitutto, ci vogliono donne, non solo perché le donne rappresentano metà della popolazione e qualsiasi rappresentanza politica che le escluda è assolutamente antidemocratica. Soprattutto, perché le donne, in un paese profondamente maschilista come il nostro, sono le uniche a conoscere profondamente quelle realtà di disuguaglianza di genere che ci tengono indietro come Paese. Escluderle non è una stoltezza solo da un punto di vista etico, ma politico ed economico. Si ricorderanno i saggi uomini scelti da Napolitano dell’imprescindibilità degli asili nido per fomentare l’occupazione femminile, o si affideranno a qualche modello economico disegnato da uomini che, francamente, della maternità non hanno capito nulla?

E poi mancano i giovani. La crisi italiana è anche il frutto di una classe politica gerocrata, profondamente autoreferenziale e incapace di capire le necessità delle generazioni mille euro che dalla politica tradizionale si sono sentite tradite e hanno votano M5S. Non si può pensare di rinnovare l’Italia senza includere chi il rinnovamento ce l’ha nel DNA: i giovani. Lo sa Napolitano che la decisione di Obama di intervenire in Libia nasce dal dialogo tra il Presidente e uno stagista ventenne?

L’Italia non è L’America e la casta politica si sarà pure comprata altro tempo di respiratore artificiale, ma che non s’ingannino: senza donne e senza giovani non si costruisce il futuro.

PS: Un estratto di questo articolo lo trovate anche su Italians!

Perché tutte le donne (etero e non) dovrebbero sostenere il matrimonio gay

29 Mar

La Corte Suprema si esprimerà a poco sul quesito “Impedire alle persone omosessuali di sposarsi viola la parità di diritti fra i cittadini garantita dalla Costituzione americana?” Indipendentemente da quanto deciderà la Corte, il caso è servito ad approfondire e diffondere un dibattito, oramai già mainstream nella società americana, sul significato di parole come “famiglia” e “matrimonio”. Il caso è anche servito a costatare, ancora una volta, come una maggioranza in continua crescita di Americani sia favorevole alle nozze gay.

In Italia, anche se il numero di persone favorevoli alle nozze gay cresce ogni anno, ancora non è maggioranza. In parte, siamo una società più anziana, dunque meno aperta al cambiamento. In parte, i modelli positivi di persone gay, anche se in aumento, sono ancora meno ( e meno “al top”) che negli Stati Uniti. In parte, la battaglia per il matrimonio ugualitario è ancora settorializzata e i loro portavoce sono spesso proprio le persone gay, mentre negli USA da Hillary Clinton a Obama a Beyoncé, moltissime sono gli opinion leader eterosessuali che si esprimono in favore dei diritti del movimento LGBT.

A parlare poi chiaramente in favore di questo tema sono anche le femministe americane, argomentando che il matrimonio ugualitario è propriamente un tema femminista e come tale favorisce le donne. Non sono state infatti le femministe a rivendicare per prime la necessità di una visione delle relazioni di genere più libera e basata sull’uguaglianza ed il rispetto tra persone, più che sulla replica di ruoli tradizionali? Non sono state loro a dire che la famiglia doveva cambiare, aprirsi, ammorbidirsi per aggiustarsi alle necessità degli uomini e donne di oggi? Non è questa liberazione, infondo, la lezione del femminismo che ha aperto la strada alle politiche sulle pari opportunità? Per quanto mi riguarda, il ragionamento non fa una piega.

Certo, ci sono anche le teoriche femministe che sostengono che il matrimonio è un’istituzione patriarcale e come tale andrebbe eliminata, invece che riformata. E anche se questa è una posizione rispettabile, non risponde alle necessità di milioni di donne e uomini che oggi vogliono fare figli, avere accesso alle proprietà dei loro compagni o delle loro compagne di vita, e via dicendo. E per tutte queste cose, il matrimonio semplifica le cose. E poi c’è l’aspetto sentimentale. Per molti, uomini e donne, eterosessuali e non, al di là delle necessità pratiche, sposarsi vuol dire fare una scelta di vita importante, parlare di un impegno e di un amore diverso da tutti gli altri e come tale riconosciuto non solo dalla coppia, ma dalla società.

Moltissime delle giovani femministe americane questo lo hanno capito e si sono schierate a favore del matrimonio ugualitario, mettendosi dal lato giusto della storia, dei diritti umani e del progresso sociale.

Anche in Italia c’è un avvicinamento tra femminismo e diritti LGBT (O LGBTQA, come si dice qui, aggiungendo anche le categorie Queer o Questioning e Asexual), ma mi piacerebbe che andassimo oltre. Vorrei che tutte le donne abbracciassero i diritti LGBT come parte della piattaforma di pari opportunità, capendo non può esistere una società che rispetta le donne nella loro diversità senza rispettare i diritti delle persone LGBT. Almeno in questo, gli Stati Uniti sono sulla buona strada, speriamo che l’Italia li segua.

Viva la Giornata della Donna Lavoratrice!

8 Mar
http://comunicazionedigenere.wordpress.com/ 2013/03/07/tenetevi-le-mimose-vogliamo/

http://comunicazionedigenere.wordpress.com/ 2013/03/07/tenetevi-le-mimose-vogliamo/

Sono terribile con tutte le date e ricorrenze: io oramai lo so e quelli che mi vogliono pure. Mi ricordo del Natale una settimana prima e dell’anniversario di matrimonio il giorno dopo. San Valentino chiaramente non esiste e la festa della donna non mi piace. Il problema non è solo che non amo ricevere fiori e nessuna pianta è mai sopravvissuta con me oltre una settimana. C’è altro.

La festa della donna (inizialmente stabilita per il 28 febbraio e pensata come giornata della donna lavoratrice) ha le sue origini nel 1909, quando il Partito Socialista americano indice la prima e ufficiale giornata nazionale della donna per celebrare la forza ed il coraggio delle donne lavoratrici, appoggiare le loro battaglie e manifestare in favore del suffragio femminile. Si trattava, insomma, di una festa socialista, intendendo per socialismo quella dottrina politica ed economica che si proponeva di lottare per il miglioramento delle condizioni di vita delle masse, con un’attenzione speciale per le masse operaie. Nulla a che vedere, dunque, con la Milano da bere, gli inviti ai cittadini ad “andare al mare” e quello che Gaber definiva giustamente il peggior Partito Socialista d’Europa. Ma questa è un’altra storia.

Tornando a noi, le socialiste americane volevano celebrare le donne nella loro dimensione storica, sociale, economica e soprattutto politica. In realtà, poi, più che le donne, volevano ricordare i successi ed i fallimenti delle lotte femministe per la parità tra i sessi e costringere i loro compagni di partito prima e concittadini poi ad un confronto aperto su temi difficili. Non è difficile capire perché una giornata della donna così non facesse comodo a tutti.

Ecco dunque che negli anni la celebrazione si svuota dalla sua identità per edulcorarsi ed evolversi in una celebrazione degli stereotipi più tradizionali (e anti-femministi) della femminilità. Le donne di cui si parla l’8 Marzo sono esseri fragili (non sono le mimose le più effimere tra i fiori?), infinitamente dolci e altrettanto instabili emozionalmente (la dice lunga su questo l’accoppiata donna-cioccolatino).  Donne che vogliono sentirsi coccolate, amate e “speciali” per gli uomini, almeno un giorno l’anno.

C’è un problema, però. Noi non siamo “speciali”: siamo anzi comunissime. Rappresentiamo il 50% della popolazione e le madri dell’altro 50%. Cari uomini, guardatevi intorno: ci sono donne dappertutto. Avete veramente bisogno dell’8 Marzo per ricordarvi che le donne esistono? Care donne, cosa c’entrano i fiori con il sentirsi speciali e perché riversarsi nei ristoranti tutte insieme proprio oggi, come carcerarti nell’unico giorno di libera uscita? In che modo una festa basata su cioccolatini, mimose e la rappresentazione della donna come essere debole e spesso vittimizzato dagli uomini può portarci più vicino al raggiungimento della parità?

Per tornare ad essere rilevante e persino rivoluzionaria, la festa della donna dovrebbe recuperare la sua dimensione femminista (definendo il femminismo per quello che è, cioè la dottrina dell’uguaglianza sociale, politica ed economica dei sessi). L’8 Marzo non si dovrebbero celebrare dunque le donne in quanto tali (perché non vuol dire nulla), ma le conquiste fatte e ricordare le lotte ancora da fare per le pari opportunità. Magari sarebbe un giorno un po’ più controverso, ma sicuramente avrebbe maggiori possibilità avere un reale impatto sociale e politico.

Nel frattempo, chiederò a mio marito di astenersi anche quest’anno dal comprarmi dei fiori o del cioccolato (nonostante le pressioni dei colleghi) e di portare a casa invece le brioche per la colazione del weekend, non perché è la festa della donna, ma perché glielo chiedo tutti i venerdì, e stavolta, vedendosi svergognato sul web, spero se ne ricordi.

Perché le Donne Soldato Americane Vogliono (e meritano) la Prima Linea

4 Mar

Il 23 gennaio scorso il Dipartimento di Difesa degli Stati Uniti ha eliminato il divieto per le donne soldato di combattere in prima linea. Nei prossimi mesi, quindi, le 202.400 donne adesso nell’esercito americano vedranno aprirsi 237.000 posizioni fino ad oggi riservate ai loro colleghi uomini. Le condizioni necessarie per accedere a queste posizioni saranno le stesse per uomini e donne, anche se il Dipartimento di Difesa non ha escluso una revisione di alcuni requisiti per renderli più adatti ai tempi e alle nuove modalità dell’impegno militare americano. La valenza della decisione di aprire la prima linea alle donne soldato è storica e si basa, secondo quanto argomentato dallo stesso Pentagono, su tre considerazioni.

Una questione di potere. Pur non escludendo che molte donne soldato desiderino combattere come i loro colleghi, la motivazione principale della riforma è un’altra. Senza avere nel proprio curriculum l’esperienza della prima linea, è impossibile avere accesso alle cariche più alte dell’esercito. Non a caso, dal diciannovesimo secolo a oggi il Congresso degli Stati Uniti ha conferito 3.459 medaglie d’onore, di cui solo una a una donna.

Il riconoscimento di una realtà di fatto. Nei soli Iraq e Afghanistan, 150 donne sono state uccise e 800 sono state ferite. Pur non servendo ufficialmente “in prima linea”, rischiavano la vita ogni giorno, in contesti di guerra non tradizionali e sempre più caratteristici dell’impegno militare americano, nei quali cui lo stesso concetto di battaglia, alle volte, perde di significato. Con questi argomenti, quattro donne soldato avevano iniziato a dicembre una battaglia legale contro il Pentagono, dichiarando che le loro carriere erano state ingiustamente limitate dall’impossibilità di far parte di unità di combattimento. Per questo, è un principio di semplice equità riconoscere alle donne soldato compensi equivalenti per compiti (e rischi) equivalenti a quelli dei loro colleghi, come in qualsiasi lavoro.

Un motore di cambio per la cultura tradizionalmente maschilista dell’esercito. Secondo dati dell’arma, nel solo 2011 sono state presentate 3.192 denunce per abuso sessuale nell’esercito. Questa sarebbe, però, solo la punta dell’iceberg. I casi effettivi (la maggior parte non riportati) sarebbero stati intorno ai 19.000. Una donna soldato su tre, quindi, sarebbe vittima di abusi, nella maggior parte dei casi molto gravi, quali violenze fisiche e stupri. L’esercito considera queste violenze come il frutto di una cultura maschilista che vede le donne come naturalmente subordinate agli uomini, fino ad oggi confermata e rafforzata dalla struttura gerarchica che rendeva impossibile alle donne il raggiungimento dei gradini più alti della carriera. In quest’ottica, la riforma di gennaio è vista dal Pentagono come strategica per ridurre l’incidenza dei casi di abuso e fomentare una cultura di pari opportunità.

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"Le persone istupidiscono all'ingrosso, e rinsaviscono al dettaglio" (W. Szymborska)

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Pensieri di una femminista razionalista

Lotjina

----------- l'olandesina ----------------

Champ's Version

Se non porti almeno una soluzione anche tu fai parte del problema

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