Il cimitero dei feti e quello che non si dice sull’aborto

1 Nov

Anni fa partecipai a una conferenza sull’aborto, organizzata dall’Università di Princeton. L’obiettivo della conferenza era semplice e allo stesso tempo estremamente ambizioso: far sedere intorno a un tavolo leader d’opinione del movimento per la vita e quelli per la difesa dei diritti sessuali e riproduttivi. Farli parlare. Rendere più umano e meno astratto il dibattito, moderandone i toni. Mettere insieme tutti i pezzetti del mosaico per avere una migliore visione comprensione del fenomeno dell’aborto.

Di conferenze di questo tipo, forse, avremmo bisogno anche in Italia e credo che ne siano una prova le polemiche seguite alla delibera della giunta di Firenze, che permetterebbe la creazione di un’apposita area nel cimitero pubblico di Trespiano per seppellire i feti (a partire dalla ventesima settimana) e i bambini non nati (cioè quei feti morti oltre la 28esima settimana di gravidanza).

Prima di tutto lasciatemi fare un chiarimento. Io sono una convinta sostenitrice della necessità di avere norme che garantiscano l’aborto legale, sicuro e gratuito in tutti i Paesi. Questo è un tema in cui ho lavorato per anni, appoggiando organizzazioni latinoamericane che facevano advocacy per ottenere il diritto all’aborto laddove questo diritto non esisteva.

Capisco quindi molto bene il timore che una delibera di questo tipo possa rappresentare un riconoscimento, in certo senso, del diritto di cittadinanza del feto e credo che tale riconoscimento potrebbe portare a conseguenze estremamente pericolose quanto al diritto delle donne non solo di abortire, ma di decidere del proprio corpo durante la gravidanza, come scrivevo mesi fa.

Capisco anche, però, i sentimenti di quelle madri, alcune di loro mie amiche, per cui è importante poter vedere una piccola lapide vicino ai resti del proprio bambino morto in utero nel secondo o terzo trimestre (ben oltre il tempo lecito di 90 giorni per l’aborto nel nostro Paese).

Non mi esprimo, quindi, in questa occasione, sul merito di questa normativa, ma sul tono del dibattito che ne è scaturito. Mi pare preoccupante la dicotomia che sembra delinearsi nelle polemiche seguite al caso del cimitero dei feti. Sembra quasi che da un lato ci siano le donne che abortiscono (malafemmine, femministe, atee o tutte e tre le cose) dall’altro le madri, magari anche quelle madri che hanno vissuto il trauma dell’interruzione involontaria della gravidanza. I diritti delle une e quelli delle altre, in lotta.

La realtà è ben diversa. Secondo uno studio del Guttmacher Institute di qualche anno fa, confermato da uno studio più recente, nel nostro Paese ad abortire sono in prevalenza donne tra il 25 e 35 anni, coniugate e già madri di uno o più figli che, rimaste incinta per una ragione o l’altra, non vogliono o possono portare avanti una seconda o terza gravidanza di cui conoscono perfettamente le implicazioni, visto che hanno già avuto dei figli. Anche queste forse sono le donne che desiderano esista un cimitero dei feti per potervi piangere il frutto di altre gravidanze, desiderate e involontariamente interrotte.

Mi pare quindi che il discorso sull’aborto migliorerebbe se riuscisse a raggiungere una dimensione più umana, vicina alle donne reali e alle loro necessità, che nono sono sempre le stesse, ma cambiano nel corso della vita al cambiare delle loro circostanze. Migliorerebbe anche se, invece si ossessionarci sui feti che non possono parlare, riuscissimo a concentrarci sulle donne e quello che chiedono dai servizi di salute per migliorare la loro salute, mentale e fisica, informandole sulle proprie opzioni e, soprattutto, stimandole abbastanza da rispettare le loro decisioni, senza doverle sempre leggere in una chiave politico-ideologica.

Allora, forse, riusciremmo a essere un Paese con servizi di salute più umani e compassionevoli, che servono le donne senza etichettarle come madri, oppure malafemmine.

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2 Risposte to “Il cimitero dei feti e quello che non si dice sull’aborto”

  1. daniela 1 novembre 2013 a 7:24 PM #

    E che dire della posizione della Chiesa sulla non celebrazione delle esequie di un feto nato morto magari a fine gravidanza? Questa non è vita? Lo è di più un embrione a dieci settimane?

  2. Marianna Malaspina 1 novembre 2013 a 8:22 PM #

    ” oppure malafemmine.” – o, peggio ancora, “sostenitrici o a favore dell’aborto”, come se esistesse al mondo una donna che possa essere favorevole all’aborto in se stesso, come se la decisione di abortire non fosse l’ultima che una donna prende comunque, dopo avere vagliato le altre opzioni e averle misurate – nella solitudine umana necessariamente spesso piu’ totale che ci sia – alle proprie possibilita’ fisiche, psichiche, finanziarie ed umane. Come se l’aborto fosse una soluzione facile e non una delle piu’ difficili che una donna possa prendere e che ha tuttavia il diritto di scegliere e di prendere.

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