Prevenire il femminicidio è possibile. L’esperienza americana e il DDL sul femminicidio

14 Ago

Un mio articolo su l’Huffington Post Italia

E’ possibile pensare che se il quadro normativo fosse stato diverso, almeno qualcuna delle oltre 80 donne uccise da inizio anno nel nostro Paese avrebbe potuto essere salvata?

E’ una domanda che ci facciamo oggi, dopo la scoperta dell’ennesimo femminicidio, come se l’è fatta Kelly Dunne in Massachusetts nel 2002, a seguito dell’omicidio di una donna che solo pochi giorni prima si era rivolta al Centro Antiviolenza dove la Dunne lavorava. La sua risposta è stata sì e da allora la Dunne si è fatta promotrice di un sistema di prevenzione dei femminicidi esito di violenza domestica che è stato nazionalmente riconosciuto per la sua efficacia: le comunità in cui si applica hanno infatti ridotto a zero il numero di crimini di questo tipo.

Il modello disegnato dalla Dunne si basa sul concetto di “prevedibilità” e quindi “prevenibilità” di questi omicidi, raramente il frutto di un “raptus” isolato e inaspettato e quasi sempre, invece, preceduti da numerosi episodi di violenza fisica e psicologica nei confronti della vittima. Secondo Mary Lauby, infatti, Direttrice della Coalizione contro la Violenza Domestica e Sessuale del Massachusetts “Se esiste un tipo di omicidio che si può prevenire, è proprio quello frutta della violenza domestica, perché è l’unico in cui si conoscono in anticipo sia il carnefice che la vittima”. A partire da questa consapevolezza, il modello della Dunne promuove un approccio in tre fasi:

  1.  Analisi della situazione per stabilire l’intensità del rischio, a partire da vari fattori, quali: esistenza e intensità di precedenti episodi di violenza, uso di sostanze stupefacenti e alcolismo da parte del carnefice, presenza di abusi verbali e minacce, porto d’armi.
  2. Creazione di una task force composta da rappresentanti delle forze di polizia, delle vittime e dei programmi di recupero dei violenti (la cui frequentazione è obbligatoria per chi è stato riconosciuto dalla legge colpevole di questo tipo di crimini), con il compito di monitorare in tempo reale i casi di violenza domestica considerati ad alto rischio. Il monitoraggio si intensifica, poi, qualora esistano dei cambiamenti importanti nella vita della vittima o del carnefice, per esempio una nuova gravidanza, la perdita del lavoro, la rottura della relazione. E’, infatti, spesso, a partire da questi cambiamenti che si scatenano nuovi livelli di violenza.
  3. Allontanamento dell’uomo violento dalla casa con divieto di avvicinarsi alla vittima e, in presenza di alto rischio, detenzione immediata in attesa del processo o obbligo di indossare il braccialetto GPS.

E’ evidente che l’applicazione di un modello di questo tipo richiede tre condizioni: la disponibilità di risorse finanziare, la volontà degli attori istituzionali e il convincimento che gli omicidi nati dalla violenza domestica possono e devono essere fermati.

Non tutte queste condizioni esistono ancora in Italia, ma anche da noi si sta facendo avanti la consapevolezza che la violenza domestica e gli omicidi da essa scaturiti sono un grave problema, se non altro, di sicurezza pubblica. Il pacchetto di sicurezza recentemente approvato dal Consiglio dei Ministri, pur con tutti i suoi limiti, ampiamente (e giustamente) descritti da tante, ha un profondo valore simbolico e rappresenta un segno importante in questa direzione.

Parliamoci chiaro: è vero che, come scrivono in molte, la repressione non basta. Poiché la violenza di genere nasce come problema culturale, sono necessari interventi a livello educativo nelle scuole, nelle caserme, nei media e nella società nel suo congiunto. E’ altresì necessario studiare l’efficacia dei programmi di recupero dei violenti, riformare la giustizia (per garantire agilità dei processi e sicurezza della pena) e migliorare l’occupazione femminile. E via discorrendo.

E’ anche vero, però, che, oggi, migliaia di donne italiane sono maltrattate dai loro compagni e rischiano di essere da loro uccise domani. Queste donne non possono aspettare che le campagne educative nelle scuole diano frutto e i dati di un osservatorio sul femminicidio vengano interpretati.  Seppure la violenza domestica, come l’omofobia, siano infatti problemi complessi che hanno la loro origine nel culturale, le loro conseguenze si vedono, purtroppo, anche nella sicurezza pubblica, pertanto anche in questo campo vanno contrastate.

Le vite delle donne vanno salvate e protette, da subito, anche con l’applicazione di norme repressive che allontanino i carnefici e mettano al sicuro le vittime (incluse le immigrate clandestine), come previsto dal pacchetto di sicurezza.

Come dice Valeria Fedeli, tra le fondatrici di Se Non Ora Quando e Vice Presidente PD del Senato: non possiamo aspettare o dubitare neanche un secondo. Cronache di morti annunciate ne abbiamo viste fin troppe.

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