Cosa dovrà la Task Force sulla Violenza di Genere (in tre punti)

6 Mag

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Anche grazie alla presenza di donne forti al governo come la Boldrini e la Idem, stavolta sembra che il Governo voglia finalmente affrontare in modo serio e trasversale la violenza di genere che colpisce una donna su tre nel nostro Paese, nonché moltissime persone gay e trans. In questo contesto, una Task Force interministeriale rappresenta una scelta estremamente saggia. Affinché abbia successo, della Task Force dovranno fare parte non solo i ministeri di Giustizia e Interno, ma anche Istruzione, Economia, Integrazione, Lavoro e Salute, perché è impensabile che una donna possa liberarsi da una situazione di violenza se non gode di autostima, istruzione, autonomia economica, accesso ai servizi di salute e libertà di denunciare i suoi carnefici (a prescindere dal proprio status migratorio).

Cosa dovrà fare questa Task Force? Fortunatamente, non si tratta di reinventare l’acqua calda, ma basta studiare le raccomandazioni esistenti e compilate da Nazioni Unite, Unione Europea e ONG come D.i.Re, magari guardando anche alle migliori pratiche mondiali, per agire su tre fronti.

1.     Una nuova legge sulla violenza di genere e le altre norme necessarie

Attualmente, la normatività sulla violenza sulle donne è frammentata e si evince da tre principali: la legge 66 del 1996 (violenza sessuale), la legge 154 del 2001 (violenza domestica) e la legge 38 del 2009 (stalking).

Per facilitare informazione, interpretazione, diffusione e applicazione è necessario promulgare una legge unitaria sulla violenza di genere, che includa un’aggravante per i crimini di odio legati all’identità o al ruolo di genere (includendo omofobia e transfobia, ma non solo). La legge dovrà anche includere previsioni specifiche riguardanti l’affidamento dei figli nei casi in cui la madre sia vittima di violenza domestica, riconsiderando l’opportunità della custodia congiunta e una protezione speciale per le vittime di violenza sessuale (all’americana), intesa a impedire agli accusati di usare la condotta sessuale passata delle vittime contro di loro durante i processi.

Ma non basta. Sempre da un punto di vista normativo, il parlamento si deve adoperare per l’immediata approvazione della legge sul divorzio breve. A livello internazionale, poi, è necessaria l’immediata ratifica della Convenzione di Istanbul (di cui ha parlato la Boldrini ultimamente), ma anche la firma e ratifica della Convezione Europea sulla Compensazione alle Vittime di Crimini Violenti.

2.     Migliorare l’applicazione delle normative esistenti

Esistono poi delle leggi che in teoria sono vigenti ma in realtà si applicano in modo lacunoso, per via di mancanza di risorse economiche, come la Direttiva Europea 2004/80/CE per l’indennizzo vittime di reato da parte dello qualora i colpevoli non siano in grado di farlo e la legge 154/200 sulle misure per la violenza domestica che prevede aiuto legale gratuito alle donne vittima di violenza. La Task Force dovrà assicurarsi che esistano le risorse economiche necessarie per rendere effettive queste norme.

3.     Prevenire la Violenza con Azioni di Sensibilizzazione, Informazione e Inclusione Sociale

Per la sua pervasività, è chiaro che la violenza sulle donne non è un crimine che può essere risolto unicamente da un punto di vista legale, ma rappresenta una malattia dell’intera società e come tale va affrontata, lavorando sulla prevenzione ancora più che sulla punizione. Come?

  • Effettuando corsi di formazione per aiutare le forze dell’ordine a capire e contrastare la violenza di genere, possibilmente creando unità speciali dedicate a questo tema, come succede in altri Paesi. E poi migliorando il coordinamento e lo scambio d’informazioni tra ospedali, polizia e centri di accoglimento.
  • Adottando politiche di inclusione sociale per le comunità di immigrati e emendando il pacchetto sicurezza per garantire immunità alle donne vittima di violenza che risiedono clandestinamente nel nostro paese (e spesso non denunciano i carnefici per timore di essere deportate).
  • Favorendo l’inserimento lavorativo delle donne e garantendo l’applicazione della legge sugli alimenti in caso di divorzio per garantire l’autonomia economica delle donne.
  • Insegnando l’educazione di genere nelle scuole, informando alunni e docenti sulle normative che riguardano la violenza domestica e sensibilizzando i docenti a riconoscere e denunciare i segni di questo tipo di violenza.
  • Formando e monitorando (attraverso un organo di controllo) i media perché propongano rappresentazioni della donna e della famiglia che siano rispettose della dignità e della diversità delle persone.
  • Garantendo il finanziamento dei centri antiviolenza, affinché le vittime possano vivere in condizioni di sicurezza in attesa del processo.
  • Infine, come nel più elementare dei progetti, stabilendo meccanismi di monitoraggio e valutazione che permettano di capire se le iniziative intraprese funzionano. Tanto per iniziare, migliorando le statistiche ISTAT affinché si stabilisca un sistema di collezione e analisi a livello nazionale dei dati sulla violenza di genere.

C’è insomma tanto, tanto, tanto da fare. Dopo aver lavorato per molti anni su questo tema in altri Paesi, sono arrivata alla conclusione che la volontà politica faccia veramente la differenza tra una società che abbandona e marginalizza le donne a una che permette loro di vivere una vita libera da violenza e discriminazione. Il cammino è lungo, ma va pure iniziato e stavolta non ho dubbi: non c’è mai stato un momento migliore.

PS: La foto e’ di una casa in un villaggio in El Salvador che ho visitato vari anni fa. Sulla porta hanno scritto “In questa casa vogliamo una vita libera dalla violenza sulle donne”.

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