Telelavoro sì, no, forse. Il dibattito dopo Marissa

26 Mar

Delle 500 maggiori imprese americane per fatturato (le cosiddette Fortune 500), solo ventuno sono guidate da donne: il 4,2%. Forse per questo, ci si aspetta dalle donne che arrivano al top non solo delle impeccabili performance lavorative, ma la volontà di portare avanti la battaglia per le pari opportunità di tutte quelle che il top non lo raggiungono.

Grandi erano dunque le aspettative per Marissa Mayer, 37 anni, quando negli luglio 2012 ha lasciato Google per assumere il ruolo di presidente e amministratrice delegata di Yahoo, diventando la più giovane donna a capo di una Fortune 500 e la quattordicesima donna d’affari più potente degli Stati Uniti, con uno stipendio annuo superiore al milione di dollari.

L’entusiasmo è però durato poco. La Mayer ha da subito dichiarato di volersi prendere solo un paio di settimane di licenza di maternità e di voler lavorare comunque, anche in quelle settimane, contrattando una tata e facendosi costruire a proprie spese una cameretta per suo figlio vicino all’ufficio. Non proprio un esempio seguibile per i milioni di donne lavoratrici che cercano di equilibrare lavoro e famiglia con stipendi decine di volte inferiori al suo.

Le cose sono poi peggiorate quando il 22 febbraio di quest’anno, in una delle sue prime azioni principali da dirigente, la Mayer ha mandato un memo agli impiegati di Yahoo, spiegando che, a partire da giugno, tutti coloro che stanno lavorando da casa dovranno iniziare a recarsi in ufficio. Secondo la Mayer, questa scelta è necessaria perché “per diventare il miglior posto al mondo in cui lavorare, la comunicazione e la collaborazione sono importanti, quindi dobbiamo lavorare fianco a fianco”. La decisione arriva in un momento di crisi per Yahoo, il cui valore di mercato che è precipitato negli ultimi dieci anni (da 125 bilioni di dollari nel 2000 a 25 bilioni di dollari oggi) e la cui produttività per lavoratore è 160% inferiore a quella di Google.

Al di là della sua valenza per i lavoratori di Yahoo, il memo ha avuto il merito di fomentare un dibattito sugli effetti e le potenzialità del telelavoro che ha coinvolto economisti, sociologi fino a raggiungere l’americano comune.

Secondo l’Economist, la scelta della Mayer è un errore strategico perché per fiorire le imprese devono credere nel proprio personale e incentivarlo a lavorare laddove è più produttivo e può bilanciare lavoro e famiglia. Larry Howes, della rivista Forbes, critica invece la decisione della Mayer non tanto nel contenuto, ma nelle forme, argomentando che l’abolizione del telelavoro avrebbe dovuto essere comunicata come una misura temporanea e di prova, tesa a capire come aumentare la produttività della compagnia, invece che una politica decisa in via definitiva “dall’alto”.

Le femministe Maureen Dowd (New York Times) e Joanne Bamberger (Huffington Post) criticano poi la Mayer per un provvedimento che vedono in contrapposizione alle necessità delle donne lavoratrici meno fortunate (e pagate) di lei, per le qual il telelavoro rappresenta uno strumento indispensabile per bilanciare famiglia e carriera.

Infine, in molti sostengono che la disposizione della Mayer riflette una valutazione della performance lavorativa anacronistica e improduttiva, basata più sulla quantità di ore spese davanti al computer sotto gli occhi del proprio capo che sui risultati.

Nell’altro campo, a difendere la Mayer ci sono coloro che, come Dominic Basulto  del Washington Post, ritengono che la presenza fisica, le discussioni faccia a faccia e le riunioni di lavoro siano necessarie per incentivare il lavoro di squadra e creare quella cultura d’innovazione di cui Yahoo ha bisogno. Lavorando da casa, poi, sostengono altri, si perderebbero quelle opportunità inaspettate di brainstorming che alle volte sono la scintilla delle grandi idee. Anche molti impiegati di Yahoo si sono espressi in favore della Mayer, testimoniando che la politica di telelavoro sarebbe stata spesso abusata dagli impiegati della compagnia.

Secondo quanto riportato dalla CNN, il 65% degli Americani si dice favorevole al telelavoro e oltre il 40% considera che chi lavora da casa ha una vista famigliare più equilibrata. Con questa decisione, dunque, la Mayer rinuncerebbe ad attrarre una grande quantità di lavoratori e lavoratrici di talento, per cui la flessibilità è un requisito importante nella scelta dell’occupazione.

In realtà, secondo i ricercatori delle Università di Iowa e Texas, c’è ancora molto da fare affinché il telelavoro possa divenire uno strumento che aiuti davvero gli americani a bilanciare lavoro e impegni domestici. Mentre esistono, infatti, statistiche chiare dell’impatto positivo del telelavoro per le imprese (più produttività e ritenzione del personale, meno assenteismo), mancano dati che riflettano il beneficio reale del telelavoro, per lo meno nella sua applicazione attuale, per la vita famigliare degli impiegati.

Mentre il 24% dei lavoratori dipendenti americani, infatti, dichiara di lavorare da casa almeno qualche ora a settimana, il 67% di queste ore sono in realtà ore extra, che non si sostituiscono ma si addizionano alle ore lavorate in ufficio, allungando di fatto la giornata lavorativa. Secondo la ricerca, inoltre, a beneficiare in larga parte delle politiche di telelavoro sono principalmente gli impiegati nelle posizioni più alte, che godono di maggiore libertà e potere di negoziazione e le non le donne e i neogenitori, come si pensa comunemente.

Per diventare uno strumento di promozione delle pari opportunità, quindi, le offerte di telelavoro non solo devono aumentare, raggiungendo coloro che ne trarrebbero maggior beneficio, ma devono rispondere alle necessità degli impiegati e non solo delle imprese.

Quanto alla leadership femminile, c’è da chiedersi se non sia eccessiva l’aspettativa che le donne al top diventino eroine delle pari opportunità e se non dovremmo invece iniziare a chiedere maggiore sensibilità su questi temi anche a quel 95.8% di amministratori delegati che ancora sono uomini.

PS: Questo articolo lo trovate anche su: InGenere!

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4 Risposte to “Telelavoro sì, no, forse. Il dibattito dopo Marissa”

  1. Lotje 26 marzo 2013 a 8:29 PM #

    io non sono favorevole al telelavoro. Ci ho provato qualche mese, ma non riesco a concentrarmi come farei se fossi in un edificio di lavoro. Per fortuna però mi posso permettere questa opinione perché mio marito ora lavora, perché quando devi combinare maternità e lavoro, tante donne lo sanno fare e lo devono fare. .

  2. Attilia 27 marzo 2013 a 3:55 PM #

    diciamo che se anch’io avessi la cameretta a fianco dell’ufficio, forse anch’io sarei d’accordo con Marissa.
    ma visto che questo è una scelta per solo pochi eletti…meglio il telelavoro.

    Anche se in Italia ce lo sognamo, insieme al part-time

  3. lucinadimeco 27 marzo 2013 a 5:24 PM #

    Care amiche, vorrei dividere con voi la mia esperienza americana sul tema.

    Come consulente, lavoro da casa e, nonostante ami il mio lavoro, la collegialita’ dell’ufficio mi manca, cosi’ come la possibilita’ di avere giorni di malattia e ferie. Con un bambino piccolo, poi, lavorare da casa vuol dire avere una babysitter con lui quando io lavoro, perche’ stare seduta davanti al computer di fronte a mio figlio di due anni e’ impossibile. Per cui lavorare da casa mi aiuta, ma non troppo.

    Oltretutto, la mia esperienza conferma quanto riscontrato dai ricercatori sul tema. Quando lavoravo in un ufficio, il telelavoro era un mezzo per farmi rispondere a email di sera e partecipare a conferenze telefoniche durante la maternita’ pagata (di due mesi), le vacanze e i giorni extra di permesso non pagato.

    Insomma, la il telelavoro come fonte di flessibilita’ puo’ aiutare, ma non tutti, non sempre e solo se ripensata perche’ a essere favorite siano le necessita’ degli impiegati e non solo dei datori di lavoro.

  4. StefaniaO 15 maggio 2013 a 2:47 PM #

    Ho fatto telelavoro per 8 anni, ma non avevo figli. Non lo rifarei, neanche adesso che ho una figlia. L’unico motivo per cui lo rifarei è la distanza, prima infatti lavoravo a 50 Km dall’ufficio e lavorare da casa era in effetti meglio che farsi 100 Km al giorno.
    ma lavorare da casa vuol dire anche lavorare di più e fuori orario (mi è capitato di lavorare per 13 ore di seguito fino alle 23 di sera), essere sempre soli e non condividere i momenti di svago tra colleghi, ma anche condividere il lavoro e le idee con i colleghi. Vuol dire essere tagliate fuori dai lavori più importanti o per lo meno questa è stata la mia esperienza, ma in effetti non avevo una gran capo.
    Adesso lavoro a 4 Km da casa (ho cambiato) ed è tutta un’altra cosa: sono responsabile di un team di sviluppo software e non potrei mai svolgere questo lavoro da casa nè vorrei mai farlo. I momenti di condivisione sia dello svago che dei progetti tra colleghi è fondamentale. Quando ho bisogno (malattia bimba o altro) posso lavorare da casa, ma lo tengo solo per i casi di emergenza. Certo, è fodnamentale che la sede di lavoro sia vicino a casa, altrimenti beh, fosre ci penseri ancora…;-)

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