Da Womenomics a #FacciamociAvanti. Ambizione femminile in evoluzione

19 Mar

lean-in_custom-575cb1cc7e2e0e704abfffbc2a0ce498dafad0f8-s6-c30-1Uscito nelle librerie americane una settimana fa ma già oggetto di ampio dibattito, “Lean In” (In italiano: Facciamoci Avanti. Le donne, il lavoro e la voglia di riuscire) è già diventato non solo un best seller ma il benchmark del dibattito su leadership femminile e gender gap negli Stati Uniti. Scritto da Sheryl Sandberg, ora direttrice operativa di Facebook e anteriormente vicepresidente di Google, “Lean In” si rivolge alle donne che vogliono una carriera brillante e una vita famigliare soddisfacente, spiegando cosa dobbiamo (e possiamo) cambiare per arrivare, finalmente, ad “avere tutto”.

Manca ancora molto, anche negli Stati Uniti. Delle 500 maggiori imprese americane per fatturato (le cosiddette Fortune 500), solo ventuno sono guidate da donne: il 4,2%. Alla radice di questo divario c’è, secondo la Sandberg, la differenza in ciò che la società valorizza e stimola, fin dall’infanzia, nei due sessi. Mentre le bambine, infatti, vengono educate per essere soprattutto modeste e gentili, ai bambini si insegna ad assumere un atteggiamento più sicuro e ambizioso. Ecco dunque spiegato come, secondo uno studio della Michigan University con studenti delle scuole medie americane, quando interrogati sul proprio rendimento in matematica (un campo di dominio tradizionalmente maschile), le ragazze riferiscono di aver ottenuto voti inferiori a quelli realmente avuti; i ragazzi, invece, superiori. Non so a voi, ma a me suona famigliare. Quante volte all’università davanti a qualcuno che si complimentava per i trenta sul mio libretto ho risposto: mi è andata bene, mentre un mio collega semplicemente avrebbe risposto: sono stato bravo.

Perché si insegna alle donne a sminuire il proprio valore? Secondo la Sandberg, la ragione sta nel fatto che, mentre per gli uomini successo professionale e riconoscimento sociale vanno di mano in mano, per le donne la carriera si paga spesso con la solitudine. Non è una novità. Molte donne in posizioni di potere ne hanno parlato, da Christine Lagarde a Hillary Clinton. Mentre il potere rende gli uomini affascinanti, alle donne, a detta di molti, non dona: le fa apparire fredde, poco autentiche, troppo ambiziose o semplicemente “maschili”.

Se c’è un posto, poi, nel quale le donne hanno fatto davvero pochissima strada nel cammino alla parità dal dopoguerra ad oggi è la casa. Secondo Rosanna Hertz dell’Università della California, in coppie con donne e uomini della stessa professione, le donne riportano di avere più flessibilità sul lavoro che i loro compagni per giustificare una divisione del lavoro domestici ancora largamente iniqua. Oppure, in mancanza di flessibilità, sono in genere le donne a lasciare il proprio lavoro. Secondo la Sandeberg, questo non è un caso: le donne iniziano a limitare le proprie opportunità di carriera per dare spazio alla vita domestica e famigliare spesso anni prima di avere figli, pertanto al momento della maternità si ritrovano molte volte ad avere posizioni meno stimolanti e pagate dei loro colleghi, quindi lavori più facili da sacrificare. Cinquant’anni dopo la La mistica della femminilità di Betty Friedman, insomma, a limitare le donne non è più tanto la mancanza di aspirazioni, ma l’impossibilità di realizzarle. E cosi, mentre il 72% delle donne e degli uomini tra i 18 e i 29 anni dice di considerare che i matrimoni migliori sono quelli in cui entrambi lavorano, solo il 30% dei padri che dichiara di voler partecipare equamente ai compiti domestici lo fa veramente.

Il libro della Sandberg rappresenta un balzo in avanti di anni luce rispetto a Womenomics, il best seller pubblicato da Claire Shipman e Katty Kay quattro anni fa, che aveva finora dettato il trend del dibattito sulle pari opportunità negli Stati Uniti. Semplificando, il messaggio centrale di Womenomics era che le donne dovevano “lavorare meno ed essere più felici”, principalmente puntando su forme di lavoro flessibili e scegliendo, se necessario, posizioni meno retribuite, ma che permettessero loro di potersi creare (e godere) una vita domestica e famigliare piena. In questa logica, le donne raggiungerebbero la soddisfazione trovando definizioni nuove di successo lavorativo, diverse rispetto a quelle maschili. Le implicazioni di un ragionamento di questo tipo sono chiare: cari uomini, delle donne leader non ci si può fidare, perché, nella scelta tra carriera e famiglia, daranno sempre priorità alla dimensione domestica. In questa logica, non c’è posto per gli uomini che vogliono avere un ruolo maggiore nella vita famigliare, ne’ per le donne che non nono desiderano avere figli o trovano nella carriera e non nella dimensione domestica la loro felicità.

E poi c’è la differenza più importante di tutte: il mondo di Womenomics è un mondo che immobilizza lo status quo, offrendo una scappatoia piscologica ed emotiva alla frustrazione delle donne, invece di cercarne una soluzione a livello collettivo e politico. Glorificando l’ambizione femminile e chiedendo un ruolo di maggiore partnership da parte degli uomini, la Sandberg cerca invece la soluzione al gender gap non nella sfera individuale, ma nelle trame del tessuto sociale in cui uomini e donne si muovono.

Sia Womenomics che Lean In hanno però un grande limite, da sempre il limite e il peccato originale del femminismo: si rivolgono alle donne americane delle classi medio-alte, per le quali il lavoro è scelta e identità, non necessità economica. Quelle donne che ricoprono posizioni importanti e ben retribuite nelle grandi imprese, ad un passo dall’entrare nel consiglio d’amministrazione. E mentre la Sandberg spiega perché quel passo va fatto, Shipman e Kay argomentano che non è quel passo a fare la felicità, anzi. Per la maggior parte di noi, purtroppo, le scelte non sono queste e dilemmi di questo tipo possono finire per far aumentare, invece che diminuire, le nostre frustrazioni. Anche per le noi, però, le riflessioni di Womenomics e Lean In possono avere un enorme valore, soprattutto se sono in grado di diffondere il dibattito sul gender gap e l’ambizione femminile, facendolo uscire dai banchi accademici per portarlo negli show televisivi e sui media più letti. E non bisogna a tutti i costi guardare all’America. Donne in gamba ne abbiamo anche noi e libri ricchi di riflessioni profonde anche di più. Per esempio, io sto leggendo Senza Una Donna di Alessia Mosca e Flavia Perina e sono convinta che c’è sempre speranza, anche nel Paese più maschilista d’Europa, quando si inizia il dialogo su potere, famiglia e diritti.

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2 Risposte to “Da Womenomics a #FacciamociAvanti. Ambizione femminile in evoluzione”

  1. Marianna 19 marzo 2013 a 12:23 PM #

    Lucina ciao,

    sono appena tornata dall’ennesimo incontro con l’agenzia di lavoro di Berlino e mentre stavo aspettando il mio turno stavo appunto leggendo (prezioso Nook….) proprio questo numero del TIME. Great minds think alike, come si dice “da voi.”. ; )
    Colgo quindi l’occasione telepatica per alcuni commenti, purtroppo spesso meno positivi di quanto vorrei essere.

    Il primo e’ che e’ difficile imparare da una come l’autrice del libro, che fa parte di una minoranza direi quasi elitaria – sia grazie ai suoi indubbi grandi talenti accademici che degli appoggi notevoli di cui ha potuto usufruire durante la sua ascesa . E’ un po’ come guardare una pubblicita’ di cosmetici con la faccia di Claudia Schiffer sopra: non e’ che se compri quello diventi come lei. She was born with it. A casa dai suoi figli alle 17:30 ci poteva andare perche’ aveva gia’ raggiunto una posizione di notevolissimo riguardo. Il pargolo in ufficio ce lo puo’ portare perche’ le hanno costruito la nursery accanto all’ufficio, per gli stessi motivi. Il problema del libro e’ esattamente quello che tu dici: e’ un libro scritto da una top per le top o aspiranti tali. Ma la stragrande maggioranza non e’ al top – per definizione no? – e soprattutto bisogna smetterla di dare per scontato che tutte/tutti al top ci vogliano arrivare! Ieri sul NYT c’era un trafiletto di chiamato “He hasnt had it all either” – i commenti erano particolarmente istruttivi sul mood generale sull’argomento…

    Mi viene il sospetto che in fondo questo libro sia una gran operazione di marketing mirata a tirare l’acqua al mulino della Sandberg manager, piuttosto che portarla a quello delle donne, manager alla quale farebbe moltissimo comodo avere stuoli di donne che si buttano a lavorare come pazze per provare che loro si che sanno “lean in” …til they break. Perche’ non c’e’ ancora la struttura – in America tanto meno! – per sopportare il loro peso ed aiutarle. Le donne si devono preoccupare di pianificare la loro vita relazionale perche’ e’ molto facile per loro venire risucchiate nel lavoro, NON raggiungere il top e NON riuscire ad imbastire una vita sentimentale/relazionale soddisfacente perche’ comunque devomno lavorare come pazze. Un uomo non ha qesto problema, perche’ nel momento in cui e’ pronto e si e’ costruito una carriera, una donna anche 20 anni piu’ giovane la trova, anche se non e’ Bill Gates. That’s what it boils down to.

    Proprio la settimana scorsa invece leggevo su Die Welt questo articolo:

    http://www.zeit.de/2013/11/Generation-Y-Arbeitswelt

    il cui approccio mi piace molto di piu’: TUTTI dovrebbero lavorare meno. (Il numero delle ore lavorate e’ cresciuto di quasi 9 ore alla settimana dal 1979 – e ora sono molte di piu’ le famiglie in cui entrambi lavorano. Un gran bel risultato ci ha portato l’aumento della prodttivita’ e della tecnologia…). Non solo le donne. E pare che Gen Y abbia capito, a giudicare da cosa scrive un giovane ingegnere di 33 anni presso la Deutsche Bahn, che appunto non esita a prendersi tutte le ferie, giorni d malattia e i “giorni dei genitori” e ad uscire alle 17 in punto per passare due ore con i suoi figli prima che vadano a dormire.
    Ma in America, almeno per gli umani che vivono nella troposfera, la situazione e’ ben altra.

    Inoltre non sono sicura che, guardandoci attorno, possiamo effettivamente trovare conferma che il potere procura solitudine alle donne, a meno che loro stesse, una volta al potere (vedi Elisabetta I) non capiscano di lavorare e vivere meglio senza una relazione tradizionale. Una volta al potere, ci sono stuoli di uomini generalemnte pronti a goderne dei frutti – come nel caso contrario quando al potere ci sono uomini . Un breve elenco, che include anche personalita’ di paesi dove le donne sono quasi ufficialmente delle sottocategorie: Indira Ghandi, Benazir Bhutto, Angela Merkel, Anna Wintour, Helen Gourley Brown, Maria Estela Martinez, Crystal Wang, e tante altre ora o in passato. Che siano pochissime al potere, troppo poche, e’ certo, ma non sono ne sole ne non amate. Io non credo che le donne siano spaventate di “non piacere” – siamo credo ben oltre a questa fase. Il problema e’ piuttosto che ci sono ancora ostacoli culturali di vario tipo negli uomini al potere che rendono il raggiungimento dell’obbiettivo molto piu’ arduo e meno appettitoso per le donne e che le donne, giustamente date le attuali circostanze, cominciano a prepararsi in tempo per una situazione che sanno perfettamente accadra’. La ragazza citata dalla Sandbergo nell’articolo, che non aveva ancora un fidanzato e gia’ si preoccupava di come bilanciare il lavoro e la casa forse era un po’ troppo avanti con i tempi, ma nemmeno tanto: in certe professioni, come ad esempio legge in America, dove si parte dalle 60 ore settimanali di lavoro al giorno 1 per raggiungere le 80 rapidamente, dove si ha il tempo per incontrare qualcuno, conoscerlo, frequentarsi? Se una non pianifica e prepara in anticipo, il figlio forse non avra’ nemmeno l’energia ed il tempo di farlo e – ancora piu’ importante – di goderselo! A parte che io non so come facciano queste, che razza di kamikaze siano, a passare, nel giro di un mese o due, da un lavoro estremo a fare spazio – fisicamente, emotivamente, psicologicamente – per un figlio. Ricordo che anni fa lessi di una manager che declamava come allattare fosse possibilissimo anche viaggiando, e spediva il latte estratto a pompetta per Fedex in contenitori speciali. Deve essere stato un lavoro che le piaceva veramente tanto; spero piacesse anche al figlio. Ma l’impressione che mi rimase e’ di qualcuno che si ingozza di tutto, senza sentire il sapore di niente.

    Il che mi ricorda che sono le 13:22 e che ho una gran fame! Un abbraccio, vado a farmi un’insalata di Gurken e carote – ormai sto raggiungendo livelli pericolosi di tedescaggine!

    Marianna

  2. lucinadimeco 21 marzo 2013 a 3:30 AM #

    Grazie Marianna, come sempre sei molto lucida (nonostante la fame). Rispolverero’ il mio tedesco leggendo l’articolo!

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