I figli fanno l’(in)felicità?

13 Feb

Si sa, non c’è felicità più grande dei figli. Ce lo dicono tutti, dalla Chiesa alla pubblicità e ce lo diciamo infondo l’una all’altra anche noi donne. Quante mamme dichiarano infatti che il giorno in cui sono nati i loro figli è stato il giorno più bello della loro vita, anche dopo 10 ore di travaglio? Il numero esatto non lo, ma a occhio e croce mi sembrano sempre troppe. Magari sarà vero, magari si sentirebbero cattive a dire che il giorno più bello è stato quando si sono innamorate per la prima volta, o quando si sono laureate con 110 e lode.

Eppure, gli studi scientifici in materia dicono uniformemente il contrario: sia in Europa che in America, le persone con figli si dicono più infelici rispetto a coloro che non hanno figli, oltre che a dichiararsi meno soddisfatti della vita coniugale, meno contenti di se’ stessi e del proprio benessere psicologico. Le più infelici di tutte, poi, sono le donne e non è difficile capire il perché. Avere figli è peggio di uno sport estremo: implica perdita di sonno, centuplicazione del lavoro domestico e delle preoccupazioni legate alla quotidianità.

Il problema è in buona parte politico. Senza una divisione dei compiti reale e senza politiche pubbliche a sostegno delle mamme, la maternità’ diventa quasi impossibile o di fatto impossibile (come mostra la bassa natalità nel nostro Paese).

Inoltre, esistono complicazioni sociali, frutto di una visione della maternità come progetto puramente individuale e femminile. Le mamme di oggi si sentono in colpa se non portano i figli alle migliaia di lezioni che promettono di farli diventare Mozart o Pelé. Alcune delle mie amiche-mamme Newyorkesi spendono una media di 1000 dollari al mese in classi di musica, yoga, calcio e nuoto per i figli di due anni. E dilapidano piccole fortune (oltre 20,000 l’anno) per mandare i figli a un asilo esclusivo, invece che a quello sotto casa. Purtroppo, aumentando scelta, aumentano anche il senso di responsabilità e di colpa per non riuscire a fare, dare (o peggio comprare) tutto. E anche se alcuni dei nostri compagni condividono alcune di queste frustrazioni, raramente vivono con la stessa intensità i nostri sensi di colpa.

Per questo, le donne con figli sono esauste, frustrate e si sentono un po’ più sole di quelle senza figli, insomma sono infelici. Eppure non sono i figli in se’ a renderci infelici, ma la percezione (e la pratica) della maternità nella società contemporanea come una scelta puramente  personale e principalmente femminile.

Almeno in questo, maternità e felicità coincidono, essendo viste  come condizioni individuali e soggettive, di cui si ignora la componente sociale e politica, che invece è più che evidente. Infondo, le persone felici sono anche più sane, più produttive e più fertili e la fertilità è la base della sopravvivenza di una società. Non per nulla sempre più paesi riconoscono il valore della felicità dei propri cittadini come un bene da coltivare, inclusi gli Stati Uniti, che stanno considerando introdurre il Gross National Happiness Index nelle proprie statistiche nazionali. Non per nulla, nella dichiarazione d’indipendenza americana, la “ricerca della felicità” è menzionata come un diritto inalienabile dell’uomo, alla pari con il diritto alla vita e alla libertà.

Come riuscire allora a vivere la maternità in modo diverso e magari addirittura felice?

Così come il problema, anche le soluzioni sono in parte di natura politica, in parte sociale. Per le donne, la ricerca della felicità è impossibile senza le pari opportunità.

Laddove esistono politiche che favoriscono una divisione più equa dei compiti nella coppia, per esempio la licenza di paternità obbligatoria, come in Svezia, ci sono tassi di felicità e, non a caso, di natalità, superiori a quelli del nostro Paese.

Laddove ci sono strutture pubbliche di qualità per l’attenzione ai bambini, come in Francia, le donne si sentono meno in colpa a tornare a lavorare dopo la maternità e non solo sono più felici e produttive, ma fanno più figli.

Da un punto di vista sociale, poi, è necessario ripensare la dialettica sul ruolo dei genitori (e soprattutto delle mamme). Anche se ad alcune piace crederlo, non siamo le uniche (o forse neanche le principali) variabili che porteranno i nostri figli a diventare (o a non diventare) individui produttivi, socialmente integrati e felici.  I figli non sono la nostra tabula rasa (vedi Pinker) o il canovaccio su cui dipingeremo il nostro capolavoro, ne’ devono diventare la definizione del nostro successo. Una volta accettato questo, credo che più donne capirebbero che invece di preoccuparsi delle lezioni di nuoto a 6 mesi (che si possono fare gratis nella vasca da bagno), varrebbe la pena preoccuparsi delle politiche per l’infanzia (o della mancanza delle stesse) nei programmi dei partiti politici.

Insomma, se vogliamo che la maternità sia un’opzione ragionevole per le donne bisogna ripensarne le condizioni. Alcuni cambiamenti sono possibili (e necessari) da subito, altri prenderanno tempo, ma bisogna continuare a insistere per la loro realizzazione, con tenacia e pazienza.

Quanto a me, la maternità’ mi ha portato molta felicità e occhiaie permanenti, mi ha implicato infiniti compromessi e mi ha insegnato molte lezioni. La principale è che, come ripeteva sempre la mia tata “ci vuole tanta pazienza”. Tata, quanto avevi ragione.

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6 Risposte to “I figli fanno l’(in)felicità?”

  1. Marianna 14 febbraio 2013 a 9:33 AM #

    Cara Lucina, una delle riflessioni piu’ intelligenti e vere sulla maternita’ che abbia letto di recente, partendo da “Motherlode” sul NYT – dove appunto, sembra che una delle decisione materne strategiche piu’ importanti sia se le lezioni di nuoto a dorso cominciare a farle a 6 o 9 mesi e gia’ in olimpionica…..- a tanti altri articoli che escono ormai quotidianamente all’interno del “maternity-trend” e che ben si guardano dall’affrontare il problema nell’unico modo che ha senso per tutti e cioe’ come societa’.
    L’accettazione e l’incoraggiamento della donna come madre e lavoratrice che la societa’ ha tutto l’interesse a supportare psicologicamente e finanziariamente e’ un processo che impieghera’ a mio avviso varie generazioni. Non piu’ in la’ di due mesi fa durante una Messa a cui avevo accompagnato mia madre in periodo Natalizio mentre eravamo a Bologna ho avuto il “piacere” di sentire il prete durante l’omelia affermare che in fondo “le donne, vi sembra che poi alla fine con questa “parita’” ci abbiano guadagnato molto? Sempre d corsa, sempre nervose, senza un momento per pensare a se stesse… ma e’ vita questa?” – solo l’affetto che ho per mia madre mi ha trattenuto dall’uscire sbattendo la porta della Chiesa. Questa e’ purtroppo in Italia ancora la mentalita’ di fondo di molti, temo.Ma ai fatti, anche se non proclamata in maniera cosi’ semplice, e’ anche quella degli USA e di molta parte dell’Europa – per non parlare poi di molti paesi del resto del mondo… L’idea e’ ancora in fondo che “hai voluto la bicicletta? Adesso devi pedalare”, senza pensare anche solo a due cose fondamentali: 1) se la donna smette di guadagnare, l’economia va in recessione nel giro di 6 mesi, perche’ siamo la fonte di maggior domanda, per noi e per i nostri figli, e che , lavorando, diamo da lavorare anche a stuoli di baby sitters, che a loro volta comprano…. 2) se i figli non vengono seguiti nella maniera giusta – e questo puo’ solo avvenire se i genitori sono sereni e possono contare su una solida struttura di supporto, il costo successivamente per la societa’ e’ massiccio, molto piu’ oneroso del creare a monte strutture che facilitino e serenizzino il rientro nel mondo del lavoro delle donne e che consentano agli uomini una partecipazione attiva e reale nella famiglia.
    Per adesso purtroppo siamo ancora agli inizi, negli occhi di chi ti intervista scende subito un’ombra quando affermi che hai una/dei figli – manco fosse un fidanzato al primo appuntamento – le domande diventano strane come “one more question…well, your daughter…you said she is OK and that you are organized… so are you sure there will not be any problem?” e gia’ leggo il messaggio sovraimpresso “we really would prefer a mommy free environment here…” – e poco importa se mia figlia ha 9 anni emmezzo, e se ho preso un Master in Finanza quando ne aveva 4, seguendo 6 corsi a semestre ed ho organizzato da sola un trasferimento intrcontinentale con cambio di scuola etc……e quindi si, forse un po’ di capacita’ di organizzazione mi sembra di averla dimostrata… Ma i problemi ci saranno di sicuro, i bambini sono esseri umani e possono stare male all’improvviso…vogliamo lasciare a casa tutte le mamme per questo? Perche’ non vi affiliate con un servizio di baby sitter in maniera che se le vostre dipendenti hanno un’emergenza con un bambino potete aiutarla, invece che penalizzarla? E’ veramente chiedere troppo? Sono veramente solo fatti miei? Non credo.
    Per ora cara Lucina, se vuoi ti posso consigliare un’ottima crema coprio-occhiaie… come una brava mamma anche lei fa il double-shift, all’occorrenza la puoi anche spalmare sul pane e burro…. Ciao! Marianna

    (e a proposito di cibo, i figli a mio avviso non fanno assolutamente la felicita’, a volte il contrario, soprattutto prima dei 3-4 anni e non vivi in un villaggio dove lo puoi’ mollare da 20 vicine quando vuoi oppure se sei una una indipendente come me che l’idea che la mia vita dipenda da qualcun’altro (e peggio che quella di qualcun’altro dipenda molto da me…) mi fa venire il panico..; cosi’ come mangiare i broccoli e la sogliola lessa non da felicita’ ma mangiare un bel gelato Hagen Daaz al mocha frappuccino con biscotti. altro che se la da!! …pero’ stranamente due ore dopo ti senti molto meglio avendo mangiato i broccoli e la sogliola. I figli non inducono endorfine se non quando – completely out of the blue – ti fanno fare una risata che non sai nemmeno da dove arrivi – e non stimolano la serotonina se non mentre li concepisci… . Ma sul lungo periodo, qualcosa a cui siamo sempre meno abituati a pensare, fanno crescere di piu’ che innamorarsi o prendere 110 alla laurea, e fanno spesso vivere meglio.

    • lucinadimeco 20 febbraio 2013 a 2:17 AM #

      Grazie Marianna!

  2. aristarco 15 febbraio 2013 a 9:18 AM #

    Visto che il papa di sta dimettendo ed è indaffarato, faccio io un commento un po’ cattolico: se l’equazione benessere sociale=felicità fosse cosi deterministica, non si capirebbe perchè paesi ben governati e dall’alto benessere sociale come i paesi scandinavi o la svizzera, si mostrino poi al mondo come popoli tristi. Certo meglio essere tristi e ben governati come la svezia, che tristi e mal governati come l’italia.

    • lucinadimeco 20 febbraio 2013 a 2:19 AM #

      Forse si mostrano tristi, ma si dicono piu’ felici di noi, a detta di tutti le inchieste….grazie per il tuo commento!

  3. epin 18 febbraio 2013 a 4:00 PM #

    Le scrissi giorni fa un commento in cui le feci educatamente notare un piccolo refuso del suo articolo (“paese” inteso come nazione scritto con la p minuscola). Sono rimasta spiazzata quando, rileggento questo post, ho notato che ha corretto l’errore (giustamente), ma cancellato il mio commento. Complimenti per l’onestà intellettuale pari a zero.

    • lucinadimeco 18 febbraio 2013 a 4:19 PM #

      Ti ringrazio per la correzione e per l’appunto. Ho provato a scriverti per chiederti se volevi vedere il tuo commento pubblicato o se era una nota personale tesa a migliorare il blog, ma l’indirizzo email legato al commento (epinefrinaXX) e’ inesistente. Grazie per seguirmi, spero la mia onesta’ intellettuale non debba essere giudicata su una maiuscola.

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