Vi presento Ann, la mia Femminista Preferita

7 Gen

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La settimana scorsa, per festeggiare l’anno nuovo, ho deciso di permettermi un mini lusso: pedicure dal mio “salone di bellezza” preferito, una stanzina al primo piano sulla Broadway, gestito un piccolo gruppo di donne coreane. Saloncini di questo tipo sono presenti praticamente in ogni angolo a Manhattan e sono lo specchio di quel sogno americano difficile e controverso, a cui noi in Europa facciamo difficoltà a credere.

New York continua ad attirare ogni anno migliaia di immigranti, clandestini e non, con pochi soldi in tasca, tanto pelo sullo stomaco e la voglia di guadagnarsi una vita migliore per loro e i loro figli. Lo so, sembra patetico, ma è così, venite per crederci.

I coreani venuti vent’anni fa vivono per lo più nel Queens, lavorando piccole attività commerciali o in questi centri di bellezza dove donne e uomini di classe media e medio-alta vanno settimanalmente a farsi manicure e pedicure.

In uno di questi saloni lavora Ann (nome adottato per il pubblico americano, vista l’impronunciabilità del suo nome originale). Ho conosciuto Ann cinque anni fa e da allora è diventata la mia femminista preferita. Una ventina d’anni fa, a poco più di trent’anni, Ann è venuta dalla Corea del Sud con il marito e le due figlie, senza una parola d’inglese e quasi nessun soldo in tasca. Ann prende la metropolitana ogni mattina alle 7:30 per arrivare al lavoro alle 9 e lavorarvici sei giorni a settimana, 11 ore al giorno, facendo cerette, massaggi, manicure e pedicure. Una vita da schiava, ci verrebbe voglia di pensare.

Eppure, che lo crediate o no, Ann è contenta. Contenta perché ogni giorno, da sola, prende il treno per andare a Manhattan. Nel salone, parla con le altre impiegate coreane, mangia con loro, pratica il suo stentato inglese con le clienti e guadagna abbastanza da permettersi qualche lusso, come andare a pranzo fuori, lontano dagli occhi indiscreti del marito e delle figlie. Ann lavora (e forse guadagna) più che il marito, per cui a occuparsi della cucina, sei giorni su sette, è lui. Ann dice che lavorare è mille volte meno stancante e noioso che stare a casa con i figli e quando aspettavo il mio bambino, mi diceva dopo la gravidanza dovevo assolutamente, per il mio proprio bene, tornare a lavorare.

Parlare con Ann mi ricorda quanto sia stato rivoluzionario per le donne poter uscire di casa per andare a lavorare in un posto dove i loro servizi vengono riconosciuti e pagati. Un posto lontano dai loro mariti e dai loro figli, dove interagiscono con donne e uomini, imparano cose nuove e guadagnano i soldi che garantiscono loro autonomia e, nella nostra società, una certa autostima. Parlare con Ann mi ricorda l’importanza del femminismo per le lotte che ha fatto e quelle che deve ancora fare.

Sono in molti, oggi, a relativizzare l’importanza del lavoro per le donne, soprattutto in Italia, un paese che ha il penultimo tasso di occupazione femminile dell’Unione Europea, come ci ricorda Roberta Carlini in “Lavorare Tutte”. E in molti a parlare della maternità come il lavoro più bello e più importante del mondo.

Eppure la maternità non è un lavoro, o per lo meno non è un lavoro che garantisca i minimi livelli di protezione sociale, quali contributi, permessi per malattia e remunerazione. E poi se la maternità è un lavoro, i figli cosa sono? Un progetto su cui essere valutate e possibilmente, licenziate? Una performance professionale?

In realtà’, credo che i figli, così come i compagni, se li desideriamo, arricchiscono le nostre vite, ma non possono essere considerati, in nessun momento, un sostituto delle attività produttive e soprattutto, non possono e non devono diventare l’unica definizione della nostra identità’. Oggi, solo il lavoro ci garantisce indipendenza economica, per l’oggi e per il domani, pieno riconoscimento sociale dentro e fuori dalla coppia e, se si è fortunate, stimolo intellettuale. Per questo dovrebbero esistere politiche pubbliche che garantiscano a tutte le donne di poter lavorare.

Io sono una mamma, ma sono anche una figlia, un’amica, una moglie, una collega, una donna con passioni, esperienza, studi e mille difetti. Una persona, insomma.

La prima generazione di donne che ha avuto la possibilità di lavorare, come Ann, lo sa bene e l’opportunità di uscire di casa per andare a lavorare non se la lascia scappare. Mille grazie, Ann, per ricordarmi cosa vuol dire femminismo oggi.

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2 Risposte to “Vi presento Ann, la mia Femminista Preferita”

  1. giglio 9 gennaio 2013 a 6:14 AM #

    Sono completamente d’accordo con quello che dici, anche se non mi piace il termine femminista.
    I termini femminista e maschilista prevedono una prevaricazione di un genere sessuale sull’altro. L’obiettivo è quello di essere considerati tutte persone con pari dignità e opportunità, a prescindere dal genere sessuale.

    • lucinadimeco 9 gennaio 2013 a 4:49 PM #

      Femminismo vuol dire cose diverse per persone diverse. A me piace rifarmi alla definizione del dizionario di Oxford: feminism = the advocacy of women’s rights on the ground of the equality of the sexes.
      Come vedi, stiamo parlando della stessa cosa.

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