Qualcosa si sta muovendo…

1 Gen

Vivo negli Stati Uniti da sei anni e finalmente vedo qualcosa che si sta muovendo nel modo di pensare la società, in questo paese che fa dell’individualismo il suo credo universale.

Da Anne-Marie Slaughter  a Judith Shulevitz, sono sempre di più le donne di successo che parlano delle difficoltà’ e le contraddizioni che hanno incontrato cercando di equilibrare carriera e vita famigliare e che si interrogano sul ruolo giocato dalla società nelle nostre scelte riproduttive.

Così, insieme a loro, siamo in molte a iniziare a pensare e a scrivere che, forse, un altro mondo non è solo possibile, ma inevitabile. E se qualcosa cambia qui, forse ci sono speranze anche per noi in Italia.


Ma facciamo un passo alla volta, partendo da dove siamo adesso. La nostra è una società che sulla maternità, come su altri fronti, ha una postura schizofrenica nei confronti delle donne. Da un lato siamo state educate ad avere le stesse aspirazioni dei nostri compagni, dall’altro siamo state socializzate ad assumere tutte le responsabilità che derivano dalla vita di coppia e dalla maternità. Come se la scelta di lavorare e/o fare figli fosse unicamente femminile e individuale, con ripercussioni solo nella sfera privata.

Come siamo arrivate fino a qui? La visione della maternità come un progetto privato è tutta nuova e appartiene, in Italia, alla società post-industriale. Fino ad allora, e cioè dai Fenici in poi, la fertilità femminile aveva rappresentato un indicatore di successo e prosperità’ della collettività, che riconosceva nella maternità un motore di crescita da proteggere. Senza tornare tanto indietro, nelle società agricole delle nostre nonne, il compito di crescere ed educare i figli non era mai visto come individuale per le madri, ma veniva condiviso da tutta una comunità di zie, amiche, parenti. Nel dopoguerra, con le migrazioni interne, la crescita dell’economia dei servizi e l’avvento della famiglia nucleare questo approccio alla fertilità è cambiato e tutto il peso delle scelte riproduttive è caduto sulle donne. Così, mentre sempre più le donne entravano nel mondo del lavoro e necessitavano l’appoggio della comunità per aiutarle a coniugare carriera e famiglia, sempre meno la comunità le appoggiava.

Oggi, nell’Italia post-industriale, noi donne siamo state lasciate completamente sole. Sole a pensare che la responsabilità’ di scegliere come e quando avere figli e avere una carriera dipenda unicamente da noi. Sole a cercare di capire come e quando tornare a lavorare, spesso non riuscendo a coniugare lavoro e famiglia. Sole con il senso di colpa per non essere riuscite a fare tutto.

E anche se, giorno per giorno, siamo sole a vivere con il peso delle nostre scelte, non siamo solo noi ma la società nella sua interezza a fare i conti con le conseguenze di queste scelte. Conseguenze che, sostiene l’Economist, sono piuttosto drammatiche, visto che il calo demografico e la bassa partecipazione femminile nel lavoro in Italia mettono a repentaglio non solo la crescita economica del paese, ma la sua stessa sopravvivenza.

Allora cosa fare?

Delle soluzioni esistono. Secondo uno studio del 2010 su 16 paesi europei, la natalità cresce significativamente in presenza di servizi per l’infanzia (come asili nido) e congedi di maternità e paternità adeguati. Laddove, infatti, esistono politiche pubbliche che danno la possibilità a uomini e donne di coniugare carriera e famiglia che riducono il costo opportunità di avere figli, la fertilità cresce. E insieme alla fertilità’, cresce anche il PIL, grazie alla partecipazione al lavoro non solo delle mamme, ma anche delle maestre e amministratrici di centri per l’infanzia.

In realtà, non bisogna essere economisti per capirlo. Se per avere figli le donne devono rinunciare a lavorare, sempre meno di noi potranno permettersi di avere sempre meno figli e sempre più tardi. Perché’ per molte di noi, come per molti uomini, lavorare fa parte non solo delle nostre necessità ma della nostra identità.

A questo punto, è chiaro che le politiche che funzionano e che dovremmo adottare anche in Italia sono due.

La prima è la licenza di paternità obbligatoria, sul modello scandinavo. Con una sola semplice politica di questo tipo si avrebbero molteplici benefici: la messa in moto un cambiamento culturale nella divisione dei compiti domestici all’interno della coppia, l’eliminazione delle ragioni per discriminare le donne in età fertile al momento dell’assunzione, la riduzione del gap nei salari per lavori equivalenti e la crescita dell’occupazione femminile post-maternità’.

La seconda è la provvisione di servizi per l’infanzia, quali asili nido, tagesmutter o home daycare.

Questo blog nasce con la speranza di contribuire a che anche in Italia le cose inizino a muoversi e che sempre più donne e uomini inizino a rendersi conto che la domanda da fare non è di cosa abbiamo bisogno noi donne, ma cosa può fare la società permetterci di contribuire alla sua sopravvivenza e possibilmente crescita. Mi piacerebbe che in questo 2013 sempre più donne e uomini iniziassero a interrogarsi sul modello di donna e di famiglia che ci è stato proposto, e a pensare che questi non sono dilemmi personali, ma sociali.

Così facendo, forse, inizieremmo a pretendere la realizzazione di politiche adeguate su questi temi da parte di chi ci governa.

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Una Risposta to “Qualcosa si sta muovendo…”

  1. aristarco 1 gennaio 2013 a 11:17 PM #

    Good luck my dear friend!

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