Il Partito Repubblicano, la Pillola e il voto delle Americane

7 Nov

Il mio articolo pubblicato su Ingenere.

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I risultati delle elezioni di medio termine negli Stati uniti consegnano al partito repubblicano la maggioranza al senato e confermano quella alla camera. È presto per avere un’analisi del voto tale da identificare se e quanto la strategia usata dai repubblicani abbia influito sul voto. Di vero al momento c’è che per la prima volta al congresso siedono cento donne. Un dato senza precedenti. Non solo elette ma anche elettrici: il partito repubblicano ha investito molte energie per guadagnare il voto delle americane, visto come particolarmente risolutivo in quegli stati dove l’esito elettorale era incerto. Dopo poche settimane dall’uscita di un libro che ne racconta la rivoluzionaria scoperta, la pillola anticoncezionale ha trovato nuovi improbabili ammiratori nel partito repubblicano, in particolare in vista delle elezioni di medio termine che si sono tenute martedì 4 novembre negli Stati uniti. Nelle loro campagne elettorali i candidati repubblicani di almeno cinque stati si sono espressi in favore dell‘inserimento della pillola tra i farmaci da banco (per i quali non è quindi necessaria la ricetta medica). Una svolta non da poco per un partito socialmente conservatore e tradizionalmente scettico su molti temi legati alla sessualità, dall’educazione sessuale, alla contraccezione e, naturalmente, all’aborto.

L’inversione di tendenza è stata interpretata dai membri del partito democratico come parzialmente (o unicamente) strategica, finalizzata a attrarre un voto femminile che da anni sembra appannaggio del partito democratico. Secondo un sondaggio di agosto del Wall Street Journal (wsj) i repubblicani erano indietro di ben 14 punti percentuali sui loro avversari nell’elettorato femminile, riconfermando una tendenza che li aveva penalizzati già nelle ultime due elezioni. “Gli elettori sono troppo intelligenti per questi trucchetti. I repubblicani sanno di avere un problema e continuano a pensare che la soluzione sia cosmetica”, dichiara al wsj Marcy Stech, portavoce di Emily’s List, un’organizzazione che si adopera per formare e far eleggere donne all’interno del partito democratico americano, raccogliendo fondi per le loro campagne e unificando l’elettorato femminile intorno a loro.

Emily’s List non è la sola a essersi scagliata contro il partito repubblicano per questo cambiamento d’opinione. Planned Parenthood, un’organizzazione senza fini di lucro che offre servizi di salute sessuale e riproduttiva, spesso nel mirino dei conservatori in quanto fornitrice di servizi di aborto, definisce come possibilmente dannosa la proposta dei Repubblicani. “Proprio quando le assicurazioni sanitarie iniziano a coprire il costo della pillola anticoncezionale” spiega Planned Parenthood in uno spottelevisivo “Thom Tillis – portavoce e candidato al senato per il North Carolina per il partito repubblicano – dice di no: sono le donne a dover pagare 600 dollari l’anno”. Il prezzo della pillola anticoncezionale, qualora venisse qualificata come farmaco da banco, si calcolerebbe infatti intorno ai 600 dollari l’anno, un costo proibitivo per le donne a basso reddito, che oggi, grazie all’approvazione della riforma della salute Affordable Care Act (comunemente chiamata Obamacare), possono ricevere la pillola e altre forme di contraccezione gratuitamente.

Anche John C. Jennings, Presidente del Congresso Americano degli Ostetrici e Ginecologi (Acog), ha espresso qualche dubbio. In una dichiarazione rilasciata a settembre Jennings dichiara che, in principio “Acog è favorevole a rendere i contraccettivi orali disponibili al banco.” Poco dopo, però, aggiunge: “Naturalmente, il costo continua ad essere un fattore importante per chi fa un uso costante della contraccezione, e molte donne semplicemente non possono permettersi i costi di ticket associati con i contraccettivi, da banco o no. Ecco perché Acog sostiene fortemente la disposizione che impone totale copertura assicurativa per gli anticoncezionali”, come disposto dall’Obamacare. Una dichiarazione che non sarà piaciuta ai repubblicani, che hanno fatto della critica all’Obamacare uno dei cavalli di battaglia delle ultime elezioni, in molti casi proprio opponendosi al fatto che molti datori di lavoro si troverebbero, nella loro interpretazione, a dover pagare la copertura assicurativa per servizi, primo tra tutti quelli contraccettivi, che andrebbero contro i loro valori religiosi.

Ma è evidente che il partito repubblicano ha fatto molti sforzi per avvicinare e conquistare il voto femminile. Secondo un sondaggio della Associated Press, uscito a meta ottobre, questa strategia avrebbe già dato i suoi frutti: mediamente e a livello nazionale, il partito repubblicano avrebbe infatti superato di due punti percentuali il partito democratico quanto a intenzioni di voto delle donne, piazzandosi al 44% contro il 42% dei democratici. La cosa certa è che il voto delle americane, tradizionalmente meno ideologizzato e più variabile, sembra assumere un’importanza crescente ad ogni tornata elettorale. Il partito democratico lo ha capito anni fa e ha fatto di temi quali la salute (inclusa la salute sessuale e riproduttiva) e la maternità, tradizionalmente cari all’elettorato femminile, cavalli di battaglia importanti. Anche il partito repubblicano se n’è accorto si è dato da fare per colmare il gap.

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Caro Matteo, nomina una donna per le pari opportunità nella nuova segreteria del Pd

10 Set

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Il mio ultimo blog post sull’ Huffington Post Italia.

Caro Matteo,

“Il merito, il talento e la qualità sono di sinistra”, hai detto alla festa dell’Unita e più che mai mi sono sentita a casa in un Partito Democratico che insieme a te ha smesso di guardare al passato ed è finalmente in grado di raccontare una nuova storia di futuro, creare nuovi miti, parlare ai giovani e riempire le piazze di gente appassionata. Un Partito che finalmente ha assunto il suo ruolo di motore del progresso sociale e politico.

Quando merito, talento e qualità vengono premiati, il Paese cresce e inizia a valorizzare risorse preziose, storicamente dimenticate, a cominciare dalla leadership femminile. Tu lo hai capito e hai avuto la lungimiranza di promuovere le pari opportunità nel governo, in Europa e in una riforma costituzionale che finalmente garantirà il principio di parità e non discriminazione tra donne e uomini nelle leggi elettorali.

Non è cosa da poco, in un Paese dove molti partiti politici hanno una tradizione di indifferenza e disinteresse nei confronti delle donne. Un esempio? In occasione delle scorse politiche, il programma del PdL menzionava la parola “donna” una sola volta, nella frase “la famiglia, comunità naturale fondata sul matrimonio tra uomo e donna”. Nel Programma del Movimento Cinque Stelle, invece, la parola “donna” semplicemente non c’era. Neanche una volta. Il 50% della popolazione: invisibile.

Il Partito Democratico, fortunatamente, pur con tutti i suoi limiti è davvero fatto di altra pasta e anche per questo è sempre stato la mia casa. Eppure credo che in questo momento storico abbiamo la responsabilità di fare di più, assumendo chiaramente la bandiera delle pari opportunità come conditio sine qua non di un’uguaglianza basata su merito, talento e qualità.

Per questo, ti chiedo di nominare una donna come responsabile delle politiche di genere e pari opportunità nella nuova segreteria del PD.

A richiederlo è una condizione femminile nel nostro Paese che, lo sai meglio di me, è drammatica, con tassi di occupazione bassissimi, un gap salariale che non accenna a diminuire e fenomeni di violenza che colpiscono una donna su tre. Pensare di far ripartire il Paese lasciando indietro metà della popolazione è impossibile, come continuare a cercare di gareggiare con una bicicletta che ha una gomma sgonfia.

Se il Partito Democratico vuole davvero essere un motore di rinnovamento e progresso sociale, ha bisogno di approfondire la tematica delle pari opportunità e farlo nominando una persona incaricata di disegnare e promuovere politiche su questo tema. Una persona dedicata totalmente a questo perché, come si dice a Washington “If You’re Not at the Table, You’re on the Menu” e senza una persona di riferimento, responsabile e accountable, non si fa molta strada in nessun tema.

La mia è una raccomandazione da donna, esperta di genere, femminista ma anche attivista del Partito Democratico, perché avere una donna responsabile delle pari opportunità in Segreteria vuol dire mostrare alle italiane e agli italiani che il tema per il PD è prioritario e assumerne la leadership. Se ci pensi bene, guadagneremmo un bel vantaggio comparato rispetto a tutti gli altri su metà dell’elettorato.

Le economiste di Valorizzare le Donne Conviene scrivevano un paio di anni fa che la causa della stasi, negli ultimi decenni, delle rivoluzioni delle donne italiane è forse dovuta al fatto che la rivoluzione nella politica non era ancora cominciata. Io dico che questa rivoluzione il Paese, con il governo guidato da te, l’ha già iniziata. Dipenderà dalla leadership della nuova Segreteria su questo tema che sia il Partito Democratico a portarla a termine, realizzando pienamente quei valori di merito e qualità che sono, ora più che mai, propri della sinistra.

Besame Mucho

10 Giu

besame_copTante sono le cose belle che mi ha portato questo blog. Le più belle sono state le amicizie inaspettate con donne meravigliose e appassionate, come Marina Catucci.

Quando ho intervistato Marina l’anno scorso per un articolo sul suo progetto sulla violenza sulle donne vista dal punto di vista degli abuser, mi ha colpito la tenacia, la dedicazione e la passione con cui Marina si era buttata nell’ideazione e produzione di questo progetto. Tenacia e dedicazione che sono solo aumentate nell’ultimo anno, in cui Marina ha continuato a cercare faticosamente fondi per completare la produzione di Besame Mucho, un documentario che analizza la violenza sulle donne entrando nelle menti degli abuser. Da chi la violenza, quindi, la fa. Non per giustificare, ma per capire e cercare di trovare soluzioni un problema che e’ sociale ancora prima che criminale.

Per affrontare, quindi, un problema che viene spesso descritto come irrisolvibile, Marina ha deciso di guardare all’ufficio per la prevenzione della violenza domestica dello Stato di New York, dove alcune risposte sono state trovate e hanno fatto la differenza per migliaia di donne e di uomini, a cominciare dalla creazione di programmi di recupero obbligatorio per i violenti.

Il resto ve lo vorrebbe raccontare Marina con lo strumento professionale più efficace che ha a sua disposizione: un documentario. Per il quale, pero’, non riesce a trovare fondi (le mancano 26,000 dollari per completare il progetto), perché senza far vedere donne vittimizzate, maltrattate, piangenti, secondo molti produttori un documentario così non va da nessuna parte. Nonostante un evento con Serena Dandini a New York e una cartella stampa che farebbe invidia a un blockbuster, Besame Mucho non riesce a partire, vittima forse di mancanza di fondi che sono indice di una crisi forse morale, ancora prima che economica.

Potete aiutare il progetto Besame Mucho in tanti modi, con donazioni anche piccole. Scrivete a Marina (marina@catucci.info) per saperne di più o, se siete a New York, andando al suo fundraiser l’11 giugno. Non solo aiuterete la produzione di un documentario italiano indipendente su un tema di grande rilevanza sociale e politica, ma vi metterete dalla parte di chi vuole vedere soluzioni e non problemi. Chi le donne le vuole vedere forti e piene di vita, non maltrattate e vittimizzate.
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Donne e Leadership Politica in Italia: Conversazione con Valeria Fedeli a NYU

15 Mar
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Il media coverage della mia conversazione con Valeria Fedeli, Vice Presidente del Senato, Angela Vitaliano (Il Fatto Quotidiano) e Maria Luisa Rossi-Hawkins (TG-COM, Mediaset) e  alla Casa Italiana NYU. Moderazione di Stefano Albertini (direttore della Casa Italiana). Abbiamo parlato di donne, regole (non quote!), merito e leadersip politica.
Resoconti della conversazione li trovate su i-ItalyLa Voce di New York e sul blog di Adriano Ercolano.

Democrazia paritaria e rivoluzione della politica

8 Mar

Donne-e-politica_1393878203Un mio articolo su Donne Europa

Con un governo composto a metà di donne, Matteo Renzi ha dato un segnale di grande importanza quanto alla volontà di promuovere la leadership femminile. La presenza di donne in posizioni governative è infatti universalmente riconosciuta come uno degli indicatori chiave a cui guardare per giudicare lo stato della parità tra uomini e donne in un Paese. Non certo l’unico, quindi, ma pur sempre un indicatore importante.

Già nel 2013, secondo il World Economic Forum Gender Gap Report, l’Italia era in cima alla classifica dei Paesi occidentali quanto a leadership femminile in politica, avendo guadagnato 11 posizioni rispetto al 2011 e quindi superato Francia, Regno Unito e Stati Uniti. La ragione di questo scatto in avanti era la composizione dell’attuale parlamento, formato, per la prima volta nella storia, dal 30% di donne (soprattutto grazie al 38% di presenza femminile tra i parlamentari di M5S e PD).

Come illustrano Bettio e Rosina, è ancora presto per dire se e quanto l’aumentata presenza femminile avrà conseguenze sulle politiche per le donne.

Secondo uno studio dell’Università di Princeton, le donne parlamentari tendono a farsi portavoce dei problemi della parte più vulnerabile della popolazione (tra cui, donne e bambini) con più frequenza rispetto ai loro colleghi uomini, ma, spesso, non vengono ascoltate. Sostiene quindi lo studio che affinché la presenza femminile in parlamento si traduca in buone politiche pubbliche, le legislatrici devono muoversi in un contesto di reale parità con gli uomini. In questo senso, quindi, garantire alle donne posizioni di massima leadership come quelle governative è un ottimo inizio, ma pur sempre un inizio.

Per portare avanti politiche sociali e economiche favorevoli alle donne, le parlamentari devono però poi anche appropriarsi di una forte agenda di genere e portarla avanti nella propria attività legislativa, governativa e all’interno dei partiti.

In Italia, non sarà un’impresa facile. Molte delle nuove parlamentari, infatti, non hanno una preparazione (e alle volte nemmeno una sensibilità) sui temi di genere, essendo state selezionate dai partiti d’accordo non a questo ma ad altri criteri, per esempio in quanto “outsiders” e pertanto sinonimo di rinnovamento (vedi soprattutto il caso del M5S), oppure grazie all’applicazione di un sistema di quote di genere (vedi il caso del PD). Non sempre viene riconosciuta alle donne, poi, all’interno dei partiti, la stessa autorità di cui godono i loro colleghi uomini, anche a parità di posizioni.

Per quanto la loro composizione sia, infatti, negli ultimi anni, cambiata, la struttura e la dialettica dei partiti sono rimaste spesso, profondamente patriarcali. Basti pensare che due dei tre partiti che hanno preso più voti alle scorse politiche non prevedevano nessuna politica femminile nel loro programma. Verrebbe da chiedersi dove erano e che ruolo avevano le candidate di questi partiti quando questi programmi venivano preparati, pubblicati e diffusi.

Uno dei primi banchi di prova dell’autorevolezza delle parlamentari e della loro sensibilizzazione sui temi di genere sarà la riforma della legge elettorale. Per quanto il disegno iniziale dell’Italicum preveda, infatti, alternanza di genere nelle liste, cosi come è la legge non garantirebbe una rappresentanza paritaria, come ha più riprese spiegato la Vice Presidente del Senato Valeria Fedeli. Un’alleanza trasversale di donne parlamentari di diversi partiti ha presentando settimane fa un emendamento per modificare quindi il disegno di legge in chiave paritaria e sta in queste ore lottando perché venga mantenuto.

Il destino di questo emendamento rappresenterà, quindi, un termometro della forza e del peso specifico che le donne hanno oggi in parlamento in quanto portatrici degli interessi femminili. Per ora, sembra la battaglia si profila estremamente dura. Per quanto, infatti, le donne rappresentino un bacino elettorale non solo grande ma addirittura maggioritario, i loro interessi sono generalmente trattati come interessi “di nicchia” e secondari, dunque sempre negoziabili.

Con una situazione di questo tipo nella politica, non deve stupire che le italiane vivano in condizioni di sottoimpiego o disoccupazione, crescente gap salariale e violenza nel sociale.

Indipendentemente dall’esito della loro battaglia per la rappresentanza paritaria, è auspicabile che le parlamentari si facciano protagoniste di una vera e propria rivoluzione per il rafforzamento della leadership femminile in politica, a partire dai propri partiti. Moltissime sono le migliori pratiche da seguire: la creazione di specifici comitati di fundraising per le candidate donne e l’istruzione e la sensibilizzazione delle candidate sui temi di genere (sul modello della Emily’s List americana), le quote generalizzate e obbligatorie per tutte le posizioni di partito, la creazione di vere e proprie “agende rosa” che illustrano la posizione di ogni partito sui temi di genere (come in Canada), l’incorporazione della prospettiva di genere in tutte le fasi del processo legislativo (come in Spagna), solo per menzionarne alcune.

Per concludere, scrivono le economiste di Valorizzare le donne conviene, “la causa della stasi, negli ultimi decenni, delle rivoluzioni delle donne italiane è forse dovuta al fatto che la rivoluzione nella politica non è ancora cominciata”. Un governo composto per metà di donne è quindi forse un segno che questa rivoluzione è iniziata. Di quanto tempo avrà bisogno per realizzarsi, dipenderà da molte cose, a cominciare dalla volontà e forza delle donne elette in parlamento.

Il segno del nuovo nel governo? Se sarà fatto di metà donne e metà uomini

14 Feb

A seguito un articolo di Elisabetta Addis sull’Huffington Post Italia. Elisabetta ci ricorda che, oltre le polemiche e indipendentemente dai leader, ci sono battaglie che vanno combattute tutti i giorni a cominciare da oggi. Come la battaglia per la parita’ di rappresentanza in parlamento. Secondo le economiste di Valorizzare le donne conviene «la causa della stasi, negli ultimi decenni, delle rivoluzioni delle donne italiane è forse dovuta al fatto che la rivoluzione nella politica non è ancora cominciata». Io dico che e’ ora di farla cominciare, questa rivoluzione, per esempio firmando la petizione #NOICISIAMO. Quando? Ora. Perche’ scusate ma Se Non Ora, Quando? 

factory-x-paritariaTre anni fa, Il 13 febbraio 2011, un milione di donne e uomini amici delle donne scese in piazza con la manifestazione Se Non Ora Quando per rivendicare dignità per le donne italiane. Fu l’inizio di un nuovo ciclo politico, la rottura della rassegnazione alla sconfitta culturale e politica al Berlusconismo, quella sconfitta che ci ha regalato il Porcellum, laGiovanardi-Fini, la legge sulla procreazione assistita e altre ignominie. Fummo coraggiose, arrischiate. Eravamo nell’angolo, ne siamo uscite, e per noi molto è cambiato: ora si parla di contrasto del femminicidio, di cambiare l’immagine delle donne nei media, ora si parla di vietare le dimissioni in bianco per le giovani lavoratrici, ora si parla di democrazia paritaria. Domani, 14 febbraio, si balla a Piazza di Spagna con One Million Rising, per la giustizia verso le donne, come in tutte le altre capitali d’Europa.

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Leadership femminile e harassment: è l’ora di fare outing e cambiare le cose

5 Feb

Gli episodi odiosi e gravi di sessismo che hanno coinvolto Laura Boldrini e le parlamentari PD la scorsa settimana non sono casi isolati,  ma vengono vissuti tutti i giorni da centinaia di italiane sul posto di lavoro. Donne che, nella maggior parte dei casi, non godono della stessa visibilita’ e possibilita’ di risposta di chi sta in parlamento. Per loro, l’indignazione non basta: servono leggi. Di seguito, un bellissimo articolo di Federiga Bindi sull’Huffington Post su leadership femminile e harrassment. 

UnknownDopo gli ignobili attacchi al Presidente della Camera On. Laura Boldrini, è comune la condanna pubblica al linciaggio contro le donne nelle istituzioni. Purtroppo l’On. Boldrini non è la prima donna in posizione di leadership ad essere attaccata e linciata moralmente. Nè, temo, sarà l’ultima. È l’ora che oltre ad indignarsi si passi concretamente a fare qualcosa per cambiare.

Quel qualcosa si chiama outing e legislazione.

La triste realtà dei fatti in Italia – un paese dove fino al 1981 (!) erano previste dalla legislazione le attenuanti per il delitto d’onore – è che se sei donna e hai una posizione di qualche rilievo, il minimo che ti fanno chiaramente capire è che, in fondo, sei lì solo perché hai dato “qualcos’altro” in cambio. Alzi la mano quella donna in posizione di leadership che può dire, in tutta onestà, di non aver mai ricevuto commenti in tal senso più o meno espliciti, per tacer delle avances o delle pacche ben assestate.

Dobbiamo avere il coraggio di cominciare a denunciare queste cose pubblicamente. Non è facile, nel paese in cui nel 1998 fu negata una condanna per stupro anchè perchè la vittima portava i jeans… Troppo spesso, appena si sfiorano certi temi, scatta automatico nell’interlocutore il dubbio – esplicito o meno – che in fondo, in qualche modo, quelleadvances e quei commenti te li sei cercati…

In questi due anni come Direttore dell’Isituto Italiano di Cultura a Bruxelles, ho per esempio dovuto subire battute e comportamenti che se fossi stata uomo non avrei mai sperimentato. In altri paesi, come per esempio in Belgio, la legge mi avrebbe protetto. Ma in Italia non esiste nè legislazione sul “sexual harassment“, nè sull'”harcelement morale“. Il fatto che non esista neanche una terminologia adeguata in italiano, la dice lunga in proposito. Quanto alla legge sul cosiddetto “mobbing” si applica solo laddove vi sia un danno fisico direttamente riconducibile al comportamento subito sul luogo di lavoro e quindi è assai difficile da provare.

La cosa più triste è che spesso sono le donne a non difendere le loro “sorelle”. Il concetto di “sisterhood” proprio del mondo anglosassone, da noi è completamente sconosciuto. In Italia, troppo spesso le donne, una volta raggiunta una posizione di leadership, tendono a girarsi dall’altra parte. È l’ora di cambiare e di fare qualcosa.

Oggi, sull’onda dello sconcerto per gli attacchi al Presidente Boldrini, il momento è propizio.

Trasformiamo lo sdegno in legislazione. Avere la possibilità di difendersi in tribunale (e con tempi certi) è il primo passaggio fondamentale per cambiare le cose. Pensiamo a quanto sta avvenendo nei CDA dopo la legge Costa-Mosca sulle quote donna. C’è una petizione che chiede parità di genere nelle liste elettorali; sarebbe un passo importante. Ma soprattutto, c’e’ bisogno di una legislazione che tuteli le vittime di harassment sessuale o morale – uomini o donne che siano – anche se le statistiche mostrano che in Italia le vittime sono in maggioranza donne.

Signore Deputate, oggi voi avete la possibilità di trasformare la vostra indignazione in azione concreta e cambiare, una volta per tutte, il nostro Paese. Costringete i vostri colleghi maschi a votare con voi una legislazione finalmente appropriata; se loro non ci stanno, fatelo voi. Cambiare si può, ma dipende soprattutto da noi e dal nostro coraggio di alzarci in piedi e combattere contro un sistema e degli usi che ormai non sono più sostenibili.

Caso De Rosa, le italiane NON sono brave solo a fare quello

31 Gen

iocisonoUn mio post sull’Huffington Post Italia

Le italiane, si sa, sono brave solo a fare quello. In varianti diverse magari, ma quello. E’ questo che, secondo quanto riportato nella querela presentata da sette deputate del Partito Democratico, penserebbe Massimo de Rosa, deputato del MoVimento Cinque Stelle. Lo penserebbe e non si vergognerebbe neanche di dirlo, secondo quanto dichiarato dalle sette deputate, in una seduta in parlamento, davanti a testimoni.

A prescindere dal caso, gravissimo, in questione, credo sia importante riflettere su quello che un episodio di questo significa e cioè che in Italia, ancora oggi, molti non credono possibile che una donna possa arrivare ad avere una posizione di potere e prestigio senza passare da un uomo. Milioni di donne lo hanno vissuto, in milioni di posti di lavoro diversi: le insinuazioni, più o meno aperte, bastano per screditare, limitare, rovinare carriere e tagliare le ali all’ambizione.

Se il talento maschile viene quindi riconosciuto per quello che è, quello femminile deve essere sminuito, sporcato, ridicolizzato, facendolo passare attraverso un letto.

È una questione di mentalità, certo, ma è anche una questione di numeri. Se in posizioni di leadership esistesse la parità tra uomini e donne, saremmo certamente più abituati a pensare che il posto di una donna sia anche in un consiglio di amministrazione, a capo di un’azienda, in un’aula del parlamento. Che la presenza di una donna in questo luoghi non sia un’anomalia da interpretare e spiegare come riflesso della presenza di questo o quell’uomo, in cambio di questo o quel servizio.

Se il 50% del parlamento fosse composto da donne, come lo è la società, forse inizieremmo a capire che, in effetti, le italiane sono brave a fare tante cose,anche cose importanti, senza doversi appoggiare a un uomo. Le stesse donne inizierebbero a potersi fare avanti maggiormente, senza essere squalificate in partenza o alienate da un ambiente sessista.

Anche di questo si sta parlando, alla fine dei conti, in questi giorni, nel dibattito sulla riforma della legge elettorale, nel silenzio della maggior parte dei media. Anche per questo, insieme a Valeria Fedeli, Vice Presidente del Senato e a tante altre donne e uomini coraggiosi, ho lanciato qualche giorno fa una PETIZIONE, per chiedere che l’Italicum garantisca una vera rappresentanza di genere.

Non per affossare, criticare o prevaricare qualcosa o qualcuno, ma per costruire un parlamento assomigli un po’ di più alla società (composta per metà da donne) e quindi possa rispondere meglio alle necessità e preoccupazioni di tutti, non solo di una parte. Il modo migliore per far capire a una parte della società che le italiane NON sono brave solo a quello, è dare loro l’opportunità di fare tutto il resto.

#NOICISIAMO: Una Petizione per una Vera Rappresentanza di Genere nell’Italicum

25 Gen

blackboard_lucinaSecondo Saadia Zahidi, Direttrice del Settore Pari Opportunità del World Economic Forum: “Quando i leader riconoscono, indipendentemente dal loro genere, che dare potere alle donne e integrarle è nell’interesse di tutti, il cambiamento diventa inevitabile”.

Se credete anche voi che le donne abbiano diritto a un’adeguata rappresentanza in parlamento, firmate ADESSO questa petizione che ho scritto insieme a tante meravigliose donne italiane!

I miei articoli che promuovono questa petizione li trovate sull’Huffington Post Italia, Europa Donne, Leopolda Blog di Europa, i-Italy, La Voce di New York.

Un Job Act per le donne

13 Gen

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Un articolo uscito anche sull’ Huffington Post Italia.

Negli ultimi mesi di attivismo politico per il Partito Democratico a New York, ho capito tre cose.

La prima: l’unico modo per non sbagliare e non essere criticati è non fare nulla, possibilmente non uscendo di casa e sconnettendosi dal computer.

La seconda: la politica è una cosa meravigliosa perché ti permette di avvicinarti ai cuori delle persone, capire i loro sogni, ricaricarsi delle loro energie per tracciare la roadmap di come l’Italia potrebbe diventare non più solo il Paese più bello del mondo, ma anche il più vivibile.

La terza: le donne hanno moltissimo da apportare, ma per farlo devono saper puntare i piedi, sedersi al tavolo delle negoziazioni e pretendere di essere ascoltate, non solo in quanto brave e capaci, ma anche in quanto rappresentanti di interessi, necessità e risorse che non possono essere intesi come di nicchia, perché riguardano metà della popolazione.

Come donna e attivista politica di sinistra credo quindi che il Job Act di Matteo Renzi abbia un ottime potenzialità, perché punta su trasparenza, riduzione della burocrazia e rinnovamento e può far diventare l’Italia il Paese moderno, dinamico e giusto che meritiamo di essere. A una condizione importantissima, pero’: che metà della popolazione (quella metà, oltretutto, con le migliori performance scolastiche e accademiche) inizi ad essere valorizzata.

Esistono quindi delle misure, perfettamente in tono con lo spirito innovatore del Job Act, che sono essenziali per fare davvero ripartire la nostra economia e devono essere incluse nelle politiche del lavoro del Partito Democratico.

1. Welfare: asili nido e congedo di paternità (vedi le nuove leggi tedesca e francese). Secondo uno studio della Fondazione Collegio Carlo Alberto, la provvisione capillare di strutture pubbliche gratuite per l’infanzia porterebbe al 75,5% l’impiego femminile. Non solo: la provvisione di servizi per l’infanzia ha un effetto positivo sulla fertilità (riducendo il costo opportunità dei figli) e migliora le capacità linguistiche dei bambini, soprattutto di quelli provenienti da settori socio-economici disagiati. Come sta facendo la Francia, poi, è importante prevedere un congedo di paternità obbligatorio non simbolico (per lo meno un mese, magari togliendo un po’ di tempo al congedo materno). Secondo il Dipartimento di Politiche Economiche dell’Unione Europea, il paternity leave agisce non solo sull’occupazione femminile post-maternità (aumentando la probabilità che una donna torni al lavoro del 12%), ma anche su quelle pre- maternità (riducendo il fattore rischio rappresentato per un’impresa dall’assunzione di una donna piuttosto che di un uomo) e hanno un dimostrato effetto positivo sulla fertilità e la promozione dell’uguaglianza nella divisione del lavoro domestico all’interno della coppia.

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